viernes, 30 de noviembre de 2018

Estreno mundial de Fin de Partie de György Kurtág en el Teatro alla Scala de Milán


Foto: Brescia e Amisano

Massimo Viazzo

“Es la première más importante de los últimos veinticinco años y lo será en los siguientes veinticinco” y “Es la velada musical más importante de mi vida” – así es como Alexander Pereira, el sobreintendente del Teatro alla Scala definió la primera representación mundial de Fin de Partie de György Kurtág. En efecto, se trata de una obra de gran relevancia para el compositor húngaro, que a la edad de 92 años compuso su primera ópera lírica, como para el teatro musical tout court, estando esta obra, por su calidad intrínseca, destinada a entrar permanentemente en el repertorio, algo muy raro para las obras de los compositores de nuestros días. Fin de Partie trata sobre el texto homónimo de Beckett, no completamente musicalizado (de hecho, los super títulos se refieren a la obra como “scènes et monologues”) aunque utiliza las palabras del dramaturgo irlandés. Becket expresó en múltiples ocasiones el deseo de que sus dramas no fueran musicalizados, pero Alexander Pereira no se dio por vencido y trabajando junto a Kurtág y la Fundación Beckett terminó por ‘vencer la partida’. La ópera esta divida en 14 partes y dura cerca de dos horas sin intervalos, solo algunos breves cambios de escena. En realidad, la escena no cambia radicalmente, reproduciéndose sobre el escenario la estructura de una casa que se encuentra dentro de la habitación en la que se desarrolla la acción.  En la practica se trata de una casa vista al mismo tiempo desde el interior y el exterior, creada por el director de escena libanes Pierre Audi.  Durante los cambios de escena solo se modificaba la perspectiva, la iluminación, y la disposición de los pocos elementos escénicos utilizados. Kurtág profundizó en cada detalle, en cada particularidad del texto y en cada inflexión de la palabra (utilizando el francés como en la pieza teatral original). ¡Es un campeón del aforismo! La orquesta en el foso estuvo grandiosa, pero fue utilizada siempre como un instrumento de cámara con fragmentos de poesía, sonidos destilados con rara fineza, tiras temáticas y tonalidades, una tras otra, como un rompecabezas, en el estrujante y amargo epilogo orquestal. Es inútil subrayar que el elenco estuvo extraordinariamente envolvente en una ópera tan compleja que nunca fue irritante o falsamente provocadora. Recuerdo a los solistas de canto también como actores perfectos: Frode Olsen (Hamm), Leigh Melrose (Clov), Hilary Summers (Nell) y Leonardo Cortelazzi (Nagg), quienes trabajaron intensamente durante tres años con el compositor.  Muy atento y concentrado estuvo Markus Stenz, en la conducción de la Orquesta del Teatro alla Scala, manteniendo bajo control la difícil partitura con pericia y convicción.



Elektra de Strauss en el Teatro alla Scala de Milán


Foto: Brescia e Amisano

Massimo Viazzo

Cuatro años después vuelve a la escena scaligera la aclamada Elektra de Patrice Chéreau, el último espectáculo firmado por el director francés antes de morir, ya convertido en clásico, y que fue creado para Aix-en-Provence en el 2013 y estrenado en Milán al año siguiente.  Como ya se ha escrito en diversas columnas, esta Elektra muestra toda la peculiaridad distintiva del conocido director del otro lado de los Alpes, sobre todo la de llevar el mito al mundo real, un mundo angustiante y atormentado en el que la visión psicoanalítica es preponderante.  Las tres mujeres protagonistas de la obra maestra de Strauss habitan en un ambiente claustrofóbico, en un palacio-prisión limitado por altas paredes grises cerradas en el fondo por una especie de ábside.  Dentro de este ambiente atemporal y sofocante se consuman las hirientes pasiones y la estimulante histeria que permite la trama.  En esta ocasión, el montaje fue repuesto por gran y minucioso cuidado por Peter Mc Clintock. La dirección orquestal le fue confiada al experto Markus Stenz (quien sustituyó de ultimo minuto al indispuesto Christoph von Dohnànyi) quien condujo a la óptima orquesta del Teatro alla Scala con un modo muy analítico y lucido. El elenco con las tres protagonistas femeninas fue de alto nivel, Ricarda Merbeth (Elektra), Waltraud Meier ((Klytämnestra) y Regine Hangler (Chrysothemis), quienes electrizaron al publico en sus formidables duetos, siempre determinadas, precisas, como también matizadas en la búsqueda de las emociones mas recónditas, y cantando siempre sin guardarse nada. Gran carisma escénico y vocal tuvo el Oreste de Michael Volle, mientras que no más que correcto estuvo el Egisto de Roberto Saccà. Un indiscutido éxito para la Scala en este cierre de temporada.


