Foto: Cory WeaverRamón
Jacques
Così fan tutte, ossia La scuola degli amanti
K.588, opera buffa in
due atti di Wolfgang Amadeus Mozart, con libretto di Lorenzo Da
Ponte, che debuttò nel gennaio 1790 al Burgtheater di
Vienna, è tornata sul palcoscenico della Lyric Opera of Chicago otto
anni dopo le sue ultime rappresentazioni qui nella stagione 2018. Sebbene l'opera non sia mai stata considerata una
delle opere preferite o più popolari dei teatri
statunitensi, è possibile vederla in programma con una certa regolarità in questo paese. L'opera fece il suo ingresso
nel repertoriostatunitense nel 1922, al
Metropolitan di New York, e a Chicago fu vista per la prima volta nel novembre 1959. La produzione scenica utilizzata in
questa occasione ha avuto origine alla San Francisco Opera e fa parte
della commissione che quel teatro aveva affidato, tra il 2019 e
il 2021, al regist canadese Michael
Cavanagh, scomparso inaspettatamente nel marzo 2024, il quale
aveva ideato tre concezioni distinte e originali
per la trilogia mozartiana-Da Ponte, ispirandosi a diversi periodi storici degli Stati Uniti, ma ponendo un accento
particolare sull'architettura coloniale che si trova
prevalentemente nella regione del New England, nel nord-ovest degli
Stati Uniti. Il pubblico, e chi scrive questo testo, che ha avuto l’opportunità di vedere le tre diverse messe in scena di
Cavanagh, concorderà nel sottolineare che in ciascuna delle tre opere spicca
l’uso di una facciata in marmo bianco con colonne, adattata
all’epoca in cui Cavanagh ha ambientato ogni storia.
Così, Le
Nozze di Figaro si svolgono durante gli anni della rivoluzione americana; Don Giovanni, con la
stessa messa in scena, ma in un futuro distopico e incerto,
dove regnano la decadenza, la distruzione, la rovina e il caos; e infine in Così fan tutte la storia è ambientata negli anni Trenta del secolo scorso, nel lussuoso ed esclusivo club
sportivo Country Club Wolfbridge, di cui Don Alfonso è l'amministratore, e i
quattro protagonisti, che ne sono membri, praticano spensieratamente attività sportive in palestra, oltre a praticare
la scherma e a giocare a ping pong e a tennis, o
semplicemente a prendere il sole a bordo piscina. Giardini lussureggianti e alberati, piscine e saloni fanno parte
dell'allestimento; immagini di splendidi paesaggi, boschi e scene
di tramonti e albe proiettate sullo sfondo del palcoscenico rendono
la scena molto attraente e incantevole. Durante l'ouverture,
sul sipario sono state realizzate diverse proiezioni in cui si vedeva come
venivano redatti a mano gli inviti per partecipare alle attività e
agli eventi del club, oltre a immagini delle
planimetrie architettoniche delle strutture. Lo stesso sipario è stato utilizzato per tutta la durata dello spettacolo, quando
scendeva per isolare I solisti tra l’oscurità e il
proscenio, creando momenti di intimità o introspezione, in particolare durante l’esecuzione di ciascuna delle loro importanti
arie. Lo stesso Cavanagh si è occupato della creazione delle
scenografie e delle proiezioni insieme a Erhard Horm.
Non si possono tralasciare i vari ed eleganti costumi, sia sportivi che di abbigliamento, allusivi agli
anni Trenta, così come gli stravaganti cappotti utilizzati dai due
giovani albanesi, di cui si è occupata Constance
Hoffmann; le luci – vitali in questa messa in scena e
ottimamente realizzate– sono state curate da Jane Cox. Per questa ripresa, la regia è stata affidata
a Roy
Lallo, il quale, basandosi sulle linee guida di Cavanagh, ha ritratto una
società di personaggi che, nonostante avessero attraversato il
periodo della grande depressione economica del 1929, a causa della loro agiata
posizione economica e dei loro privilegi si comportavano come persone banali, inesperte e inconsapevoli della realtà di ciò
che accadeva nel mondo esterno, dando priorità al materialismo
e alle apparenze; per cui, più che una scommessa tra i due
gentiluomini con Don Alfonso, si trattava di un gioco che cerca di generalizzare e controllare il comportamento delle donne,
con una certa dose di misoginia, in modo tale che Lallo è
riuscito a riprodurre atteggiamenti, visioni e intolleranza simili a
quelli di qualsiasi alta società odierna.

La sua visione era diretta, ed è riuscito a plasmare e trasmettere il suo
messaggio, senza tralasciare il candore e l’umorismo naturale
contenuti nella storia, ma ricorrendo spesso a un’inutile
esagerazione, a battute pesanti e a cliché, visti e ripetuti fino alla nausea, apparentemente difficili da eliminare o da presentare
in altro modo quando si affronta questo titolo. Per queste
rappresentazioni di Chicago, si è fatto ricorso a un buon cast di
cantanti che ha combinato la giovinezza e il talento di alcuni con l’esperienza e la padronanza del palcoscenico di altri.
