martes, 31 de agosto de 2010

Demetrio e Polibio - Rossini Opera Festival 2010, Pesaro

Foto: Demetrio e Polibio, Palazzi, Shi, Moreno, Zaytseva- ROF 2010

Rof 2010 – 31.a edizione

Demetrio e Polibio tra realtà e illusione.
nuova edizione curata da Daniele Carnini
(10 agosto 2010 – prima)


Giosetta Guerra

La scena mostra un palcoscenico visto da dietro, per cui il boccascena illuminato e il sipario che si apre sono sul fondale, dietro il quale si immagina la presenza del pubblico. “WOW!”, ho esclamato, non avevo mai visto una cosa simile. Idea brillante del regista Davide Livermore, che opta per una lettura moderna, dove non compaiono né regge né accampamenti e per le scene attuali e i costumi storici si è avvalso della collaborazione degli allievi dell’Accademia delle Belle Arti di Urbino coordinati da Francesco Calcagnini e del progetto luci di Nicolas Bovey. Nel backstage di questo palcoscenico maestranze, tecnici e pompieri riordinano macchine sceniche, bauli e scale, gli artisti si complimentano, coprendo coi loro movimenti il suono orchestrale e disturbando l’ascolto dell’Ouverture, che in fondo non è proprio una gran meraviglia.

La Sinfonia d’inizio, infatti, non è attribuita a Rossini, ma a Domenico Mombelli, cantante e compositore a cui il giovanissimo Rossini consegnava brani sparsi per la stesura dell’opera in questione e primo interprete di Demetrio. Di Mombelli sarebbero anche altre parti dell’opera, ossia l’aria di Siveno del II atto “Perdon ti chiedo, o padre” e la successiva aria di Eumene “Lungi dal figlio amato”, mentre alcune delle parti scritte da Rossini vengono da lui reimpiegate in opere successive, quali Il Signor Bruschino. I personaggi sono solo quattro, ma bastano per costruire una storia piuttosto intricata con travestimenti e agnizioni tipici dei libretti dell’epoca. Non hanno uno spessore psicologico e teatrale consistente, per cui Livermore li presenta come evanescenti fantasmini, che di notte vagano su un vecchio palcoscenico deserto, sbucano da bauli chiusi, da dietro specchi magici, si moltiplicano (ogni cantante ha il suo doppio) e accendono in mano fatue fiammelle che si originano misteriosamente. Interi guardaroba di costumi teatrali, specchi, pianoforti, contrappesi scendono e salgono e, grazie agli effetti speciali del mago Alexander, candele sospese e candelabri accesi fluttuano per l’aria e vagano in tutte le direzioni.

Sul piano vocale si è imposto il bravo basso riminese Mirco Palazzi (Polibio), voce morbida, duttile e di bel colore, poderoso e portentoso nel duetto Polibio/Eumene “Non cimentar lo sdegno”, con gravi ben appoggiati, morbidezza del suono nell’aria del II atto “Come sperar riposo”, affondi sicuri, dimestichezza col canto di sbalzo “Nel rammentar quel perfido”. Eumene è interpretato dal cinese Yijie Shi, tenore contraltino abbastanza sciolto, ma con suoni acuti non sempre puliti (“All’alta impresa tutti”), Victoria Zaytseva (Demetrio-Siveno) è un agile mezzosoprano con suoni rotondi ed emissione naturale, brava nel canto di coloratura su musica leggera e frizzante, il soprano Maria José Moreno (Lisinga, la parte vocalmente più difficile dell’opera) dosa bene una voce piccola, si destreggia tra le acrobazie acutissime virtuosistiche e nelle delicatezze del duetto Lisinga/Siveno “Questo cor” sul ritmo pizzicato degli archi. Buone le prove dell’Orchestra Sinfonica Rossini, diretta da Corrado Rovaris e del Coro da camera di Praga, preparato da Lubomír Mátl.

La Forza del Destino - Sferisterio Opera Festival, Macerata

Foto: Romano, Todorovich - Sferisterio Opera Macerata.

Non sempre il destino dà la Forza…di sopportare.
(Recita dell’8 agosto)


Giosetta Guerra

Giuseppe Verdi nelle lettere inviate il 1° marzo 1869 da Genova all’amico senatore Pirolli e all’Arrivabene, per comunicare il buon esito de La Forza del destino, andata in scena alla Scala di Milano il 27 febbraio 1869 col tenore Mario Tiberini e il soprano Teresa Stolz, definisce la Stolz e Tiberini “superbi” e nella lettera scritta il 2 marzo all’editore francese li definisce “sublimi”. Allo Sferisterio di Macerata, invece, nessun artista può essere definito tale e le recite de La Forza non hanno goduto della soddisfazione del pubblico. Il tenore Zoran Todorovich porge bene, pur con qualche portamento, ma non ammalia come Don Alvaro, un ruolo terribile per la voce tenorile specialmente nella seconda parte dove il canto è più teso e quasi furioso, e non è certo una voce leggera e opaca, di timbro poco accattivante, che fatica nelle proiezioni acute e nelle ampie arcate melodiche, a render giustizia al canto, all’espressività dell’accento e all’azione drammatica. Dov’era l’eroe baldanzoso e fiero, capace di grandi slanci? Fabio Armiliato quanto ci sei mancato!
Decisamente positiva, invece, è stata la prova del soprano venticinquenne Teresa Romano nell’altrettanto difficile ruolo di Leonora: l’interpretazione è stata intensa, l’espressività fantastica, la linea di canto morbida, con ottima proiezione della bella voce e magistrale uso dei pianissimi (toccante l’attacco in pianissimo della “Vergine degli angeli” preceduta dal coro a mezza voce). Bravo il baritono Marco Di Felice nel ruolo di Don Carlo, che ha esibito bel corpo vocale, buona estensione belle progressioni acute e tenuta del fiato. Bello il duettino col tenore ferito. Roberto Scandiuzzi ha tutti i numeri per essere un buon Padre Guardiano: autorevole nella voce e nella figura, usa con morbidezza una cavernosa voce di basso, ferma più nei gravi che negli acuti. Il basso Paolo Pecchioli canta bene, ma sia vocalmente che scenicamente non è uscito il carattere di Melitone, che è risultato scialbo, poco caratterizzato e con poco spessore vocale. Ancor meno adatta al ruolo di Preziosilla, il mezzosoprano Anna Maria Chiuri, che canta abbastanza bene ma ha voce chiara e leggera e a volte traballante in acuto, la voce manca di corpo e di spessore, l’interpretazione non ha mordente e del virtuosismo del Rataplan si è sentito solo qualche strilletto. Medio lo spessore vocale del basso - baritono Ziyan Atfeh nel ruolo del Marchese di Calatrava, padre di Leonora.

Le coreografie di Gheorghe Iancu sono più acrobazie che balletti. Movimenti coreografici di massa e mimici di Roberto Maria Pizzuto. Pier Luigi Pizzi ha presentato bei costumi non d’epoca, scene generiche con un crocifisso nero onnnipresente, una regia piatta che non scava nella psicologia dei personaggi: tutto déjà vu e piuttosto noioso. Non c’è neanche la sospensione emotiva delle grandi scene corali, tutto è lento e dilatato e tutti arrivano dai lati e sfilano lentamente come in tutte le opere che Pizzi ha fatto allo Sferisterio. Piuttosto piatta e senza colori anche la direzione orchestrale di Daniele Callegari. Se avessi saputo prima di essere relegata al palco 17 del secondo ordine, dove alcune voci non arrivavano se i cantanti erano girati dall’altra parte, avrei fatto come nell’800: mi sarei portata la cena in palco, tanto non c’era niente da vedere.

I Lombardi alla prima crociata - Sferisterio Opera, Macerata

Foto: Meli, Theodossiou, Pertusi - Sferisterio Opera, Macerata

I Lombardi vincono la prima crociata
Sferisterio 30 luglio 2010

Giosetta Guerra

Un cast prestigioso ha determinato la vittoria dei Lombardi approdati per la prima volta a Macerata: Michele Pertusi nella figura bifronte di Pagano, fratello di Arvino e padre di Giselda, Francesco Meli nel ruolo di Oronte, figlio di Acciano tiranno di Antiochia e Dimitra Theodossiou in quello di Giselda, la bella cristiana prigioniera figlia di Arvino e amata da Oronte. I due amanti danno vita ad appassionati duetti tra l’irruenza degli inni bellicosi e gli intrighi delle congiure, Meli con voce sicura ed eroica in grado di piegarsi a timbri suadenti, a melodie di trasparente morbidezza, a sensibili mezzevoci con cura del fraseggio e dell’accento, la Theodossiou con passionale irruenza espressa con intensità d’accento e vocalità prorompente negli slanci acuti, che sfuma in filati dolcissimi, in entrambi colpisce l’estensione e la tenuta del suono oltre che la bellezza del timbro vocale. Pertusi si impone per l’autorevolezza e la pacatezza della sua figura, ma soprattutto per il velluto della voce, che si è fatta ancor più rotonda e accattivante, grazie ad una tecnica sicura di giusta proiezione del suono e di morbidezza d’emissione. Tutti e tre, nella scena della morte di Oronte, sono uniti in un trio vocale di rara suggestione con violino obbligato, suonato da Michelangelo Mazza, primo violino del Regio di Parma, che accompagna in palcoscenico anche la bravissima ballerina solista Anbeta Toromani.