Fin de Partie di György Kurtág - Teatro alla Scala


Foto: Brescia e Amisano

Massimo Viazzo

“La première più importante degli ultimi venticinque anni e dei prossini venticinque” e “La serata musicale più importante della mia vita” - così Alexander Pereira, sovrintendente del Teatro alla Scala, ha definito la prima rappresentazione mondiale di Fin de Partie di György Kurtág. In effetti si tratta di un lavoro di grande rilevanza sia per il compositore ungherese, che all’età di 92 anni compone la sua prima opera lirica, sia per il teatro musicale tout court essendo questo lavoro, per qualità intrinseche, destinato ad entrare stabilmente in repertorio, cosa rarissima per le opere composte ai giorni nostri. Fin de Partie è tratta dall’omonimo testo beckettiano, qui musicato non completamente (infatti il sottotitolo dell’opera riporta: “scènes et monologues”) ma esattamente utilizzando le parole del grande drammaturgo irlandese. Beckett aveva espresso più volte la volontà che i suoi drammi non fossero trasposti in musica. Ma Alexander Pereira non si è dato per vinto, e ha lavorato ai fianchi sia Kurtág che la Fondazione Beckett e alla fine ha” vinto la partita”. L’opera è suddivisa in 14 parti. La durata è di circa due ore senza intervalli, ma solo brevi cambi scena. In realtà la scena non cambia radicalmente, essendo in palco riprodotta la struttura di una casa, che si trova all’interno dell’abitazione in cui si svolge la vicenda. In pratica una casa vista contemporaneamente dall’interno e dall’esterno quella predisposta dal regista libanese Pierre Audi. Durante i cambi scena si modificano solo la prospettiva, le luci, la disposizione dei pochi elementi scenici. Kurtág scandaglia ogni dettaglio, ogni particolare del testo, ogni inflessione della parola (usa il francese come nell’originale teatrale). E’ un campione dell’aforisma. L’orchestra in buca è grandiosa, ma viene sempre usata come fosse uno strumento da camera: frammenti di poesia, suoni distillati con rara finezza, brandelli tematici e tonali che si susseguono come in un puzzle che trova la quadratura nello struggente e amaro Epilogo orchestrale.  Inutile sottolineare che il cast è stato straordinariamente coinvolgente in un’opera così complessa ma mai irritante o falsamente provocatoria. Ricordo i solisti di canto in questo caso anche perfetti attori: Frode Olsen (Hamm), Leigh Melrose (Clov), Hilary Summers (Nell) e Leonardo Cortellazzi (Nagg), che hanno lavorato alacremente tre anni con il compositore. Attentissimo e concentrato, Markus Stenz, alla guida dell’Orchestra del Teatro alla Scala, ha tenuto sotto controllo la difficile partitura con perizia e convinzione.

Due Meloni/Rebaudengo - Teatro Coccia di Novara


Foto: Teatro Coccia di Novara

Renzo Bellardone

Un clarinetto, un pianoforte ed un libraio scrittore che legge? E’ invitante? Non so! La curiosità però è forte e dall’alto della mia incrollabile forza, cedo alla curiosità, che risulterà appagata insieme allo spirito indagatore e ricercatore. DUO MELONI/REBAUDENGO – Teatro Coccia Novara 27 nov. 2018 Fabrizio Meloni – clarinetto Andrea Rebaudengo – pianoforte Con Alessandro Barbaglia, libraio e scrittore Programma: F. Sebastiani Parafrasi da concerto su temi di Norma di V. Bellini F. Sebastiani Parafrasi da concerto su temi della Semiramide G. Rossini F. Liszt Parafrasi sul Rigoletto di G. Verdi (pianoforte solo) C.m von Weber Gran duo concertante per clarinetto e pianoforte F. Poulenc. Sonata per Clarinetto e Pianoforte.

