jueves, 13 de agosto de 2009

Maurizio Pollini - Teatro alla Scala, Milano

Fotografie :Maurizio Pollini - Marco Brescia - Teatro alla Scala

Massimo Viazzo
Durante la “ripresa” nel primo movimento della Sonata op.31 n.2 ci sono un paio di recitativi la cui pedalizzazione originale ha messo in difficoltà schiere di giovani pianisti. E’ chiaro che il pianoforte si è evoluto. La “risonanza” ai tempi di Beethoven non può essere equiparata a quella che si ottiene oggi col pedale destro di uno Steinway Grancoda. Si tratta di una decina di battute in cui il pedale dovrebbe essere tenuto giù ininterrottamente, con l’inevitabile rischio, data la fluidità armonica, di minare la chiarezza del dettato musicale. Ebbene, la cifra tecnico-espressiva dell’interpretazione del grande pianista milanese nel primo recital del suo “progetto” scaligero va ricercata proprio qui. Usando il pedale in modo virtuosistico, e anche illusionistico, giocando con le risonanze (e le dissonanze!), Maurizio Pollini è riuscito a creare la percezione di un mondo “altro”, un mondo sonoro primigenio, quella pangea originaria sulla quale la spoglia melodia della mano destra stagliandosi, quasi galleggiando, prendeva vita. Ma anche l’inizio della “Tempesta”, il celebre arpeggio di la maggiore, mai l’abbiamo sentito così in pianissimo nascere dal silenzio, quasi un primo vagito, forse l’inizio della musica stessa? Chissà… Certo che Pollini dopo un interpretazione molto rigorosa, dritta come un fuso, ma non scevra di piccole ed entusiasmanti variazioni agogiche -vedi il piccolo rubato tra le prime due note del secondo tema del primo movimento- farà ripiombare la musica, siamo alle ultime battute della sonata, nel silenzio dell’assoluto con un impalpabile arpeggio di re minore sfuggente e quasi indistinto, risonante nell’infinito.

Vien certo da riflettere, ma la lezione di Pollini questa sera è andata ben oltre il messaggio musicale in sé. Questa sensazione ha pervaso anche l’esecuzione lucidissima dell’”Appassionata”. La stretta dell’ultimo tempo, mai staccato in modo così rapido e vorticoso, ci ha fatto sfiorare la vertigine dell’ignoto, quasi una sfida nella sfida. Sfida del pianista con se stesso naturalmente, non certo nei confronti del pubblico! E che dire infine dell’amatissima Deuxième Sonate di Pierre Boulez. Quanti sono i pianisti al mondo che la suonano a memoria? Dirò di più. Se è quasi normale sentire un pianista mugolare accompagnandosi con la voce mentre suona le melodie beethoveniane, che ne dite se un’analoga cantilena la si ascolta schietta, ma anche tenerissima quasi a tutela dell’eruzione compositiva bouleziana? Tutto sembra semplice in questa esecuzione, spontaneo, oserei dire “normale”. Il difficile diventa comprensibile, l’oscuro diviene conosciuto. La destrutturazione della sonata classica perseguita con rigore dal compositore francese non potrebbe trovare oggi interprete più convincente. Maurizio Pollini è riuscito nell’iperbolica operazione di smussare la distanza temporale e culturale tra i due autori in programma. Non vorrei essere frainteso: Beethoven non suonava come Boulez né tantomeno Boulez suonava come Beethoven, ma di certo i capolavori eseguiti questa sera si sono alimentati a vicenda in uno stimolante gioco di specchi con sempre nuove e sorprendenti rifrazioni. Alla fine pubblico entusiasta ripagato da due adorati Préludes debussyani.

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