Hanno soddisfatto anche le prestazioni degli altri cantanti: il buon tenore Alessandro Liberatore nel ruolo del battagliero Arvino fratello di Pagano, il bel soprano lirico Alexandra Zabala (Viclinda, moglie di Arvino), il bravo basso Andrea Mastroni (Pirro, scudiero di Pagano), il tenore Enrico Cossutta (priore della città di Milano), il basso/baritono Luca Dall’Amico (Acciano, tiranno di Antiochia e padre di Oronte), il mezzosoprano Annunziata Vestri (Sofia, madre di Oronte). E poi c’è l’ottimo Coro Bellini, arricchito di bravi coristi del Teatro Regio di Parma, che contribuisce a dipingere grandi affreschi, nota è l’attenzione di Verdi alla coralità, e dà spessore e suggestione ai momenti più salienti dell’opera, come il celebre Coro di Crociati e Pellegrini “O Signore dal tetto natìo”, intonato sulle acque del Siloe. La direzione di Daniele Callegari entra in quel concentrato di forza che è il linguaggio musicale verdiano con tempi serrati e scattanti per mantenere alta la tensione drammatica. Pregevoli i costumi, in un bellissimo contrasto cromatico tra musulmani e crociati, disegnati da Pier Luigi Pizzi, che per l’allestimento ha valorizzato l’austerità naturale dello Sferisterio, con elementi scenici essenziali (una scala e una piattaforma circolare girevole al centro), dominati da un grande crocifisso e creando riflessi d’acqua sul muro di fondo con i giochi di luci di Sergio Rossi, acqua riversata nelle vasche laterali, a simular la piscina di Siloe, dove i cristiani hanno immerso i piedi.

Judithas Triumphans - Attila - Sferisterio Opera, Macerata

Foto: Nmon Ford (Judithas), Maria Agresta (Attila)

Juditha trionfa, Attila no.
Teatro Lauro Rossi - prova generale

Giosetta Guerra

Nei due allestimenti di Massimo Gasparon (belli da vedersi per la luminosità e l’eleganza dell’ambientazione, dominata dal candore delle scene e dal contrasto cromatico dei costumi arricchiti dallo scintillio degli ori), gli abiti erano quasi gli stessi (quelli femminili bianchi e lunghi fino ai piedi si differenziavano solo in un particolare: avevano il taglio sotto il petto in Juditha e in vita in Attila, quelli maschili erano verdi in Juditha e azzurri in Attila e i pantaloni alla araba/turca dei maschi avevano il cavallo bassissimo in Attila e più alto in Juditha (poi cosa c’entrano gli Arabi o i Turchi con gli Unni? Forse perché le tribù guida degli Unni erano di lingua turca?), le scimitarre erano le stesse (e le abbiamo ritrovate anche nei Lombardi), i movimenti dei figuranti con le suddette armi uguali, l’uso della scala centrale e dei piani laterali sovrastanti uguali, con gli stessi “scimitarratori” sui piani alti laterali. Anche la morte dei due protagonisti avviene allo stesso modo: il taglio del collo con la scimitarra. A meno che il tutto non sia stato intenzionale, vista l’affinità delle due storie. Registicamente azzeccata la scena della morte di Holofernes: disteso sulla scala con la testa appoggiata sullo scalino superiore, al momento del taglio del collo, scivola nel gradino di sotto rendendo il capo invisibile al pubblico.

Accontentiamoci, visto che l’allestimento è luminoso, classico, pulito, chiaro, anche se non differenziato e quindi poco funzionale alla comprensione dell’azione drammatica, che fortunatamente già conosciamo, ma almeno sul piano vocale avremmo gradito una maggior efficienza da parte del protagonista delle due opere, Nmon Ford, il quale ci ha pienamente soddisfatto in Juditha, ma ci ha profondamente delusi in Attila, come era successo l’anno scorso per Don Giovanni. Come può il baritono cantare il pomeriggio Juditha e la sera stessa Attila? Non solo per il tour de force, ma anche e soprattutto per il differente registro dei due ruoli: baritono il primo, basso il secondo. Va bene che Ford appaga l’occhio con la sua bellezza statuaria e il magnetismo di un corpo palestrato, ma per Attila ci vuole la voce di basso, lo scavo della parola scenica, la giusta intonazione, cose che lui non ha, la sua è una grande voce di baritono che esplode in zona acuta con suono pieno e tenuto a lungo, ma nei gravi c’è carenza di materiale. Si afferma invece per autorevolezza scenica, bel corpo vocale e nobiltà d’accento Claudio Sgura nel ruolo del generale romano Ezio e anche Maria Agresta, nel ruolo di Odabella, si mette in luce per la varietà dei colori e potenza vocale; buona la prova vocale di Giuseppe Gipali (Foresto), di Enrico Cossutta (Uldino) e di Alberto Rota (Papa Leone).

Tornando al baritono panamense Nmon Ford, dobbiamo riconoscergli un grande carisma nel ruolo di Holofernes (ha sostituito il controtenore siriano Razek Francois Bitar), che gli calza alla perfezione: vocalmente si destreggia ottimamente nella coloratura della scrittura musicale del personaggio, scenicamente è estremamente a suo agio nell’atmosfera di piccante erotismo e nelle scene osées ideate dal regista, si muove come una pantera con quel corpo di cioccolata modellato (seminudo - WOW!!!), per stimolare i pensieri erotici di Juditha e non solo. Tutto il cast era abilitato a eseguire le invenzioni sonore e le architetture musicali barocche atte a crear la “maraviglia”. Juditha era interpretata dalla voce morbida del mezzosoprano Milijana Nikolic (fisicamente esuberante). Splendida nella parte dell’eunuco Vagaus, Giacinta Nicotra ha esibito una vocalità sopranile agile e sicura in ogni registro. Buone anche le prestazioni del soprano Davinia Rodríguez (Abra) e del contralto Alessandra Visentin (Ozias). Riccardo Frizza, alla guida dell’orchestra regionale delle Marche, è passato con facilità e precisione dallo stile barocco della Juditha triumphans di Antonio Vivaldi ai ritmi verdiani di Attila e il coro Bellini, preparato da David Crescenzi, ha dato prova di grande professionalità. Delle tre opere di Pizzi ho perso Faust causa pioggia, mi è piaciuta I Lombardi e non mi è piaciuta La Forza.

Sferisterio Opera Festival 2010 (46.a edizione) - Il Vespro della Beata Vergine

Foto: Sferisterio, Macerata
Giosetta Guerra
Non possiamo negare che con la direzione artistica di Pier Luigi Pizzi, che cura anche l’allestimento delle opere insieme a Massimo Gasparon, lo Sferisterio Opera Festival abbia acquisito un certo prestigio: le stagioni hanno avuto un tema conduttore, si sono ripristinati gli spazi storici della città per opere, mostre e conferenze, è stata rivalutata la nudità del palcoscenico dello Sferisterio; tuttavia quest’anno, vista l’uniformità degli allestimenti, sembra che la zampata creativa dei due registi/scenografi abbia avuto una battuta d’arresto. “A maggior gloria di Dio”, questo il tema del Festival 2010, comprendeva tre titoli allo Sferisterio (Faust, La forza del destino e I Lombardi alla prima crociata) curati da Pizzi e due titoli al Teatro Lauro Rossi (Juditha triumphans e Attila) curati da Gasparon, più il Vespro della Beata Vergine in forma concertante all’Auditorium San Paolo, curato e diretto da Dantone. Bello, ma non ci aspettavamo di vedere un unico allestimento per le tre opere allo Sferisterio e con elementi usati in passato (anche se già l’anno scorso qualcosa di simile era accaduto) e un unico allestimento per le due opere al Lauro Rossi, in parte ripreso dalla Cleopatra di due anni fa. In clima di risparmio ben venga il ripescaggio di materiali e strutture, ma la creatività del regista non dovrebbe essere condizionata dalla crisi economica.

Il Vespro della Beata Vergine: oratorio in costume
Auditorium San Paolo 29 luglio 2010

Titolo inaugurale della 46° edizione dello Sferisterio Opera Festival è stato il Vespro della Beata Vergine, prima opera sacra di Claudio Monteverdi con una partitura monumentale di straordinario fascino, presentato nell’Auditorium San Paolo di Macerata il 29 luglio ore 21. Opera estremamente complessa per invenzione compositiva e per articolazione interna, è costituita da una introduzione ("Deus in adjutorium"), cinque antifone, cinque salmi, cinque concerti (di origine profana), un inno, un Magnificat con antifona, una Oratio e si conclude con un "Benedicamus Domino". Pubblicato nel luglio del 1610, anno in cui moriva a Pechino il grande missionario maceratese P. Matteo Ricci, il Vespro è un lavoro monumentale scritto per un grande coro e sette differenti solisti, assomma in sé stili antichi e moderni ed esalta lo “stile concertante” e il cantus firmus. Le parti strumentali sono scritte per violino e cornetto, mentre la composizione del ripieno non è specificata dall'autore, come non sono specificate le parti di canto piano e antifona da inserire fra i salmi ed il conclusivo Magnificat. Questo fa sì che gli esecutori modifichino l'opera secondo l'organico che hanno a disposizione. L’impressione che si ha nell’ascoltare il Vespro della Beata Vergine è quella di un’armonia diffusa che investe gli spettatori a 360°. Marco Mencoboni, musicista maceratese di fama internazionale, allievo come Ton Koopman di Gustav Leonhardt (uno dei pionieri della filologia barocchista), e particolarmente attivo nel recupero delle antiche prassi esecutive del repertorio musicale rinascimentale e barocco delle Marche, alla guida del Complesso vocale e strumentale del Cantar Lontano, ha infatti attuato la tecnica del “Cantar lontano”, una straordinaria tecnica vocale marchigiana dei primi del ‘600 che si realizza disponendo strategicamente i cantori nello spazio, per creare uno spettacolare effetto di suono diffuso con eco. I coristi, divisi in due blocchi, erano disposti nei due altari laterali, i cantanti e gli strumentisti erano sistemati nell’altare centrale, dal pulpito sovrastante si esibivano alcuni solisti e una voce bianca (Asia D’Arcangelo, la figlia del basso Ildebrando). Le voci dei solisti (i soprani Roberta Mameli e Francesca Lombardi Mazzulli, la voce bianca Asia D’Arcangelo, il controtenore Andrea Arrivabene, i tenori Gianpaolo Fagotto, Luca Dordolo, Simone Sorini e Raffaele Giordani, i baritoni Mauro Borgioni e Marco Scavezza, il basso baritono Fulvio Bettini, il basso Walter Testolin) si amalgamavano perfettamente con quelle dei coristi, creando un cantar melodioso ed ampie sonorità per una full immersion molto coinvolgente.