Berna è una città fredda e l’amico ebreo che vive con me, che sono una lampada da studio, sente questo freddo, ma  pensa in musica, perche noi diveniamo dalla musica, perché l’universo è musica. Con questa riflessione che ho sintetizzato al limite del comprensibile, l’ottimo interprete –libraio e scrittore che ha un bosco vicino al lago d’Orta- Alessandro Barbaglia, lasciando planare i fogli ad uno ad uno dopo la lettura, ha introdotto il concerto parlando del Pensare in Musica, che è il titolo del gradevole concerto offerto subito dopo da Fabrizio Meloni al clarinetto e Andrea Rebaudengo al pianoforte. Casta Diva in parafrasi da concerto sui temi di Norma di Vincenzo Bellini, apre il concerto e la dolcezza del flauto  dello scaligero Fabrizio Meloni  pervade di sensibilità in modo soffuso ed accogliente, che arriva alle agilità quasi in punta di piedi, tanto è  raffinata l’interpretazione. Ed il pianoforte di Andrea Rebaudengo non è da meno sia per agilità che per ricercata interpretazione. Questi alla seconda proposta che prevede arie dalla Semiramide di Rossini  offre un tappeto dai colori ora tenui ora vividi su cui si appoggia la voce del clarinetto ricca di ricercate agilità. La parafrasi su Rigoletto di Giuseppe Verdi è lasciata al solo pianoforte che da Bella figlia dell’Amore si sviluppa in virtuosismi senza spettacolarità, incentrandosi invece sulle sostanziali vibranti emozioni. Incontrando Weber, incontriamo altre sonorità, forte espressività ed intimismi profondi che esplodono poi con le variazioni al finale. Con Poulenc ha il sopravvento la prorompente modernità dai colori contrapposti che si accarezzano con piacere, per l’offerta quasi sotto voce che va a disperdersi nello spazio, tra silenzi e le  impennate descrittive di un movimento giocoso. I bis gradevolissimi sono la Ninna nanna di Emanuele Pedrani  contrabbassista in Scala e poi l’avvolgente Oblivion di Astor Piazzolla. Stavo dimenticando di raccontare che all’inizio del secondo tempo è ritornato sul palco Alessandro Barbaglia che parlando di suoni del violino, di equazione di Dio, di geometria, di fisica, di matematica alla fine ha ammesso che stava parlando della teoria della  relatività e che l’amico era Albert Einstein!





