sábado, 31 de marzo de 2018

Orphée et Euridice - Teatro alla Scala, Milano


Foto: Brescia&Amisano

Massimo Viazzo

E’ la prima volta che la versione francese del capolavoro gluckiano approda alla Scala. In Orphée et Euridice rispetto all’originale in italiano del 1762, Gluck affida, dodici anni dopo, il ruolo protagonistico alla voce di tenore (per la precisione di haute-contre), aggiungendo anche alcuni brani, in particolare un paio di bellissime arie per Orphée e per Amour, e diversi numeri di danza, come da tradizione d’Oltralpe, oltre che intervenendo sull’orchestrazione. Lo spettacolo, curato da Hofesh Shechter e John Fulljames e proveniente dal Covent Garden di Londra, è parso il punto debole della serata: orchestra in palco che oscillava su più livelli e pochi elementi in una scenario sobrio, quasi da allestimento semi-scenico, poco evocativo e senza magia, volto presumibilmente soprattutto ad eternare la vicenda mitica. Molto ben congeniate, invece, le coreografie che avevano un che di ancestrale e brutale, curate dallo stesso Shechter e affidate alla propria compagnia di danza. Il tutto ben coordinato dalla bacchetta attenta e drammaticamente teatrale di Michele Mariotti, un direttore che conosce bene il canto e sa anche accompagnarlo con giudizio. Trionfatore della serata è stato comunque il protagonista, Juan Diego FlórezIl tenore peruviano ha saputo rendere il canto di Orfeo come meglio oggi non si potrebbe, dal punto di vista interpretativo, con linee flessuose e morbidissime alternate ad energia e vigore, e dal punto di vista tecnico con suoni sempre pieni e proiettati anche negli acuti, e una coloratura assolutamente impeccabile (L’espoir renait dans mon âme). Accanto a lui Christiane Karg (Euridice) e Fatma Said (Amour) non hanno fatto la figura delle comparse ma si sono imposte per timbrica lucente e spontaneità di fraseggio. Il Coro del Teatro alla Scala, nonostante qualche piccolo sfasamento, ha contribuito non poco alla riuscita di questa recita.


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