I Concerti Ciani a 5 stelle - Tomoaki Yoshida (piano), Stresa

Foto: Tomoaki Yoshida

“ I CONCERTI CIANI A 5 STELLE”
Stresa - Regina Palace Hotel - Sala Azalea - 20.agosto.2010 – ore 21,30

TOMOAKI YOSHIDA - Pianista

Renzo Bellardone

Nato a Sapporo –Giappone – nel 1983, Tomoaki Yoshida dopo gli studi a Tokyio si trasferisce a Parigi all’età di 20 anni, dove si laurea al Conservatorio Superiore di Musica di Parigi ottenendo il primo premio. Attualmente vive a Roma e segue gli studi all’Accademia di Santa Cecilia sotto la guida del M° Sergio Perticaroli. La sede del concerto -sala Azalea del Regina Palace Hotel si presenta gremita fin dalle ore 21,00 a testimoniare il successo delle iniziative dell’Associazione Musicale “Dino Ciani” che questa sera presenta il giovane pianista giapponese che inizia il concerto con la “Sonata in La Maggiore K331 (alla Turca) di Mozart insolitamente sofferente alla ricerca dell’anima e Tomoaki Yoshida si rivela un buon conduttore in questo percorso verso una finale ritrovata letizia; sommesso, gioioso, giocoso esegue con piglio deciso come anche le successive Tre Mazurche di Chopin cui non toglie il velo melanconico donando invece un colore triste, ma mai invadente.

I Notturni di Chopin ( op. 9-1, 9.2, 9.3) vengono eseguiti ad occhi chiusi come pure l’ “Eroica” che inevitabilmente fa notevole presa sul pubblico che tributa applausi e standing ovation al raffinato pianista. Con le “Rapsodia n. 10 e n. 9” di F. Liszt abbandona la solitudine e l’inquieto tepore di Chopin cui Liszt era legato da profonda amicizia per scoprire il vigore descrittivo di queste rapsodie che qui rimandano al frenetico “can can” di Hoffenbach; ascoltando ad occhi chiusi l’interpretazione si ha la misura della maturità stilistica interpretativa del pianista, di gran lunga superiore alla sua età anagrafica: non indulge in accordi “d’effetto”, ma esegue con partecipazione e fedelmente la partitura che richiede abilità virtuosistica. I prolungati applausi inducono Yoshida ad offrire qualche bis e ripropone Chopin con un valzer molto dolce, quasi sensuale: un timoroso rincorrersi amoroso forse solo fantasticato: ottimi colori….. Brillante e squillante nello studio in mi maggiore di Rachmaninoff il bravo concertista sa trarre tutte le voci che lo strumento può offrire.

Bravo Tomoaki ! ad maiora !

I Concerti Ciani a 5 Stelle - Francesca Vidal (pianista), Stresa

Foto: Francesca Vidal

I CONCERTI CIANI A 5 STELLE

Stresa – Regina Palace Hotel – Sala Azalea – 18. agosto. 2010 ore 21,30

FRANCESCA VIDAL - pianista

Renzo Bellardone

Con postura elegante ed attacco deciso, la giovane pianista veneta Francesca Vidal inizia il concerto con il “Preludio e fuga BWV 875 di J.S.Bach senza pennellate descrittive lasciando lo spartito (solo nella mente, ma non sul pianoforte) come all’originale scrittura. Il successivo brano di F.J.Haydn, la Sonata Hob. XVI/34 viene affrontato con la stessa sicura eleganza lasciando però più spazio al sentimento, puntando alla perfezione; il II° movimento vede la concertista più dolce ed ancor più incisiva. Non indulge in espressioni facciali, ma è con il solo misurato movimento del corpo che lascia trasparire la misura della sua fisica partecipazione: apparentemente fredda e distaccata, sa per contro imporre sentimento ad una scrittura complessa ed articolata. Allegro, poi dolce per divenire imponente e virtuosistico l’ “Allegro op. 8” di Schumann viene interpretato con grande sicurezza e sapiente uso della tastiera e della pedaliera. Inevitabilmente il pensiero corre a tutti gli autori contemporanei che a piene mani hanno attinto da Schumann (come dagli altri grandi del passato) e non si fatica a riconoscere motivi portati poi al grande pubblico…
Debussy con “Da Image I: Reflets dans l’eau” assume una dimensione poetica raffinatamente consegnataci dalla timbricità evocatrice dei rimbalzi dell’acqua e delle gocce, come se i riflessi avessero suoni….. Indifferentemente a suo agio con partiture dolci e descrittive che con quelle virtuosistiche affronta poi Chopin “Studio 10 op. 10” e Liszt con “Studio trascendentale n.12” L’ultimo brano in programma è “Nachstuche op.23” di Schumann dove teatralmente si incontrano le marcette con accenti operistici e con il leive motiv che lo rende riconoscibile ai più. Un pensiero corre alle “scale dei pianisti” nel “Carnevale degli animali” di C.Saint Saens ed all’ispirazione che ne hanno tratto alcuni autori del primo ‘900. La rapida fuga lascia spazio alla tenerezza dell’adagio che con accordi dolcissimi conclude il brano in un sussurro: una cantata senza parole. Francesca Vidal ottiene molti e calorosi consensi: il pubblico ha inteso che non usa compromessi od astuzie interpretative accattivanti, ma che si propone esclusivamente con una valida tecnica interpretativa.

Premio Lirico Internazionale Mario Tiberini (XIX edizione) 2010 - San Lorenzo in Campo

Foto: Serena Gamberoni, Francesco Meli, Enrico Reggioli. Lorenzo Regazzo (basso)

SAN LORENZO IN CAMPO – TEATRO TIBERINI - 7 agosto 2010

PREMIO LIRICO INTERNAZIONALE MARIO TIBERINI
(XIX edizione)


Il pubblico si è divertito molto la sera del 7 agosto 2010 al Teatro Tiberini di San Lorenzo in Campo (PU), perché il programma della XIX edizione del Premio Lirico Tiberini comprendeva molti brani del repertorio buffo sette/ottocentesco e alcune pagine di stampo romantico. Cantanti del calibro di Francesco Meli (tenore), Lorenzo Regazzo (basso), Serena Gamberoni (soprano), oltre che cantare, hanno sceneggiato pagine da Le Nozze di Figaro, Il Barbiere di Siviglia, L’Elisir d’amore, Don Pasquale, Werther, portando il pubblico in un crescendo di gradimento, fino a farlo partecipare attivamente al bis finale: tutti insieme alla fine abbiamo cantato Non ti scordar di me. Esilaranti i duetti Figaro/Susanna delle due prime scene dell’atto I de Le Nozze di Figaro, Nemorino/Dulcamara da L’Elisir d’amore, Ernesto/Norina da Don Pasquale, con un Lorenzo Regazzo dalla mimica facciale inimitabile e dalla voce ampia e timbrata, una Serena Gamberoni bella e civettuola e vocalmente deliziosa in ogni registro, un Francesco Meli in grado di aderire in modo eccellente alle esigenze sceniche e vocali dei personaggi. I due uomini hanno presentato anche arie solistiche: “Se vuol ballare” da Le Nozze e “La Calunnia” da Il Barbiere, nelle quali Lorenzo Regazzo ha fatto sfoggio di una vocalità estesa, possente e ricca di colori, di un fraseggio accuratissimo, di una capacità interpretativa fuori dal comune, “Pourquoi me réveiller” da Werther e “Una furtiva lacrima” da L’Elisir, delle quali Francesco Meli ha comunicato la passione, il dolore, la poesia, l’afflato romantico con voce dal timbro bellissimo, con accento incisivo, perizia tecnica nell’uso delle mezze voci e della messa di voce. Li ha accompagnati al pianoforte con visibile entusiasmo e partecipazione Enrico Reggioli, pianista e direttore d’orchestra, attualmente aiuto di Daniel Oren.

Ha arricchito la serata una rappresentanza del coro di voci bianche Piccoli Cantori di Gio’ di Fano. I bambini, accompagnati al pianoforte da Rosita Tassi, pianista e soprano, hanno cantato Le coeur des gamins da Carmen, Tintinno gradito da Il Flauto Magico, Le Zingarelle da Traviata e Suoni la tromba da I Puritani. E come intermezzo è stato ricordato il baritono Giuseppe Taddei, mostrando il video con la sua performance al teatro Tiberini nel 1996, quando al suo ottantesimo compleanno ricevette il Tiberini d’oro alla carriera. Ha condotto la serata la stessa organizzatrice del Premio, Giosetta Guerra, coadiuvata dal corista Edoardo Gamurrini per la presentazione dei brani corali, e da Chiara Gamurrini per l’illustrazione dei brani al pubblico. La serata si è conclusa con la consegna a Lorenzo Regazzo del Premio Tiberini d’oro con la seguente motivazione:

Per il felice connubio di notevoli doti vocali,
padronanza scenica e perizia tecnica
nell’aderire alla prassi esecutiva barocca e belcantistica,
qualità che lo rendono valido esecutore del canto di coloratura
ed apprezzato interprete dei ruoli di carattere
dell’opera buffa e del dramma giocoso sette-ottocentesco.