Enrico di Borgogna di Donizetti – Donizetti Opera Festival 2018


Foto: Rota

Renzo Bellardone

Nuovo allestimento e produzione della Fondazione Teatro Donizetti in coproduzione con la Fondazione Teatro La Fenice di Venezia Diciamo che l’espediente del ‘teatro nel teatro’ è cosa vista e rivista, ma in Enrico di Borgogna al Donizetti Opera Festival 2018, l’illuminata regista  Silvia Paoli, non creato un giochino da nulla, ma anzi ha saputo ricreare un’atmosfera molto particolare che io amo molto: l’atmosfera del backstage, che in questo caso è stata riportata in frontstage con tutto quello che ne deriva. L’idea dell’ambientazione nell’ideale teatro Vendramin San Luca che ne vide la prima  rappresentazione esattamente 200 anni fa, del regista, del suggeritore, del trova robe e degli attrezzisti in bella mostra, così come a vista l’ingresso e l’uscita degli interpreti  su questo palco girevole che un po’ è sipario ed un po’ è retro palco in fase di organizzazione, è per me semplicemente geniale oltre che estremamente divertente.  Le luci ben studiate ed opportunamente utilizzate dal design di Fiammetta Baldissera hanno coadiuvato anche l’allegra scenografia di Andrea Belli  con l’assistente Tecla Gucci, che in una fantasmagoria di colori ha accolto i costumi sgargianti, fantasiosi ed anche un pò circensi di Valeria Donata Bettella a cui va un applauso anche per le ridicoleggianti parrucche. Insomma un’opera seria, nelle mani di gente capace, è diventata un’opera ricca di fantasia  e di calamitante attenzione. La scrittura guarda al passato  tra marcati rimandi rossiniani con anche  l’utilizzo del fortepiano; Alessandro De Marchi,  ottimo conoscitore ed esperto di tal genere musicale, ha infatti diretto con maestria e caparbietà coinvolgendo la sua orchestra, l’Accademia Montis Regalis,  fino a trarne una esecuzione davvero brillante ed assolutamente piacevole. Altro buon merito va rivolto al Coro Donizetti Opera che si avvale di validi artisti a tutto tondo che sotto la direzione di Fabio Tartari  esprimono sfumature di grande interesse per vocalità e poi anche per interpretazione attoriale. 
Il cast di tutto pregio ha visto Anna Bonitatibus nel ruolo del titolo en travesti, affrontato con  l’acquisita solida tecnica,  arricchita da pregevolezza vocale che le hanno consentito abilmente di cogliere le sfumature anche delle note più alte affidate al suo personaggio reso con brillantezza.  Sonia Ganassi riveste i  panni di Elisa che sa esprimere con agilità, timbricità e grande forza interpretativa con il colore caldo ed ambrato che la contraddistingue. L’altra donna in scena è Federica Valli che con ironia scenica  e capacità vocale ha interpretato Gertrude in modo più che brillante. Enrico di Borgogna è certamente opera poco rappresentata, ma in questa particolarissima edizione si ha dettagliatamente avuto modo di apprezzarne l’insieme. Pietro il pastore incontra Francesco Castoro quale interprete apprezzato per un bel colore ed impostazione tenorile  caratterizzata da pienezza morbida e armoniosa. Levi Sekgapane interpreta Guido e seppur con voce non penetrante, interpreta con fierezza giovanile,  culminante in acuti coraggiosi. Brunone è l’accativante Lorenzo Barbieri che ha dato buona e soddisfacente prova e Matteo Mezzaro interpreta  Nicola  con giusto piglio e tono. Luca Tittoto ricopre il ruolo buffo di Giberto e direi che gli è riuscito benissimo e che il bel timbro profondo ed il colore scuro, ma vivido, lo hanno facilitato nella riuscita impresa sottolineata da un pubblico divertito. Si è fin qui parlato della regia, delle scene, delle luci, dell’orchestra e degli interpreti, ma lo scimmione???? Alter ego? Intrusione teatrale o forse solo convenienza o inconvenienza teatrale?


L’elisir d’amore –Teatro Regio di Torino


Foto: Edoardo Piva

Renzo Bellardone

Melodramma giocoso in due atti su libretto di Felice Romani da Le Philtre di Eugène Scribe e  musica di Gaetano Donizetti. Adina, ricca e capricciosa fittaiuola è interpretata dal soprano Lavinia Bini con freschezza ed allegria, con bella voce e facilità negli acuti ed agilità.  Nemorino, coltivatore giovane e semplice, innamorato di Adina incontra il tenore Giorgio Berrugi che decisamente nel ruolo, sia vocalmente con bel timbro caldo e sovente ambrato, che per presenza scenica e possesso del palcoscenico.   Belcore, sergente di guarnigione nel villaggio è interpretato dal baritono Julian Kim già apprezzato in precedenti produzioni torinesi: presenta un bel fraseggio ancor più apprezzato in Kim che vanta anche un buon tono e buona interpretazione.  Il ‘faccendiere anche un po’ imbroglione’ dottor Dulcamara, medico ambulante è in questa edizione interpretato dal solido Roberto de Candia che affermato oramai sulle scene internazionali non delude mai, anzi ogni volta convince nel ruolo; reduce dal debutto in Rigoletto al Coccia di Novara, qui cambia registro interpretativo e torna al ruolo buffo brillante che gli ha consegnato meritatamente la fama.  Ashley Milanese  interpreta la villanella Giannetta, con grande vivacità e briosità, valorizzata da voce non indifferente. L’assistente di Dulcamara è il mimo Mario Brancaccio ed il maestro al fortepiano è Luca Brancaleon. Il direttore d’orchestra è il giovane Michele Gamba ascoltato per la prima volta ed apprezzato per la simpatica semplicità ed il rispetto con cui si pone di fronte all’orchestra, al pubblico ed alla partitura; con gesto chiaro ed attento non indulge nell’attesa degli applausi, ma riversa ogni sua attenzione alla riuscita dell’insieme. 