(Vale la pena menzionare che questa produzione è stata
recentemente messa in scena dalla Los Angeles Opera nel marzo del
2025, e i personaggi di Don Alfonso, Despina e Ferrando sono stati
interpretati dagli stessi cantanti scelti qui). Inizierò
menzionando il tenore Anthony León,
che ha mostrato una voce ricca di
ampie qualità da tenore di grazia, con una vocalità duttilissima carica di
musicalità e buon gusto, e che, nonostante
non di ampio volume, ha saputo gestirla e proiettarla in modo adeguato,
nell’ampia sala che è la Lyric Opera. León ha interpretato un Ferrando che ha
suscitato entusiasmo per la sua performance vocale e per la varietà di
sfumature e colori. Da
parte sua, il baritono Ian
Rucker ha dimostrato sicurezza, chiarezza edeleganza
scenica e vocale nel ruolo di Guglielmo, con la sua voce ricca di corpo e musicalità. Al suo debutto locale, il
soprano Jacquelyn
Stucker, un altro dei tanti talenti statunitensi che hanno fatto carriera
soprattutto sui palcoscenici europei e che quindi sono poco conosciuti
nel loro paese, ha conquistato il pubblico nel ruolo di Fiordiligi, muovendosi con naturalezza e franchezza sulla
scena, mostrando tempra vocale, nitidezza, musicalità e cadenza
nella sua voce, specialmente nel virtuosismo e nell’abilità
canora che ha impresso alle sue arie. Al suo debuttoamericano, il mezzosoprano
italiano Cecilia
Molinari ha esibito un canto moltoraffinato e, sfoggiando
una voce scura e vellutata, è riuscita a trasmettere dolcezza e drammaticità; sul palcoscenico ha
interpretato una Dorabella sicura, capricciosa, volubile
ma credibile. L'esperienza scenica è stata apportata dal baritono Rod
Gilfry, un veterano di mille battaglie, che ha offerto una
buona interpretazione nel ruolo del vecchio e malizioso
Don Alfonso, con voce ferma e sicura, sebbene si tratti di
un personaggio privo di passaggi vocali di rilievo escenicamente ha
generato nel pubblico un po' di fastidio e di noia; stessa situazione per l’esperto soprano portoricano Ana María Martínez, che è riuscita a tratteggiare in modo plausibile il suo personaggio grazie alle
buone qualità canore che ancora possiede, anche se è evidente
che, per il repertorio interpretato nella sua carriera, sembra mancare di verve comica,
per cui la sua Despina è apparsa priva
dell’animazione, della vivacità e della malizia che il personaggio
richiede, cadendo nei
cliché così ripetuti per questo personaggio che deve diventare medico e notaio.
Nella versione ascoltata in questa
rappresentazione, attenendosi alla partiture originale, sono state
reinserite arie che normalmente vengono omesse dai teatri,come l’aria del
secondo atto di Ferrando (Ah, Lo Veggio!) e (Tradito,
schernito), l’aria
del secondo atto di Dorabella ('È amore un ladroncello') o l’aria meno
conosciuta di Guglielmo (“Rivolgete a lui lo sguardo”). Insomma, l’allestimento è stato ben concepito, suscitando nel pubblico
l’interesse a riflettere sui temi citati, nonché sulla
disconnessione di certe persone privilegiate di ogni società che vivono e
abitano in un mondo appartato diverso da quello della gente comune. Non vorrei insistere su questo, ma rimango in attesa
di assistere a una produzione di Così fan tutte
che riesca a valorizzare efficacemente la comicità e l’ironia
intrinseche alla trama, evitando una recitazione
eccessivamente carica di sovrarecitazione e gag ripetitive che appaiono csistere
in un manuale di indicazioni su cui si basano tutti i registi. Il coro, diretto dal maestro Michael Black,
ha dato prova di professionalità e partecipazione, e quando
richiesto, sul palco c'erano anche membri del club e partecipano alle attività
sportive. Sul podio, il maestro Enrique Mazzola,
che ricopre la carica di direttore musicale del teatro, ha diretto con
sottigliezza, precisione e ampia considerazione per le voci, estraendo dai
musicisti dell’orchestra quella qualità orchestrale così caratteristica e
riconoscibile nelle partiture di Mozart, creando una sensazione di contagiosa
soddisfazione, gioia e piacere per gli ascoltatori. Molti applausi ed entusiasmo
da parte del pubblico che ha premiato gli artisti di questa produzione, nonostante
le visibili defezioni che si sono verificate negli intervalli, per uno spettacolo
che si è protratto a lungo.


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