Gli altri due cantanti erano stati premiati l’anno scorso come coppia lirica dell’anno in occasione del 150° anniversario delle nozze del tenore Mario Tiberini con il soprano Angiolina Ortolani e, siccome Francesco Meli non aveva potuto essere presente per improvvisi motivi di lavoro, ci ha onorato quest’anno della sua presenza e sua moglie Serena Gamberoni lo ha seguito con piacere. Ma il piacere è stato soprattutto nostro.


XIX edizione del Premio Lirico Internazionale Mario Tiberini.
Commenti degli spettatori.

Da Polverigi (AN)
Nella sua prefazione alla “Storia della Musica”, il grande pianista Arturo Benedetti Michelangeli scriveva che “…fare musica vuol dire, sì, viverla attentamente e intimamente in sé, coltivarla nei silenzi della propria anima, ma anche - e soprattutto - riuscire a farla vivere agli altri, riuscire a suscitare, negli altri, la stessa commozione e lo stesso incanto che commuovono e incantano il musicista”. E questo è ciò che avviene ogni volta che assistiamo al premio lirico “TIBERINI D’ORO”, ideato dalla signora Giosetta Guerra a San Lorenzo in Campo (PU). Solamente 3 anni fa abbiamo scoperto questa importante iniziativa e confessiamo che eravamo abbastanza increduli: ci sembrava strano che cantanti lirici del calibro della Dessì, di Armilliato, di Pertusi e personaggi dello spettacolo come Simona Marchini venissero ad esibirsi in questa piccola cittadina marchigiana.
Così decidemmo di andare a vedere, non immaginando che avremmo vissuto una serata indimenticabile. Quando in quel piccolo, ma bellissimo teatro stile Liberty, hanno risuonato le splendide voci dei tre cantanti, un’atmosfera di magia e meraviglia ha avvolto gli ascoltatori. Ma quel che ci ha colpiti, oltre al talento che già conoscevamo, è stato sentirli parlare, anzi diremmo “chiacchierare” piacevolmente con la signora Guerra: ci sembrava quasi di essere nel salotto di casa, a fare quattro chiacchiere con amici, a ridere con loro, tra un brano e l’altro di bella musica. Mai avremmo pensato non solo di godere in quel teatrino dell’arte di grandi artisti, ma anche di venire a conoscenza di episodi e aneddoti della loro vita, sconosciuti al grande pubblico; tutto ciò ci ha permesso di apprezzarli anche dal punto di vista umano e questo grazie al modo intelligente e colloquiale con cui la signora Giosetta conduce la conversazione: un vero Salotto Musicale. E così da quella sera il Premio Tiberini è diventato per noi un appuntamento importante, da non perdere assolutamente e Giosetta un’amica dalla travolgente passione per la musica lirica, con cui scambiare notizie e commenti. Siamo quindi tornati ogni anno, ma non più nel loggione come nel 2007 (unico settore che trovammo allora disponibile), ma sempre in seconda fila e c’è sempre una corsa con il tempo per assicurarci i posti migliori.
Anche nelle successive edizioni, quando è sceso il buio in sala, siamo stati presi dal fascino della musica. Gli artisti sono sempre riusciti a suscitare in noi forti emozioni e, soprattutto, loro erano lì, così vicini, che sembrava cantassero solo per ognuno di noi. Quest’anno alla magia si è aggiunto il puro divertimento, per la presenza del versatile basso Lorenzo Regazzo, specialista del repertorio buffo, del tenore Francesco Meli e sua moglie, il soprano Serena Gamberoni, che hanno eseguito con Regazzo duetti del repertorio buffo, ma hanno poi colorato di romanticismo la serata con arie di ampio lirismo: lui dotato di una voce agile e tendente alla purezza, lei con un timbro vocale suggestivo e cristallino ed entrambi capaci di suscitare profonde emozioni, come quando si sono esibiti nel duetto amoroso “Tornami a dir che m’ami” dal Don Pasquale di Donizetti.
Quest’ultima edizione ci ha riservato una piacevole sorpresa iniziale: l’esibizione del coro di voci bianche Piccoli Cantori di GIO’, che hanno cantato alcuni cori di opere liriche. Che bravi!!! … Una vera e propria rarità, che ci ha fatto capire come questi bimbi siano stati educati ad ascoltare e a cantare musica di ottima qualità, soprattutto per neutralizzare la valanga di scadenti produzioni musicali che i mass media ci propinano ad ogni ora del giorno e della notte. Questa bellissima serata, infine, ha avuto una conclusione inaspettata che mi ha coinvolto emotivamente: il brano concesso come bis “Non ti scordar di me” mi ha fatto ricordare mio padre, valido tenore della corale “Bellini “ di Ancona, che amava cantare spesso questa bella melodia. Grazie a lui io sono cresciuta con l’amore per la musica lirica e per i suoi interpreti. Percio’, quando i cantanti hanno invitato il pubblico a ricantare il brano con loro, l’ho fatto con gioia e commozione, anche se, purtroppo, non sono dotata di una bella voce. Il merito di tutto quello che abbiamo provato va attribuito a Giosetta che, con la Sua passione e la Sua tenacia, riesce ogni volta a sorprenderci per ciò che realizza. Ma non solo. E’ anche talmente brava, con la sua briosa “verve”, a condurre lo spettacolo che sa stabilire tra gli artisti e il pubblico un feeling particolare, che permette di apprezzare ancora di più tutto quello che avviene sul palco.

Grazie Giosetta e alla prossima edizione del “Tiberini d’oro”.

Cari saluti da

Maria Angela Ceccati
Fernando Ferro
Polverigi 20 agosto 2010














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Manon di Massenet - Teatro Colón di Buenos Aires, Argentina

Foto: Máximo Parpagnoli / Teatro Colón



Ramón Jacques


La terza produzione operistica della stagione di riapertura del Teatro Colón di Buenos Aires era la Manon di Massenet, che dal 1910, anno della sua prima rappresentazione in Argentina, è stato un appuntamento frequente in questo teatro, l'ultimo dei quali nel 2003. L'allestimento ospite era quello della Lyric Opera di Chicago, che eran nato due anni fa in quel teatro con Natalie Dessay e Jonas Kaufman nei ruoli principali. Il concetto e le scene della messa in scena tradizionale erano di Tanya McCallin e del regista scozzese David McVicar, che hanno ambientato la scena nell'epoca in cui si svolge, con vistosi ed eleganti costumi d'epoca, machere carnevalesche e con le brillanti luci di Paule Constable.
La scenografia di base per tutta la rappresentazione era un semicerchio, nella parte posteriore del palcoscenico, una specie di teatro a vari livelli dove era collocato il coro, che osservava e giudicava l'azione, limitata alla parte centrale della scena. Sebbene l'idea apparisse funzionale e interessante all'inizio della serata, dopo cinque atti è risultata noiosa e monotona e, in linea generale, non ha aggiunto nulla alla vicenda, che si realizzerebbe in luoghi e ambienti diversi. Corretta la regia di McVicar, seppure nei momenti di maggiore drammaticità e di tensione ci fosse una tendenza degli artisti a strafare.

Il soprano francese Anne Sophie Duprels si è messa in evidenza assoluta, dando credibilità al suo personaggio, fragile, seduttore, malizioso e a volte commovente. Duprels ha dispiegato una voce molto lirica, anche se non di grande corpo, ma con agili colorature e un'emissione facile. È stata graditissima la sua interpretazione di "Adieu, notre petite table". Si è distinto in tutti i sensi il tenore statunitense John Osborn come Des Grieux. Osborn senz'ombra di dubbio uno dei migliori tenori del suo paese che è giunto nei teatri più importanti per qualità proprie, senza necessità di marketing supplementari: la sua interpretazione ha evidenziato una sicura e inconfutabile padronanza scenica, una voce uniforme in tutti i registri, con una timbro bello ed elegante, dizione e fraseggio impeccabili, chiarezza d'espressione.
Il baritono argentino di grande esperienza, Victor Torres, ha creato un solido Lescaut e il basso baritono Carlos Esquivel in convincente Conte Des Grieux. Il resto del cast infinito e il coro di Marcelo Ayub sono stati corretti in tutti gli interventi. A capo dell'Orchestra Stabile del Colón, il direttore francese Philippe Auguin ha mostrato la sua conoscenza e consapevolezza del repertorio francese, cavando colori brillanti e sfumature contenute dalla sua orchestra. La scelta dei tempi, nel complesso della rappresentazione, è stata forse un po' disuguale con alcuni passaggi lenti e fastidiosi, come il terzo atto, mentre altri erano dinamici e carichi di emozione nei due ultimi atti fino alla fine.

VERSION EN ESPAÑOL
La tercera producción operística de la temporada de reapertura del Teatro Colón de Buenos Aires correspondió a Manon de Massenet, opera que desde su estreno local en 1910 fue representada con frecuencia en este coliseo, siendo la más reciente ocasión durante la temporada 2003. Para la parte artística visual de la obra, se importó la producción escénica de la Lyric Opera de Chicago, estrenada hace dos temporadas en aquel teatro estadounidense hace dos años con Natalie Dessay y Jonas Kauffman en los papeles estelares. La concepción y diseño del montaje tradicional fueron de Tanya McCallin y del regista escocés David McVicar, quienes situaron la opera en tiempo en el que se desarrolla la historia, con vistosos y elegantes vestuarios de época, mascaras de carnaval, y una radiante iluminación de Paule Constable.

