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Monday, February 11, 2019

La Traviata en el Teatro alla Scala de Milán


Foto: Brescia e Amisano - Teatro alla Scala

Massimo Viazzo

Después de la legendaria Violetta Valery de María Callas, a mitad de los años 50 del siglo pasado, además de una breve producción dirigida por Karajan en 1964, el Teatro alla Scala debió esperar hasta 1990 para organizar una nueva producción de esta obra maestra verdiana bajo la batuta de Riccardo Muti. El incómodo fantasma de Callas, aun tangible en el teatro, probablemente habría desalentado la reposición de la ópera con una protagonista cuya interpretación hubiera terminado bajo la lupa de los llamados viudos de Callas o ‘vedovi Callas’ con gran riesgo de fracasar en su interpretación. Finalmente, en 1990 el Maestro Mutti decidió reponerla.  Por otra parte, Traviata es uno de los títulos mas representados en el mundo y era bastante curioso que en el máximo teatro italiano fuera montada más. La ópera le fue confiada a jóvenes cantantes emergentes y la dirección escénica le fue encargada a Liliana Cavani, quien ideó un espectáculo suntuoso, pero siempre refinado y elegante, satisfactorio para los ojos y respetuoso del libreto, en lo que fue un espectáculo inspirado en aquel histórico de Luchino Visconti (justo el que se utilizó con Callas).  Desde entonces es la producción que aquí se ve con regularidad.  En esta ocasión, la dirección del teatro le confío la dirección de la orquesta a Myung-Whun Chung, y el maestro coreano propuso una Traviata muy intima y lírica, con máxima atención a lo particular, a la conducción de la frase, y al equilibrio con el escenario. Chung destiló coloridos y seductores empastes, cincelando los dos preludios (el del primero y el del tercer acto) con notable sapiencia tímbrica y acompañando a los cantantes con un fraseo muy cuidado y suave. Marina Rebeka fue una Violetta prácticamente perfecta con acento y con técnica. La coloratura resultó siempre clara y muy precisa, como también las partes mas liricas, que encontraron en la soprano letona una interprete ideal por color vocal, dicción y por lo que transmitió. Francesco Meli fraseó con naturaleza, matizando cada frase con conocimiento estilístico y humanidad. Leo Nucci diseñó un Germont creíble y de varias facetas, desde lo mas alto de su profesión y su experiencia.  El coro siempre estuvo al pie del cañón. y adecuados estuvieron los cantantes del resto del elenco.  Un triunfo al final y una ovación de pie para Marina Rebeka. Quizás con una interprete como ella se podría haber llegado finalmente el tiempo de proponer otro título “callasiano” ausente tanto tiempo del teatro milanés: ¡Norma!

La Traviata - Teatro alla Scala, Milano


Foto: Teatro alla Scala / Brescia e Amisano

Massimo Viazzo

Dopo la leggendaria Violetta Valery di Maria Callas, a metà degli anni 50 del secolo soocorso, il Teatro alla Scala (a parte una breve produzione diretta da Karajan nel 1964), dovette aspettare il 1990 per organizzare un nuovo allestimento del capolavoro verdiano, sotto la bacchetta di Riccardo Muti. Il fantasma ingombrante della Callas, ancora tangibile in teatro, aveva probabilmente scoraggiato la ripresa dell’opera con una protagonista la cui interpretazione sarebbe finito sotto la lente d’ingrandimento dei cosiddetti “vedovi Callas” con rischi enormi sulla riuscita della stessa prestazione. Il maestro Muti nel 1990 finalmente decise di ripartire. D’altronde Traviata è uno dei titoli più rappresentati al mondo ed era abbastanza singolare che nel massimo teatro italiano non venisse più rappresentata. L’opera fu affidata a giovani cantanti emergenti e della regia dello spettacolo fu incaricata Liliana Cavani. La Cavani impostò uno spettacolo sontuoso ma sempre raffinato ed elegante, appagante per gli occhi e rispettoso del libretto, spettacolo evidentemente ispirato a quello storico di Luchino Visconti (proprio con la Callas). E questo allestimento da allora viene ripreso con regolarità. In quest’occasione la direzione d’orchestra è stata affidata a Myung-Whun Chung. Il maestro coreano ha impostato una Traviata molto intima e lirica: massima attenzione al particolare, alla conduzione della frase, all’equilibrio con il palcoscenico. Chung ha distillato impasti coloristici seducenti, cesellando i due preludi (quello dell’atto 1 e quello dell’atto 3) con consapevolezza timbrica notevole e accompagnando i cantanti con un fraseggio curatissimo e morbido. Marina Rebeka è stata una Violetta praticamente perfetta come accento e anche tecnicamente. La coloratura è risultata sempre limpida e precisissima, e anche le parti più liriche e drammatiche hanno trovato nel soprano lettone una interprete ideale per colore vocale, dizione e comunicativa. Francesco Meli ha fraseggiato con naturalezza, sfumando ogni frase con consapevolezza stilistica e umanità. Leo Nucci ha disegnato un Germont sfaccettato e credibile dall’alto della sua esperienza e mestiere. Coro sempre sugli scudi e adeguato il resto del cast. Trionfo finale e standing ovation per Marina Rebeka. Forse con una interprete come lei potrebbero essere finalmente maturi i tempi per proporre un altro titolo “callassiano” da molto tempo assente dal teatro milanese: Norma!