L’oramai nota regia è di  Fabio Sparvoli, le scene di Saverio Santoliquido, i  costumi di Alessandra Torella, le luci di  Andrea Anfossi ed assistente alla regia Anna Maria Bruzzese. Il coro in Elisir è protagonista e parte decisamente di rilievo: il coro del Regio si annovera certamente tra i migliori, se non il migliore del panorama nazionale e sotto l’attenta guida di Andrea Secchi anche in questa produzione ha dato  un ottimo risultato. L’elisir d’amore, opera in due atti di Gaetano Donizetti su libretto di Felice Romani, è a buon diritto  ritenuta una delle opere più buffe del repertorio italiano, anche se raggiunge punte di indicibile liricità ne ‘la furtiva lagrima’ in questa edizione nella commovente interpretazione di Berrugi. Andata in scena per la prima volta il 12 maggio del 1832 al Teatro della Cannobiana di Milano è sovente inclusa in cartellone, proprio per la giocosità dell’insieme, che lascia trasparire profonde verità del quotidiano; siamo infatti ‘tempestati’ di informazioni, annunci e promesse che sistematicamente vengono disattese e tradite ed il grande pubblico dimentica immediatamente il tradimento per ridare fiducia all’improbabile imbonitore,  che magari non ha neppure un minimo di carte in regola.  Ecco che nel libretto leggiamo “ciarlatano maledetto, che tu possa ribaltar” e senza voler con supposizione raffrontare la narrazione operistica con il susseguirsi degli eventi nazionali, vien da sé la visione e l’inevitabile beffardo, se non tristo, sorriso. La produzione già vista negli anni passati conserva pur tuttavia una freschezza d’insieme grazie alle simpatiche trovate del clacson, piuttosto che del copertone di bicicletta al collo di Nemorino a segnalare l’avvenuto incidente, l’ingresso di Dulcamara su auto d’epoca ed alle varie piccole simpatiche gags che ravvivano il palcoscenico!



Mosè in Egitto – Teatro Coccia Novara


MOSE' IN EGITTO -  Foto di Mario Finotti

Renzo Bellardone

Riguardo ai teatri di tradizione di cui il Coccia di Novara è splendente stella nell’omonimo firmamento, mi corre sinceramente il dovere ed il piacere  di apprezzarne ancora una volta gli sforzi, l’impegno ed il non scontato risultato che meritoriamente  viene di volta in volta raggiunto ed applaudito. Opera poco rappresentata trova spazio a Novara, dove la ricerca della proposta è di casa! Dopo il successo a Pisa, Mosè trova ottima accoglienza al Coccia che vanta una platea decisamente interessata e direi in buona parte competente o almeno appassionata. La realizzazione è improntata alla semplicità e vanta l’attenzione ad uno dei più massicci problemi contemporanei, ovvero i rifiuti e la possibilità di riciclo qui valorizzata con  le scene ed i costumi di  Josè Yaque con Valentina Bressan realizzati da Officina Scart di Waste recycling - Gruppo Erambiente che nulla hanno tolto alla realizzazione, ma che anzi l’hanno resa particolare, quindi attrattiva. La regia di Lorenzo Maria Mucci non è molto movimentata, ma attagliata ad un’opera che può essere realizzata con una certa staticità, risolve la possibilità di lasciare ampio margine al canto. 
Il Coro Ars Lyrica sorprende per l’ottimo affiatamento insieme all’orchestra della Toscana per la purezza del suono, che grazie anche  all’attenta bacchetta del pisano Francesco Pasqualetti, danno  veramente una buona cifra interpretativa a sostegno del vigore impresso dal direttore alla partitura rilevante; ancor giovane, ma oramai affermato in tutto il mondo Pasqualetti affronta lo spartito con piglio e rinnovata sicurezza, riservando le giuste cure ed attenzioni alla buca ed al palcoscenico. Gli interpreti non sono tutti così noti, ma la riuscita della messa in scena sottolinea ancora una volta quanta bravura ci sia nel teatro d’opera  italiano. Alessandro Abis interpreta con incisività ed un piglio meditato il ruolo di Faraone con timbricità da basso che conferisce autorevolezza al personaggio.  Il ruolo della regina Amaltea viene affidato all’esperta e sicura Silvia dalla Benetta che imprime forte personalità al personaggio elevandolo a protagonista. Natalia Gravilan tratteggia Elcia con notevole sicurezza interpretativa affascinando con i piani che coinvolgono gli animi più sensibili. La scena è pressoché fissa e statica e lascia a Ruzil Gatin di esprimersi con un timbro caldo ed una colorazione definita  per disegnare il ruolo di Osiride in modo decisamente personale ed attento che fa presupporre anche palcoscenici internazionali. Marco Mustaro in Mambre, Matteo Roma in Aronne e Ilaria Ribezzi in Amenolfi riescono ad imprimere un forte significato ai rispettivi personaggi che grazie alla loro interpretazione divengono ruoli da  reali comprimari. Il ruolo del titolo, Mosè è affidato a Federico Sacchi che pur in presenza di un’annunciata indisposizione affronta il ruolo, con un interessante volume ed esperta scenicità. La Musica vince sempre!