La escenografia utilizada durante toda la función fue un semicírculo en la parte trasera del escenario, una especie de teatro con diversos niveles en los que se colocaron los miembros del coro, quienes observaban y juzgaban la acción que se desarrollaba y se limitaba a poco espacio en el centro del escenario. Si bien la idea fue funcional e interesante al inicio de la función, durante el transcurso de los cinco actos se convirtió en monótona, tediosa, y en términos generales aportó muy poco a la historia y a la trama de se realiza en diversas lugares y ambientes. La regia de McVicar fue correcta, aunque en los pasajes de más dramatismo y tensión de la obra hubo una tendencia de los artistas a sobreactuar.

En el papel de Manon sobresalió la soprano francesa Anne Sophie Duprels, quien dio credibilidad a su personaje, que fue frágil, seductor, malicioso y por momentos conmovedor. Duprels desplegó una voz muy lírica, no muy amplia en su extensión, pero si muy ágil colorida y con facilidad en la emisión. Agradó ampliamente su interpretación del aria “Adieu, notre petite table” Destacable en todos los sentidos fue la presencia del tenor estadounidense John Osborn como Des Griuex. Osborn es sin lugar a dudas uno de los mejores tenores surgidos de su país y que ha llegado a lo mejores teatros por sus cualidades propias y sin necesidad de publicidad. Lo anterior quedó evidenciado en su segura e irrefutable actuación, y una voz uniforme en todos los registros, con gratísimo y elegante timbre, impecable en la dicción y el fraseo, y por la claridad en su expresión.

El experimentado barítono argentino Víctor Torres creó un sólido Lescaut y el bajo barítono Carlos Esquivel un convincente Conde Des Grieux. El resto del enorme elenco y el coro dirigido por Marcelo Ayub, tuvieron un correcto desempeño en cada una de sus intervenciones. Al frente de la Orquesta Estable del Teatro Colón, el director francés Phillipe Auguin, mostró conocimiento y apegó al repertorio francés, extrayendo brillantes colores y matices contenidos en la orquestación. Su elección de tiempos fue un poco desigual a lo largo de la obra, haciendo algunos pasajes largos y fastidiosos, como en el tercer acto, y otros dinámicos y cargados de emoción en los últimos dos actos y hacia el final de la función.

Quintetto Bislacco - Stresa Festival 2010

Foto: Quintetto Bislacco
STRESAFESTIVAL 2010

Vogogna – Castello Visconteo 25.08.2010 - ore 20,30

JOKES – Quintetto Bislacco

Renzo Bellardone

Certamente si tratta di Invasioni, ma certamente non di invasioni barbariche !!!! Mercoledì 25 agosto al Castello Visconteo di Vogogna si è assistito ad una vera e propria invasione musicale (Si… ben oltre le ormai consuete intrusioni e contaminazioni….), ad opera del Quintetto Bislacco che si avvale di stimatissimi professionisti, provenienti da prestigiose formazioni orchestrali che, divertendosi suonando, divertono il pubblico con brani classici e conosciuti, reinventandoli ed arricchendoli con implementazioni, ovvero invasioni musicali, con parti mimiche, caricaturali, attoriali, vocali, oltre lo strumentale.

Lo spettacolo (che va al di là del concetto che si ha dello “spettacolo- concerto”) inizia con Strauss “Tuoni e fulmini” dove con la gag di Walter Zagato e Duilio Galfetti- Violini dove il primo imita vocalmente la gallina ed il secondo recupera un uovo…. che viene lanciato allo sprovveduto pubblico…. Ma non ci si ferma a questo ed anche Bach piuttosto che Rossini ci vengono restituiti con gag divertenti e brillanti che risultano gradite anche al pubblico più esigente e sofisticato che si dichiara non infastidito, ma divertito. L’Abilità di Enrico Fagone, per una volta non soltanto contrabbassista ma anche presentatore ed intrattenitore, conduce il pubblico per mano e sostenuto anche dalle espressioni facciali di Gustavo Fioravanti – viola e dalla gestualità di tutti riesce ad interagire con il pubblico ed improvvisando utilizza il rumore del frequente passaggio del treno nella sottostante stazione ferroviaria.


La location, ovvero il cortile sopraelevato del castello, con la luna piena e le montagne circostanti, appare più che mai idonea a far risaltare la bravura, la tecnicità ed il virtuosismo dei solisti che abbandonato il ruolo “serioso” di professori d’orchestra, si lasciano andare a interpretazioni sempre più coinvolgenti, come quando Marco Radaelli, violoncello, finge di “eseguire a memoria una suite per violoncello solo”, dichiarata composizione di “George Washington”,….e..resta completamente immobile , quindi senza toccare lo strumento….quindi senza suonare suscitando l’ilarità del pubblico che sollecitato, accetta poi di buon grado di fare un’applauso agli orchestrali e ndipendenti tutti del Teatro Carlo Felice di Genova a rischio di chiusura a seguito dei corposi tagli previsti dal governo centrale alla spesa per la Ricerca e la Cultura.

Attraverso Gerschwing e Mozart si arriva alle ballate tradizionali rumene, ai Beatles, ed alle danze celtiche, colorando il tutto con un sorriso pur senza nulla tralasciare per offrire una esecuzione di grande livello. Il Bis che viene concesso è una filastrocca-ballata popolare che i solisti, abbandonati gli strumenti, cantano coinvolgendo il pubblico e facendosi coinvolgere dagli incessanti applausi: “Bucun , buchin me pias e vin, Pansun, pansin me pias el vin, terun terin me pias el vin” inneggiando caricaturalmente alla tutela della vita umana, alla preseravazione del territorio, dell’ambiente e dei beni che la terra e tutto il creato ci offre. Apprezzamenti spontanei al Quintetto Bislacco che ha saputo coniugare la buona musica, al divertimento, ai messaggi culturali ed ambientali con il concetto che il futuro dei popoli si fonda sulla sensibilità culturale individuale e collettiva. Tra gli applausi finali del pubblico lo stesso uovo della gag iniziale ritorna al Quintetto rilanciato dal pubblico che fra le risate collettive annovera un momento di musica, cultura ed evasione.

lunes, 30 de agosto de 2010

La Novena por Barenboim en Buenos Aires

Fotos: gentileza Teatro Colón. Arnaldo Colombaroli

Gustavo Gabriel Otero

El ciudadano del mundo -nacido en la Argentina- Daniel Barenboim tiene cierta debilidad por los ciclos integrales de un autor. Ya en otras visitas brindó al público argentino las variaciones Goldberg, todas las sonatas para piano de Beethoven o el clave bien temperado de Bach. En esta ocasión ofreció junto a Orquesta West-Eastern Divan la integral de las Sinfonías de Ludwig van Beethoven. Las primeras ocho Sinfonías divididas en cuatro conciertos para el Ciclo del Mozarteum Argentino -entidad que en todas las ocasiones anteriores y en ésta contrató al maestro- y la Novena Sinfonía para el Abono Bicentenario del Teatro Colón. Las cinco veladas inolvidables se desarrollaron en el Colón. Como director, Daniel Barenboim, tiene una forma muy personal de dirigir y marcar. Siempre deja fluir la música y reserva sus gestos para subrayar un matiz, recordar una entrada o buscar una intensidad determinada. La lectura es siempre personal, pero no arbitraria, con un concepto pasional y arrebatador pero sin perder el lirismo en los momentos necesarios.

La Orquesta West-Eastern Divan es un instrumento dócil en manos del maestro y se pliega a sus solicitudes. Así se pueden escuchar sutiles pianísimos y arrebatadores tuttis. Todas las secciones respondieron con excelencia a los deseos artísticos de Barenboim. En el cuarteto solista, la soprano Marina Poplavskaya y la mezzosoprano Ekaterina Gubanova brillaron en sus breves intervenciones dejando el deseo de escucharlas más. El tenor Pavel Cernoch fue correcto en general y en particular en sus estrofa ‘Froh, wie seine Sonnen fliegen’ y el barítono Andrzej Dobber conmover en la introducción a la Oda a la alegría.

El Coro Estable del Teatro Colón, preparado por Marcelo Ayub y dirigido por José Luis Basso, se mostró conocedor profundo de la obra y con buen rendimiento general. Excelente versión de la Sinfonía ‘Coral’ para el recuerdo más vivo, con un final de apoteosis por parte del público que aplaudió por más de veinte minutos a los artistas. Una noche que recuerda al Colón de sus momentos de gloria.

jueves, 26 de agosto de 2010

I Concerti Ciani a 5 Stelle - Min Jung Baek (pianista), Stresa Festival

Foto: Stresa Festival

Renzo Bellardone

“ I CONCERTI CIANI A 5 STELLE”


Stresa - Regina Palace Hotel - Sala Tiffany - 17.agosto.2010 – ore 21,30

MIN JUNG BAEK - Pianista

La ventiquattrenne pianista coreana Min Jung Baek, fin dal primo tocco si presenta come una concertista di alto livello e spiega sia il chilometrico curriculum che la precede che il calendario degli impegni futuri che la vedrà anche impegnata in un concerto con brani di Shuman e Chopin (non casuale la scelta nel 2010 ) alla Galleria d’Arte Moderna presso la Villa Reale –Sala da Ballo-di Milano nell’ambito del prestigioso MITO (Settembre Musica). Nella Sala Tiffany esordisce con la Sonata in C Maggiore Hob XVI:50 di F Haydin, esibendo tecnica e fresca partecipazione.

Prosegue con Chopin “Grande Brillante Waltz in A flat Major, op 34 n. 1 che esegue poeticamente con i colori ed i dolci effluvi primaverili; assorta e sensibile sa dosare sapientemente tecnica ed espressività sottolineata dal sorriso che affiora quando le note si fanno più dolci. Con piglio da grande concertista attacca poi con gioia e decisione “Barcarolle” in F sharp Major op 60 per poi passare alla “Polonaise” in F sharp minor op.44. Con grande maturità sa descrivere i vari paesaggi, le atmosfere e gli status intimi del compositore che inevitabilmente sottolinea la vita con le sue difficoltà senza prescindere dalla speranza.