Sunday, September 9, 2018

Alì Babà e i quaranta ladroni di Cherubini - Teatro alla Scala, Milano


Foto: BresciaAmisano - Teatro alla Scala

Massimo Viazzo

Alì Babà e i quaranta ladroni di Cherubini, prima di questa produzione scaligera era stata rappresentata una volta solamente, e solo per tre recite, nella sala del Piermarini. Si trattava del 1963, l’orchestra era diretta da Nino Sanzogno e tra i protagonisti si annoveravano grandi cantanti quali Alfredo Kraus, Teresa Stich-Randall, Wladimiro Ganzarolli e Paolo Montarsolo. E se andiamo a leggere il cast della prima rappresentazione assoluta parigina del 1833 rimaniamo nuovamente colpiti dalla presenza in scena di un trio delle meraviglie che ha fatto la storia dell’opera ottocentesca: il tenore Adolphe Nourrit, il soprano Laura Cinti Damoreau e il basso  Nicolas-Prosper Levasseur. Eppure quest’opera, l’ultima di Luigi Cherubini, non ha mai sfondato, non ha mai conquistato il pubblico, né tantomeno la critica (nota era, ad esempio, l’avversione di Berlioz nei confronti di qeust’opera), o forse non è mai stata ben capita dato il genere misto da cui è caratterizzata, un genere in bilico tra opera buffa e grand-opera. Pochissimi, di conseguenza, sono state le sue riproposte contemporanee. Bene ha fatto, quindi, la Scala a metterla in stagione (nella sua versione in italiano) affidandola ai complessi e ai solisti dell’Accademia, già applauditi negli ultimi anni in Zauberflöte e in Hänsel und GretelIl lavoro cherubiniano, ispirato alla conosciuta novella persiana erroneamente considerata facente parte della raccolta di favole orientali Le Mille e una Notte, è godibile, con bella musica e melodie piacevoli e non scontate. Cherubini recuperò, inoltre, quattro brani da un suo lavoro precedente: Koukourgi
E interessante ricordare anche che l’Ouverture piaceva molto ad Arturo Toscanini che la eseguì diverse volte in concerto. L’allestimento è stato curato da Liliana Cavani, la grande regista teatrale  e cinematografica legatissima al teatro milanese, con l’aiuto di Leila Fteita per le scene, di Irene Monti per i costumi con Marco Filibeck alle luci. Tradizionale nell’impostazione arabeggiante, lo spettacolo è piaciuto per la linearità dello sviluppo della vicenda, e per la cura dei movimenti dei personaggi. Un accenno di “teatro nel teatro” lo abbiamo trovato ad apertura di sipario durante l’ouverture, e in apertura di terzo atto, momenti durante i quali all’interno di una alta biblioteca che tappezzava tutto il fondale, alcuni ragazzi in abiti moderni leggevano la storia raccontata dal libretto, preparandosi a riviverla poi durante l’opera. Ma niente di invasivo. Tutto perfettamente coerente. Paolo Carignani da parte sua ha coordinato i complessi strumentali dell’Accademia con efficienza e dinamismo, mentre i solisti di canto hanno mostrato tutti di aver lavorato con scrupolo ed entusiasmo sia sulla parte musicale che su quella drammaturgica. Da ricordare senz’altro il tenore lirico Riccardo Della Sciucca che ha cantato nel ruolo di Nadir con timbrica fresca e luminosa, Francesca Manzo che ha comunicato espressività all’amata Delia, Alexander Roslavets un Ali Babà ben fraseggiato, il divertente Aboul-Hassan di Eugenio Di Lieto, Maharram Huseynov dalla voce generosa e dalla timbrica rotonda nei panni di Ours-Kan, e la garbata Morgiane di Alice Quintavalla.