Elektra - Teatro alla Scala, Milano


Foto: Brescia & Amisano

Massimo Viazzo

Dopo quattro anni torna sulla scene scaligere l’acclamata Elektra di Patrice Chéreau l’ultimo spettacolo firmato dal regista francese prima della morte, uno spettacolo divenuto ormai un classico, creato ad Aix en Provence nel 2013 e visto a Milano l’anno successivo. Come già scritto su queste colonne questa Elektra mostra tutte le peculiarità distintive del noto regista d’Oltralpe, soprattutto quella di saper calare il mito nel mondo reale, un mondo angosciante e tormentato nel quale la visione psicanalitica resta preponderante. Le tre donne protagoniste del capolavoro straussiano vivono in un ambiente claustrofobico, in un palazzo-prigione delimitato da alte pareti grigie chiuse sullo sfondo da una sorta di abside.  In questo ambiente atemporale e soffocante si consumano le laceranti passioni e gli esaltanti isterismi che permeano il plot. In questa occasione l’allestimento è stato ripreso con grande cura e minuziosità da Peter Mc Clintock. La direzione orchestrale è stata affidata all’esperto Markus Stenz (sostituto dell’ultima ora di un indisposto Christoph von Dohnànyi) che ha condotto l’ottima Orchestra del Teatro alla Scala in modo molto analitico e lucido.  Di alto livello il cast,  con le tre protagoniste femminili, Ricarda Merberth (Elektra), Waltraud Meier (Klytämnestra) e Regine Hangler (Chrysothemis), che hanno saputo elettrizzare il pubblico nei loro formidabili duetti, sempre determinate, volitive, ma anche sfumate alla ricerca delle emozioni più recondite, e cantando senza mai risparmiarsi. Grande carisma scenico e vocale per l’Orest di Michael Volle mentre non più che corretto l’Aegysth di Roberto Saccà. Un indiscusso successo per la Scala in questo finale di stagione.