Con l’esecuzione di “Abbeg Variations” op.1 di R, Schumann crea atmosfera di suspense, forza e decisione: La partitura è ben conosciuta e quindi esercita buona presa sul pubblico che – convinto - alla fine del brano acclama. L’ultimo lavoro in programma è la “Chaconne” in D minore Bwv 1004 Bach- Busoni che esegue con sofferente incisività.

Con lo studio op 10 n. 4 di F. Chopin e “Un homme, une femme” dall’omonimo film, termina il concerto tra gli applausi ed i sorrisi del pubblico. La scelta di questo accostamento finale potrebbe ( a freddo) sorprendere, ma in sala l’accoglienza è molto favorevole ed il binomio tra il virtuosismo necessario all’esecuzione dello studio chopiniano e la dolcezza interpretativa del brano che è nel bagaglio dei ricordi dei meno giovani, ma comunque già ascoltato da tutti, fa vivere alla platea una positiva emozione.

miércoles, 25 de agosto de 2010

Virginia Tola brilló en Pilar Golf

Fotos: Liliana Morsia Gentileza Pilar Golf

Gustavo Gabriel Otero
En un país como la Argentina donde las iniciativas culturales no soportan el paso del tiempo la continuidad de Conciertos Pilar Golf, que ya transita su sexta temporada, es un hecho más que relevante. La inteligente dosificación del repertorio, la inclusión de los mejores artistas nacionales y el respeto por el público ya son sellos indelebles de este emprendimiento, coordinado por Graciela Nóbilo, que ofrece ocho conciertos un sábado por mes entre abril y noviembre para la gente que ha huido de la gran ciudad de Buenos Aires -para refugiarse en barrios cerrados, clubes de campo, quintas y otros de la zona norte- y que de esa forma ha logrado un equilibrio con la naturaleza y el deporte pero no con la cultura y que gracias a Conciertos Pilar Golf tiene la oportunidad de encontrar algo más tranquilidad sino también arte y del mejor. El pasado 14 de agosto, en el quinto concierto del año, se presentaron la soprano Virginia Tola y el pianista Jorge Ugartamendía en un espectáculo denominado Emociones Únicas con arias de ópera, canciones españolas y populares, comedia musical y zarzuela. Virginia Tola inició su recital con Io son l´umile ancella..., de Adriana Lecouvreur, de Cilea, en lo que podría denominarse una declaración de principios dado el texto de la bella aria donde Adriana/Tola medita sobre su condición de humilde servidora del genio creador. La correcta versión significó la entrada en clima de artista, pianista y público.

Luego con Dove sono..., de la ópera Las bodas de Fígaro, de Mozart la temperatura emocional creció ante esta interpretación de Tola, que encontró los acentos necesarios para insuflare en los pocos minutos del momento solista todo el dolor a la engañada Condesa de Almaviva. Como siempre su refinado canto fue modelo de estilo y perfección. Como es habitual en estos casos el primer movimiento de la Sonatina de Maurice Ravel, sirvió de pausa a la cantante y de lucimiento para el pianista. En este caso Jorge Ugartamendia logró, en la difícil página, superar los objetivos propuestos, demostrar su valía como intérprete y preparar para el clima francés que sobrevendría. Depuis le jour de Louise de Charpentier y el Aria de las joyas que entona Margarita en el Fausto de Gounod mostraron una Virginia Tola refinada, cálida y compenetrada con el repertorio francés. Lamentablemente allí terminó la primera parte y todo el público quedó con ganas de escuchar más. Con la segunda parte, dedicada al repertorio español, Virginia Tola se presentó con cambio de vestuario, luciendo mantón español y con otra actitud corporal. Las exquisitas Siete canciones populares de Manuel de Falla encontraron en la soprano santafecina -con interesante carrera internacional- a una intérprete de lujo que plasmó cada una de ellas con el modo y el decir exacto de cada una.

El final fue con un fragmento de la zarzuela El niño judío, de Pablo Luna, la conocida De España vengo, que llenó de luz, color y alegría al auditorio de la mano de la impecable versión de Tola. Cuatro bises fueron el regalo ante la insistencia del público y que redondearon una duración razonable a un recital de por si breve. Así pasaron por la voz y la elegancia de Tola, secundada siempre con maestría por Jorge Ugartamendía, el Tango de la Hermenegilda de la zarzuela La Gran Vía vertido con natural histrionismo, la popular Estrellita de Manuel María Ponce interpretada con delicadeza y buen gusto, un fragmento de la comedia musical My fair Lady que electrizó al público por su calidad y la sutileza de Lauretta en O mio babbino caro, de Gianni Schicchi de Giacomo Puccini. Final de una noche donde brilló el natural encanto y calidad de Virginia Tola, una soprano llamada a dar ‘emociones únicas’ en cada presentación.




La Scala en camino a Buenos Aires


MILAN, 24 (ANSA) – Mañana (por hoy miércoles 25) partirá de Milán la expedición del Teatro la Scala que, bajo la batuta del maestro Daniel Barenboim, llevará el coro y la orquesta del más célebre teatro lírico italiano a Buenos Aires, para realizar tres espectáculos en el Teatro Colón en ocasión del bicentenario de la República Argentina.


El 29 y 31 de agosto, los músicos de la Scala ofrecerán una versión en forma de concierto de la "Aida" de Giuseppe Verdi, mientras el 30 tocarán la "Misa de Réquiem", única obra de inspiración religiosa del compositor italiano.

El programa retoma en lo esencial el que fue llevado el año pasado a Tel Aviv, con la diferencia que en la ciudad israelí la "Aida" fue presentada en la puesta en escena completa de Franco Zeffirelli, mientras esta vez será un espectáculo más reducido.

Aún así, de la Scala partirán hacia Buenos Aires unas 240 personas, entre músicos, solistas, cantantes del coro y técnicos: en el cast de "Aida" figuran Ekaterina Gubanova en el papel de Amneris, Oksana Dika en el de Aida y Salvatore Licitra en el de Radames. El único cambio respecto del programa anunciado inicialmente concierne al "Réquiem", donde el tenor Fabio Sartori será sustituido por Giuseppe Filianoti, que en 2008 se peleó con los responsables de la Scala porque fue excluido de la función de estreno del "Don Carlos", aunque luego participó de los espectáculos en Tel Aviv.


Se trata de la primera vez en que la orquesta y el coro de la Scala se exhiben en el Teatro Colón. En 2001 (entre otras ocasiones), en efecto, tocó en Buenos Aires la Filarmónica (y no la orquesta) de Milán, dirigida por Riccardo Muti.

Los costos de la gira de la Scala son cubiertos por el gobierno de la ciudad, que contribuyó con unos 145 mil euros, y por Unicredit y cuatro patrocinadores: Fiat Argentina, Pirelli, Tenaris y Ghella (150 mil euros cada uno).


A esto se sumó el apoyo de la municipalidad de Milán, del Instituto Italiano de Cultura y de la embajada italiana en Buenos Aires. (ANSA)

La Scala de Milan en el Colón de Buenos Aires


Fotografías: Gentileza Teatro Colón. Originales del Teatro Alla Scala de Milán.

Ramón Jacques


El domingo 29 de agosto a las 17, el lunes 30 a las 20.30 y el martes 31 de agosto a las 20.30, el Coro y la Orquesta del Teatro alla Scala de Milán se presentarán en el Teatro Colón de Buenos Aires, dirigidos por Daniel Barenboim.

La actuación de La Scala en Buenos Aires se dará en el marco de una gira de la orquesta por Japón, Alemania y España, entre otros países, coincidirá con los 60 años del debut de Baremboim como pianista y es un homenaje de la República Italiana al Bicentenario de la Argentina, al centenario, cumplido en 2008, del Teatro Colón y a su reciente reapertura.


Los días 29 y 31 ofrecerán un homenaje a la ópera con cuyos primeros compases nació el actual Teatro Colón, hace ya más de un siglo: se trata de Aída, ópera en cuatro actos con música de Giuseppe Verdi y libreto de Antonio Ghislanzoni, basado en Camille du Locle y Auguste Mariette. Los artistas italianos la brindarán en versión de concierto, encabezando el reparto la soprano ucraniana Oksana Dyka como Aída, la mezzosoprano rusa Ekaterina Gubanova como Amneris, el tenor suizo Salvatore Licitra como Radamés, el barítono polaco Andrzej Dobber como Amonasro, Kwangchul Youn será Ramfis y Carlo Cigni interpretará a el rey de Egipto.

Mientras que el 30 de agosto el Coro y la Orquesta del Teatro alla Scala de Milán, siempre con la dirección de Daniel Barenboim, ofrecerán la Misa de Requiem para solistas, coro y orquesta de Giuseppe Verdi. Los cantantes solistas serán Marina Poplavskaya (soprano), Sonia Ganassi (mezzosoprano), Giuseppe Filianoti (tenor) y Kwangchul Youn (bajo).




Las representaciones de Aida serán funciones extraordinarias mientras que le versión del Réquiem integra el Abono Bicentenario.

