miércoles, 26 de abril de 2017

Médée di Charpentier - Opera Atelier, Toronto

Foto: Bruce Zinger
Giuliana Dal Piaz
Il pubblico canadese, soprattutto quello di una certa età, è molto generoso e applaude di gusto qualunque produzione proposta da istituzioni consolidate come, in questo caso, Opera Atelier. Non è particolarmente esigente perché abituato da sempre a voci di livello medio e, a meno che i cantanti non stonino o perdano la voce platealmente, trova bravi tutti. È anche affascinato dalle messe in scena di gusto tradizionale, con profusione di sete e velluti, che gli ricordano il buon tempo antico e lo fanno sentire a suo agio, capace di capire e apprezzare a fondo quello che accade sul palcoscenico – in particolare quando gli viene detto che quella produzione andrà poi a Parigi a rappresentare il talento canadese... Anch'io amo le opere i cui registi rispettano sia i tempi storici dell’azione sia quella che può essere intesa come “l’intenzione dell’autore”, senza lanciarsi in stravaganze e modernizzazioni a tutti i costi. Ma l’esagerazione non è positiva né in un senso né nell’altro. Da una parte trovo, quindi, quanto meno forzata l’affermazione di “modernità” della storia di Medea in un mondo travagliato dalle migrazioni che il regista e fondatore di Opera Atelier Marshall Pynkoski fa nelle sue note di regia: dall’omonima tragedia di Euripide, l’opera è ambientata a Corinto, dove la maga Medea e l’eroe Giasone, conquistatore del mitico Vello d’Oro, hanno trovato rifugio coi loro due bambini, dopo aver dovuto entrambi rinunciare ai rispettivi paesi, la Colchide per Medea e la Tessaglia per Giasone. Dall’altra, noto che nella messa in scena la pretesa “modernità” può riguardare giusto la condizione di rifugiati dei protagonisti (nel mito greco reduci entrambi, si badi, da una serie di tradimenti ed efferati delitti) ma non sfiora né i costumi abituali – vestiti dall’enorme scollatura da cui sembra sempre straripare il seno delle cantanti: una vera e propria “firma” del costumista Michael Legouffe – né la maniera in cui i personaggi vanno da un lato all’altro del palcoscenico in continue corsette, che dovrebbero forse indicare la drammaticità del momento. La “modernità” si insinua poi però, a tradimento e a sproposito, in alcuni cenni di inatteso umorismo nella scena del corteggiamento di Créuse da parte di Oronte, un personaggio qui presentato come goffo e perfino ridicolo. Charpentier in Médée si cimenta con grande successo con l’opera profana e si misura con l’ingombrante fantasma di Jean-Baptiste Lully, il compositore favorito della Corte francese, morto da poco. Decide di mettere da parte del tutto lo stile italiano dominato dalla voce solista, facendo spazio invece a un dramma più sfarzoso in cui ha grande importanza il coro e si dà spazio a brillanti ouverture orchestrali, danze inserite nel corpo dello spettacolo – quindi non più intermezzi ma parte dell’azione –, ritornelli e sinfonie descrittive. Decide anche di introdurre maggiore varietà nel rango delle voci, accrescendo il peso di tenori, baritoni, perfino quello che dovrebbe essere il robusto basso Créon. In genere il ruolo di Médée viene sostenuto da un soprano: quando non si tratti di un'artista dagli ampi mezzi vocali, vi apprezzerei maggiormente un mezzosoprano in grado di raggiungere note più basse e scure. Peggy Kriha Dye ha una buona voce ma poca forza drammatica; la sua recitazione è molto gestuale, in mancanza di tende si aggrappa alle finte colonne della scenografia, ma non lascia nemmeno intravedere la complessa, tremenda oscurità di un personaggio come quello di Médée. Colin Ainsworth è un Giasone teatralmente adeguato – indulge esageratamente nelle corsette sul palcoscenico – con una voce giusta per forza e tessitura. Deludono, invece, sia Oronte (il baritono Jesse Blumberg) sia Créon (il basso-baritono Stephen Hegedus), le cui voci sono decisamente troppo deboli e anonime. Adeguata nel canto Créuse (il soprano Mireille Asselin), alla quale fa però difetto la capacità teatrale; un esempio: seduta su un lato del palcoscenico durante la scena di Oronte che arriva alla Corte di Corinto, appare quasi astratta dal contesto, e solo di tanto in tanto dirige, con espressione neutra, uno sguardo fuggevole alla scena centrale. Più che dignitosa Nerine (il soprano Meghan Lindsay, molto noto al pubblico di Opera Atelier).
Strumentalmente parlando, Médée si snoda sulla base degli archi – cinque violini, cinque viole, una viola da gamba, tre violoncelli, un violone, ma non un contrabbasso – a cui si aggiungono a tratti i fiati: flauti dritti e traversi, oboi, fagotti, perfino una tromba; e percussioni che mimano la tempesta e lo splancarsi degli Inferi nell’evocazione dei demoni. L’orchestra, allargata rispetto alla quotidianità della Tafelmusik Baroque Orchestra, comprende infine due clavicembali, due liuti e due tiorbe. L’imprescindibile basso continuo sottende quasi ininterrottamente ai monologhi e ai dialoghi dei personaggi. A questo tipo di partitura complessa, varia e molto dettagliata (anche in questo Charpentier rappresenta una novità rilevante rispetto a Lully), la Tafelmusik Baroque Orchestra, diretta da David Fallis e codiretta dal Maestro concertatore e violino solista Elisa Citterio, dà come sempre un’esecuzione di grande livello, anche dosando magistralmente il proprio volume in modo da accompagnare le voci senza sopraffarle. Gli ottimi elementi del Coro da Camera di Tafelmusik cantano dai due palchi più vicini al palcoscenico, mentre i demoni evocati da Médée, la Gelosia, la Vendetta, Cupido, e alcuni comprimarî, sono in scena interpretati da un soprano, due tenori e due bassi-baritoni, tutti vocalmente validi. Il Corpo di danza di Opera Atelier è più che adeguato, soprattutto nelle scene di scherma; è stato molto apprezzato in quest’occasione l’impegno di Jeannette Lajeneusse Zingg che – ottima docente e coreografa – si presta generosamente a intervenire di persona nello spettacolo quando viene meno il numero di ballerine richiesto. Suggestive e sfumate le scene di Gerard Gauci, che suppongo sia anche chi ha disegnato il sipario, su cui campeggia il ciondolo argenteo del Vello d’Oro. Molto bello il gioco delle luci e dei colori ideato da Michelle Ramsay.


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