Friday, April 8, 2011

Gran noche verista en el Gran Teatro del Liceu de Barcelona

Fotos: A. Bofil - Gran Teatro del Liceu

Alicia Perris

Cavalleria Rusticana, ópera en un acto de Pietro Mascagni (1863-1945), basado en un cuento de Giovanni Verga con libreto de Guido Menasci y Giovanni Targioni-Tozzetti y Pagliacci, música y libreto de Ruggiero Leoncavallo. Día 1 de abril de 2011. Elenco: Cavalleria: Santuzza: Ildiko Komlosi, Lola: Ginger Costa-Jackson, Turiddu: Marcello Giordani, Alfio: Marco di Felice, Lucía: Josephine Barstow. Elenco Pagliacci: Marcello Giordani, Nedda: Ángeles Blancas, Prólogo/Tonio: Andrej Dobber, Beppe(Arlecchino): David Alegret, Silvio: Jean-Luc Ballestra. Dirección musical: Daniel Callegari. Directora de escena: Liliana Cavani. Escenografía: Dante Ferretti. Vestuario: Gabriella Pescucci. Orquesta Simfónica y Cor del Gran Teatre del Liceu. Cor Infantil dels Amics de la Uniò de Granollers. Participación de la Polifónica de Puig-Reig. “La commedia è finita”. Con esta frase podrían definirse el final de las dos óperas que ofrece el Liceu en su noche de estreno. Mucha gente, bien vestida, animosa y despierta, dispuesta para disfrutar de una velada que en Barcelona, aúna voluntades: los caminos sinuosos y para algunos superados de la tradición verista. La puesta en escena de Liliana Cavani siempre levanta expectativas. Su propuesta de la aldea siciliana no defrauda, las cortinas en lino claro que cierran y abren las ventas son la metáfora de los corazones de los pueblerinos, volátiles, pasionales, inquietos. Tiene un aroma de Sicilia su proyecto, pero no podemos olvidar la mítica recreación que en El padrino (tercera parte) hacía Coppola en el escenario del Teatro Massimo de Palermo o la versión fílmica de Zeffirelli, con exteriores sugerentes y la voz de Plácido Domingo inundando la pantalla. El drama, en todas partes. Se huele la sangre y la tragedia en cada esquina y en cada recoveco aldeano. Ildiko Komlosi compone una Santuzza imponente aunque a veces excesivamente incisiva en el registro agudo, bien su actuación escénica. Turiddu tiene musicalidad y resuelve su papel con desenvoltura y perfeccionismo. Fue muy aplaudido. El resto del elenco acompaña bien a los protagonistas y la dirección de orquesta consigue por momentos un sonido redondo y entusiasta. La religiosidad y la fiereza de las costumbres lo impregna todo: la mujer a la vez, víctima y verdugo de la historia, siempre entre su casa y la iglesia. Todo es excesivo en esta historia de desamores y desencuentros. El tiempo juega siempre en contra de los personajes que se sienten, a pesar de festejar la Pascua, bastante abandonados de Dios, desamparados. “…lo que sucede más bien es lo contrario. Que incurre en el comportamiento celoso aquel que sabe amar peor, es decir, aquel que por no saber amar, difícilmente puede sentir y entregarse a un amor intenso”. (Aquilino Polaino-Lorente, “Personalidad y conflictos conyugales”) Este es el gran tema de la primera de estas obras, pero también de la segunda, aunque podríamos agregar la percepción que de su edad tiene el protagonista, Canio, en relación con otros actores más jóvenes o avispados que se disputan el amor de su mujer, la voluble y frívola Nedda. Poco rica la puesta en escena para esta tragedia y muertes anunciadas. Bien defendido el rol que interpreta Marcello Giordani, menos elegante en lo vocal Ángeles Blancas con unos agudos un tanto forzados. Bien el resto de los cantantes en un acompañamiento más coral de los personajes principales. Agradable Silvio en un papel corto pero importante, así como Tonio y Beppe. Muy ajustada la labor del coro. El público aplaudió agradecido una función que si podía mejorarse, dejó sin embargo muy alto el listón de la ópera verista, con una defensa del repertorio más tradicional en los grandes teatros que bien quisieran para sí otros coliseos, más entregados a montajes contemporáneos, algo alejados de las expectativas de los melómanos que habitan y dan vida a este tipo de salas.


HOMENAJE AL TENOR JAUME ARAGALL Después de terminada la función del día del estreno, el Liceu dedicó un homenaje en el balcón-foyer, al tenor catalán Jaume Aragall, para premiar una larga y fecunda trayectoria en el mundo del canto. Estuvieron presentes todos los cantantes que esa noche actuaron, medios de comunicación, la familia y los amigos del tenor y el President de la Generalitat, Artur Mas, que dedicó unas palabras llenas de afecto al cantante, resaltando además, la fertilidad de Cataluña para dar a luz artistas reconocidos en el ámbito internacional. Como no podía ser de otra manera y a pesar de la contundencia de la crisis a la que no es ajena Cataluña, no faltaron los brindis, regados con un riquísimo cava de la tierra.