Entradas en venta en la boletería del Teatro Colón, Tucumán 1171, de lunes a sábado de 9 a 20 y los domingos de 10 a 17, también puede adquirir telefónicamente al 5533-5599, o por internet en www.teatrocolon.org.ar o en www.tuentrada.com




Daniel Barenboim
Director de orquesta

Nació en Buenos Aires en 1942. A los cinco años recibió sus primeras lecciones de piano de su madre, continuando sus estudios con su padre, que luego fue su único profesor de piano. A la edad de siete años debutó en Buenos Aires. En 1952 se trasladó a Israel , junto con sus padres.
A los once años participó en clases de dirección orquestal en Salzburgo con Igor Markevich. En el verano de 1954 conoció a William Furtwängler y tocó para él. Los siguientes dos años estudió armonía y composición con Nadia Boulanger en París.
A los diez años debutó como pianista en Viena y Roma, seguido por conciertos en París (1955), Londres (1956) y Nueva York (1957), donde tocó con Leopold Stokowski. Desde entonces ha realizado giras regulares por Europa y Estados Unidos y también por Suramérica, Australia y Oriente Medio.
En 1954, Barenboim hizo su primera grabación como pianista. En los años `60 grabó los conciertos para piano de Beethoven con Otto Klemperer, los conciertos para piano de Brahms con Sir John Barbirolli y los conciertos para piano de Mozart con la Orquesta de Cámara Inglesa, en esa ocasión como pianista y director.
Tras su debut como director con la Orquesta Philharmonia de Londres, en 1967, fue requerido por las más importantes agrupaciones europeas y americanas. Entre 1975 y 1989 se desempeñó como Director Musical de la Orquesta de París, dedicándose mayormente al repertorio contemporáneo: Lutoslawski, Berio, Boulez, Henze, Dutilleux, Takemitsu y otros.
Debutó como director de ópera en 1973, en el Festival de Edimburgo, con Don Giovanni. En Bayreuth se presentó a partir de 1981 como director invitado hasta 1999, dirigiendo Tristán e Isolda, El Anillo, Parsifal y Los maestros cantores. En 1991 sucedió a Sir Georg Solti como Director Musical de la Sinfónica de Chicago, con la que ofreció conciertos en los más grandes centros musicales del mundo durante quince años. Al concluir su ciclo al frente de la orquesta, en junio de 2006, los músicos resolvieron nombrarlo su Director Honorario vitalicio. Asimismo, en 1992, Barenboim asumió el cargo de Director Musical General de la Deutsche Staatsoper de Berlín. En 2000, el organismo orquestal de dicha institución, la Staatskapelle Berlin , lo designó Director Principal Vitalicio.
Tanto en ópera como en salas de concierto, Daniel Barenboim y la Staatskapelle Berlín han adquirido un amplio repertorio de obras sinfónicas, entre las que se cuentan todas las óperas de Wagner en la sala y las sinfonías de Beethoven y Schumann. En el Festtage 2007 Daniel Barenboim y Pierre Boulez ejecutaron el ciclo completo de sinfonías de Mahler con la Philharmonie de Berlín.
Además de su repertorio de obras clásicas y románticas, Barenboim continúa dando un lugar preferencial dentro de su repertorio a la música contemporánea. Estrenó la única ópera de Elliot Carter What next? en la Staatsoper mientras que los programas de conciertos de la Staatskapelle incluyen regularmente composiciones de Boulez, Rihm, Mundry, Carter y Höller, entre otros.
En febrero de 2003, Daniel Barenboim , la Staatskapelle y el coro de la Staatsoper fueron galardonados con un Grammy por su grabación de Tannhäuser de Wagner. En marzo de 2003 ambos recibieron el Premio Wilhelm Furtwängler. Los músicos de la Staatskapelle se han involucrado activamente en la formación de una escuela de música para niños en Berlín, que fue iniciada y fundada por Barenboim en septiembre de 2005. En 2006 Barenboim fue nombrado Maestro Scaligero de la Scala de Milán, iniciando así un período de estrecha colaboración con esta casa teatral y sus agrupaciones estables.
En 1999, junto con el intelectual palestino Edward Said, estableció la Orquesta West-Eastern Divan que cada verano reúne a jóvenes músicos de Israel y de varios países árabes. La orquesta busca facilitar el diálogo entre las diversas culturas del Medio Oriente y promover la experiencia de hacer música juntos. Los músicos de la Staatskapelle Berlín han participado como profesores en este proyecto desde su fundación. En el verano de 2005 la Orquesta West-Eastern Divan llevó a cabo un concierto de significado histórico en la ciudad Palestina de Ramala, que fue transmitido por televisión y grabado en DVD. Daniel Barenboim también puso en marcha un proyecto de educación musical en los territorios palestinos que incluye la creación de una escuela de música para niños, así como una joven orquesta palestina.
A finales de octubre de 2002, Barenboim y Said obtuvieron el Premio a la Concordia “Príncipe de Asturias” en Oviedo, en reconocimiento de sus esfuerzos por la paz mundial. Ese mismo año Barenboim recibió el “Premio a la Tolerancia ” de la Academia Evangélica de Tutzing, y la Orden de la República Federal de Alemania, del Presidente Johannes Rau. En Marzo de 2004 recibió la Medalla Buber-Rosenzweig y en Mayo del mismo año obtuvo el Premio por las Artes de la Fundación Wolf , en el Knesset, Jerusalén, como así también el Haviva Reik Peace Award.
Entre las distinciones recibidas recientemente se incluyen su nombramiento en 2006 como Profesor de Poesía en la Charles Eliot Norton de la Universidad de Harvard, donde brindó seis conferencias y durante el mismo año, la obtención de los premios Kulturgroschen, Premio a la Paz de la fundación Korn and Gerstenmann y el premio Musical de la Fundación Ernst von Siemens. En 2007 fue laureado con la Medalla Goethe del Goethe Institute y se le otorgó un Doctorado Honorario en Música en la Universidad de Oxford. Fue nombrado Commandeur de la Legión d´Honneur por el presidente francés Jacques Chirac y recibió la distinción Praemium Imperiale en Japón. En septiembre de 2007 fue nombrado Mensajero de Paz de las Naciones Unidas, recibiendo el mismo año, la Medalla de Oro de la Royal Philharmonic Society, uno de los más prestigiosos honores en música clásica. En mayo de 2008 Daniel Barenboim fue nombrado Ciudadano Ilustre de la Ciudad de Buenos Aires y en febrero de 2009 fue premiado con la Moses Mendelssohn Medal por su contribución a la tolerancia y el entendimiento internacional.
Barenboim ha publicado una autobiografía titulada Una vida en la música; Paralelos y Paradojas, escrito con Edward Said; Todo está conectado, (2008) y, recientemente en colaboración con Patrice Chéreau, Dialoghi su musica e teatro. Tristano e Isotta
Esta es la novena temporada en que Daniel Barenboim se presenta en Buenos Aires convocado por el Mozarteum Argentino. Su primera visita fue en 1980, junto a la Orquesta de París, de la cual era director titular. Retornó en 1989 para interpretar las Variaciones Goldberg en dos recitales en el Teatro Colón. En 1995 se presentó al frente de la Staatskapelle de Berlín y en dos recitales de piano dedicados a Beethoven, Schönberg y Brahms. Su regreso, para la Temporada 2000 del Mozarteum, fue también en ambas funciones de director y solista, ofreciendo un programa dedicado a Debussy, Falla, Mahler, Bruckner y Mozart al frente de la Sinfónica de Chicago e interpretando como pianista obras de Beethoven, Mozart y Albéniz en un recital en el cual celebró los cincuenta años de su debut pianístico en Buenos Aires. En 2002, a través de ocho conciertos, interpretó el ciclo integral de las sonatas para piano de Beethoven, y en 2004, también en el escenario del Teatro Colón, ofreció su versión de los dos libros de El clave bien temperado de Bach.
Su primera visita junto a la Orquesta West-Eastern Divan se produjo en el año 2005, con obras de Mozart, Beethoven y Mahler. Finalmente, durante la temporada 2008 del Mozarteum Argentino, Daniel Barenboim ofreció junto a la Staatskapelle de Berlín programas compuestos por obras de Schönberg y Bruckner, brindando además en dicha oportunidad dos funciones extraordinarias, una de ellas, dedicada a Wagner y Mahler, en el Luna Park, celebrando el centenario del Teatro Colón, el cual se hallaba cerrado por los trabajos de restauración.
Su visita de este año reviste un carácter especial por tratarse en esta ocasión de una triple celebración: la adhesión al Bicentenario de la Revolución de Mayo, la reapertura del Teatro Colón y el festejo del 60º aniversario del debut de Daniel Barenboim en Buenos Aires, cuando sorprendió con tan sólo ocho años de edad al público argentino.

domingo, 22 de agosto de 2010

Emanuele Carlo Vianelli (Organo) - Chiesa di San Maurizio, Gignese (Verbania)

Foto: Chiesa di San Maurizio a Gignese - Piemonte; Marco Ferrari

Renzo Bellardone


GIGNESE (Verbania) - Chiesa di San Maurizio Lunedì 16 agosto 2010 ore 21,00

Maestro EMANUELE CARLO VIANELLI - Organo

La Chiesa Parrocchiale di San Maurizio (secolo xv) in Gignese conserva le spoglie di San Desiderio martire e nella cantoria vanta l'organo a due tastiere opera egregia della ditta Mascioni di Cuvio costruito in pieno periodo bellico (1940); inaugurato dall’allora Decano del Duomo di Milano Renato Fai, ha visto musicisti di chiara fama alternarsi alle tastiere. Anche Emanuele Carlo Vianelli ha mosso i primi movimenti delle mani e dei piedi sulla doppia tastiera di questo solenne e maestoso “organo sinfonico” che ha talmente tanti e variegati suoni da poterlo realmente paragonare ad una intera orchestra sinfonica, sia per calore che per colore. Il Maestro Concertista è docente presso la Civica Scuola di Musica di Milano ed il Pontificio Istituto Ambrosiano, titolare di Cattedre di Organo, Teoria e Lettura della Musica presso il Liceo Musicale di Varese, Maestro collaboratore presso la Scuola dei Fanciulli Cantori e la Cappella Musicale del Duomo di Milano, dove dal 2005 è stato nominato titolare ai grandi organi. Il programma eclettico propone partiture Barocche trasfigurate da Ulisse Matthey ed inizia con la Sonata in Re maggiore di Baldassarre Galuppi che, composta per clavicembalo, assume toni di straordinaria modernità, lasciando solo trasparire l’impianto barocco. Il limpido suono dell’organo Mascioni (1940) si riconferma con l’adagio in sol minore di G.B.Grazioli esaltato dalla sonorità del flauto che sovrasta tutti gli altri suoni: molto evocatrice, la sonata fa immaginare (evocazione sensoriale) colloqui e dichiarazioni di affetti tormentati , come visto in certa filmografia francese (Un homme, une femme) Con la Toccata in Sol minore di A. Scarlati la completezza armonica offre un brano sinfonico e contemporaneo che incide nel profondo per poi emerge prepotentemente in un suono da clavicembalo, che improvvisamente ed inaspettatamente finisce tronco. Lasciato il Mondo Barocco rivisitato, il Maestro Vianelli esegue composizioni del M° Marco Enrico Bossi (amico di Pascoli, D’Annunzio, Puccini, Duse, stimato da Verdi e da tutto il mondo culturale e musicale dell’epoca) offrendo l’esecuzione dell’ “Ave Maria”: insolita scrittura che più che sacra appare intima e da meditazione con forti accenti introspettivi; seguono “Momenti Francescani” in tre movimenti che raccontano le tappe salienti della vita di San Francesco d’Assisi.