viernes, 23 de noviembre de 2018

Candide de Bernstein por el Argentino de La Plata en el Coliseo de Buenos Aires


Fotos: Prensa Teatro Argentino de La Plata/Paula Pérez de Eulate

Gustavo Gabriel Otero
Twitter: @GazetaLyrica

Buenos Aires, 20/11/2018. Teatro Coliseo. Leonard Bernstein: Candide, opereta en dos actos. Libreto de Huyg Wheeler. Diálogos en versión de Rubén Szuchmacher y Lautaro Vilo. Estreno argentino. Rubén Szuchmacher, puesta en escena. Jorge Ferrari, escenografía y vestuario. Marina Svartzman, coreografía. Gonzalo Córdova, iluminación. Producción escénica del Teatro Argentino de la Plata. Santiago Martínez (Candide), Oriana Favaro (Cunegonde), Héctor Guedes (Voltaire, Pangloss y Martin), Mariano Gladic (Maximilian y Capitán), Eugenia Fuente (Old lady), Rocío Arbizu (Paquette), Pablo Urban (Gobernador, Vanderdendur y Príncipe Ragotski), Mirko Tomas (Vendedor de Cosméticos, Inquisidor I, Juez y Príncipe Charles Edward), Sebastián Sorarrain (Doctor, Inquisidor II, Juez, Croupier y Rey Stanislaus), Víctor Castells (Vendedor de Cerveza, Inquisidor III, juez y Tsar Iván), Luca Eizaguirre (Alquimista, Sultán Achmet y Crook) y Alfredo Martínez (Chatarrero y Rey Hermann Augustus). Orquesta y Coro Estables del Teatro Argentino de La Plata. Director del Coro: Hernán Sánchez Arteaga. Director Musical: Pablo Druker. Espectáculo en coproducción entre la Asociación Nuova Harmonia y el Teatro Argentino de La Plata.

En una año complicado para el Teatro Argentino de la ciudad de La Plata -por el cierre de su sala principal para reparaciones- sus espectáculos líricos se redujeron a la reposición de Così fan tutte en el Roma de Avellaneda en abril y este estreno argentino de ‘Candide’ de Leonard Bernstein en coproducción con la Asociación Nuova Harmonia -que la incluyó como última función de su abono 2018- junto a otras dos funciones más en el Teatro Coliseo de Buenos Aires. Para este estreno se conjugaron por tanto los cuerpos estables del Teatro Argentino junto a sus talleres con la gestión del Teatro Coliseo y de Nuova Harmonía que dirige Elisabetta Riva. El Centenario del nacimiento de Leonard Bernstein fue la excusa para presentar por primera vez al público argentino esta opereta ecléctica que bascula entre la comedia musical y una parodia a la ópera. Musicalmente conviven desde armonías corales religiosas hasta el tango y el fox-trot, pasando por valses, gavotas, arias de coloratura, ritmos españoles y caribeños. Pablo Druker condujo con gesto claro y seguro la Orquesta Estable, que salvo algún pequeño desliz en el curso de la noche y alguna intensidad poco controlada en la Obertura completó una muy buena versión musical. Santiago Martínez descolló tanto en lo vocal como en lo actoral como Candide mientras que Héctor Guedes fue excelente en la difícil tarea de dar vida alternativa a Voltaire y a Pangloss además de caracterizar en su escena a Martin. La Cunegonde de Oriana Favaro derrochó calidad musical y simpatía en el escenario mientras que Rocío Arbizu fue una perfecta Paquette. Eugenia Fuente fue sin dudas una de las figuras de la noche con una personificación de la Old Lady irreprochable. Mariano Gladic fue un muy correcto Maximilien, mientras que homogénea y adecuada fue la prestación del resto del elenco vocal (Pablo Urban, Mirko Tomas, Sebastián Sorarrain, Víctor Castells, Luca Eizaguirre y Alfredo Martínez) así como los actores y bailarines. El Coro Estable del Teatro Argentino de La Plata aportó su acostumbrada calidad para construir un espectáculo de calidad de una obra que se escucha con simpatía. Con una estética de mediados del siglo XX y algún guiño al comics la puesta de Rubén Szuchmacher resolvió con ingenio teatral las situaciones de una obra complicada en lo argumental. El uso de un narrador -Voltaire- dio agilidad a la acción y la versión de los textos efectuada por el propio Szuchmacher junto a Lautaro Vilo ayudó a la comprensión y a la actualización de la obra pero sin traicionarla. Sencillo y funcional el diseño escenográfico de Jorge Ferrari, con imágenes de pop art derivadas de Roy Lichtenstein, con colores fuertes y brillantes. De gran calidad y creatividad los trajes ideados por Ferrari realzados al igual que los colores vivos de la escenografía por la iluminación de Gonzalo Córdoba, y de adecuada plasticidad la coreografía de Marina Svartzman.