“Fervore”, il primo dei tre movimenti, fa realmente pensare ad una grande orchestra sinfonica dove la musica prende e lascia, tende e distende fino al coinvolgimento “tendineo e nervoso” dell’uditore che implacabilmente avverte il dibattersi interiore fino al gioioso inno esaltante l’elevazione spirituale satura di luminosità. Il secondo movimento “Colloquio con le rondini” è il più facile all’ascolto in quanto “l’imitazione della voce delle rondini e degli uccelli” è di immediata e sconvolgente percettibilità. Il terzo movimento “Beatitudine” è l’esaltazione del sentimento che solenne seppur umilmente segna il colloquio del frate con “Sora Morte”, con la terrena confessione di umane sofferenze che conduce alla strada verso l’infinito, rilucente della certezza della speranza: musicalmente è un momento particolarissimo in quanto i suoni che partono dall’organo si irradiano per tutta la chiesa e riecheggiando creano l’effetto di diversi strumenti posizionati nei vari angoli dell’edificio…(inevitabile il rimando alle orchestre degli inferi e degli angeli nell’”Orfeo” di Monteverdi). Con le “Improvisation” op.134b che Bossi improvvisò alla fine della cerimonia nuziale della figlia e che trascrisse solo il giorno successivo il concertista fa cantare l’organo con festosa e solenne religiosità ed il trionfo maestoso che ne scaturisce ben si confà all’immagine di San Maurizio a cavallo, che sovrasta l’altare ed il quadro della deposizione di Cristo del pittore Gambini.

miércoles, 18 de agosto de 2010

Cavalleria Rusticana y Pagliacci en Lima Peru

Fotos: Foto de Pepe Sialer, Javier Espichán y Javier Súnico.

Gonzalo Tello (Opera Peru)

La asociación Romanza estrenó este jueves su temporada de ópera del 2010. Esta temporada presenta cuatro títulos cortos del estilo verista de los compositores Pietro Mascagni, Ruggiero Leoncavallo y Giacomo Puccini en dos programas dobles. En este primer programa vimos después de muchos años juntas, la dupla “Cavalleria Rusticana / Pagliacci”. “Pagliacci” fue montada por Prolírica hace no muchos años sobre el mismo escenario y la que aun es de recuerdo reciente.

El encargo de esta producción cayó sobre el argentino
Carlos Palacios, director de escena con gran experiencia en el Teatro Colón y en importantes teatros europeos. Su visión de “Cavalleria Rusticana” ilustra una escenografía tradicional y una puesta respetuosa de las tradiciones de la trama, donde existen códigos de conducta que una versión fuera de época y contexto podría confundir y afectar su efectividad teatral. La acción teatral durante la obra está presente permanentemente, incluso durante el preludio, destacando desde el inicio el amor prohibido entre Turiddu y Lola, y los celos de Santuzza, motor que mueve la trama. Colores sobrios en la escenografía, iluminación muy bien manejada y movimientos coordinados con el ritmo de la música se destacan en esta producción. Sobre todo por la disciplina de los artistas sobre el escenario, y por el esfuerzo en los detalles de la escenografía, a cargo de Pepe Sialer, la cual esta muy bien lograda y superando trabajos anteriores.

La italo-argentina
Maria Luján Mirabelli llega a Lima con una de sus grandes creaciones, el de Santuzza, con las que ha logrado grandes elogios en otros teatros. Su entrega al personaje lo deja a uno sin aliento, con una voz potente en el medio y desgarradora en los agudos. El dúo con Turiddu llega a niveles de excelencia gracias a su entrega y dedicación. Es un nivel de interpretación de tal nivel dramático que sus videos en youtube no logran captar. El tenor Andrés Veramendi, como Turiddu, se corona como nuestro más importante talento en ascenso. Este rol muy exigente necesita de un tenor que domine una técnica complicada, tenga el físico necesario para cantar y actuar desmedidamente y salir airoso tanto en el brindis como en el aria del adiós a la madre. Veramendi luce mucho más atlético y suelto, demuestra una dedicación al trabajo escénico y vocalmente supera las expectativas. El barítono italiano Giuseppe Altomare vuelve a triunfar en el Segura con una presencia imponente y vocalidad estupenda como Alfio. Su escena más destacada es el dúo con Santuzza, donde da rienda suelta a sus grandes capacidades canoras y con mucha elegancia en el fraseo. Grata sorpresa causa la reaparición en Lima de la mezzosoprano peruana Jimena Llanos, radicada en Italia desde hace varios años, y que vuelve a los escenarios locales en esta producción en el rol de Lola. La pastosidad de su voz es muy interesante, y se nota madurez y dominio en su instrumento. Escénicamente es efectiva, elegante y demostrando experiencia de tablas. Seguramente sería una “Carmen” muy interesante en el futuro cercano.

Completa el reparto la joven mezzo
Rosangela Merino, en el corto pero importante rol de mama Lucia. Totalmente a la altura de sus colegas y con una actuación convincente de inicio a fin. Es una voz muy interesante a la que deben abrírsele más espacios pronto. El maestro Enrique Ricci es fiel a la tradición de esta partitura, la cual conoce muy bien. Logra un buen trabajo con la orquesta Ciudad de Lima, la cual suena bien afinada, con volúmenes y matices interesantes. Seguramente ese sonido y la precisión en entradas y salidas irán mejorando conforme pasen las funciones. El único punto flojo viene del órgano, el cual estando en el foso produce un sonido muy fuerte, tanto en el “Innegiammo” como en el “intermezzo”.

El Coro “Ciudad de Lima” que dirige Javier Súnico logra imponerse ante tan difícil partitura. Destacan sobre todo en la muy emotiva y muy bien lograda escena de la procesión al templo. Teatralmente se nota un progreso en el trabajo, lo cual, he repetido muchas veces, es muy importante pues cualquier desorden o descoordinación siempre son percibidas y afectan a la trama. Bien por este grupo. También el Coro Nacional de niños dirigido por Mónica Canales merece reconocimiento por su correcta participación y muy buena disposición y soltura en sus actuaciones. Por el lado de "Pagliacci" vemos una puesta bastante diferente a la anterior "Cavalleria": Una puesta ambientada en algún punto de los años 1940. Algo que se aprecia desde el inicio. La escenografía llena completamente el escenario y también hay gran movimiento escénico, que junto al gran acabado de los vestuarios, pintan una imagen destacada.

La gran sorpresa para nuestro publico la da el tenor chileno
José Azócar, quien interpreta a Canio. Voz de tenor lírico hacia dramático, remueve el Segura con tal potencia y precisión que conmueve sobremanera tanto en su "ridi Pagliaccio" asi como al final en su gran escena de celos. Seria una gran acierto no perderlo de vista y volverlo a considerar en Lima para roles como el de Otello o Manrico en el futuro.

La soprano chilena y estrella de la temporada,
Verónica Villarroel, nos muestra no sólo uno de sus roles mas emblemáticos sobre los principales teatros del mundo, sino el por qué es tan considerada y admirada: Teatralmente se muestra entregada a su rol con un gran derroche histriónico corriendo de un lado al otro, luchando y amando al resto de personajes de manera realista y tosca, fiel al personaje de Nedda, una mujer poco educada y vida de la calle. Consigue encontrar una gran química con el barítono peruano José Sacín, en el rol de Silvio. Ambos logran conmover al público y levantar la ternura de la misma música. Elogios miles para esta actriz-cantante que trae su experiencia a nuestro teatro. Sacín sobre el escenario es elegante y logra buenos resultados, apoyado por la figura de Villarroel en su corto papel. Altomare vuelve a comerse al público con un extraordinaria interpretación del Prologo y en un rol tan detestable como el de Tonio. Altomare es bien considerado en nuestro teatro y esperemos volverlo a ver en un protagonico, como "Macbeth", pronto.

El tenor peruano José Marino destaca con una correcta interpretación como Arlecchino y como Beppe durante la primera escena. Tanto orquesta como los coros logran destacar de buena manera ante una obra que puede ser mas exigente que "Cavalleria". Un gran acierto de la producción es la de unificar ambos actos de Pagliacci en uno solo. De esta forma se le da mas unidad y similitud al formato de "Cavalleria" y no se dilata la salida del público del teatro. En resumen, esta “Cavalleria Rusticana / Pagliacci” desborda expectativas y aporta mucho a mejorar cada vez más la calidad de nuestras producciones locales. Algo en lo que se debe estar siempre alerta.

http://www.operaperu.com