Foto: copyright Suzanne Schwiertz Massimo Viazzo
Il Mito rivive accanto a noi e si perpetua impassibile nei luoghi ad esso deputati sotto lo sguardo curioso, stupito dell’umanità: questa è l’idea - condita da una dose di ironia a volte eccessiva (vedi l’iceberg vagante sagomato a mo’ di Suisseminiatur che irrompeva in scena durante il catartico Finale) - che stava alla base dello spettacolo di Adrian Marthaler per la prima assoluta zurighese della versione parigina del Guillame Tell. Così, almeno, recitava la locandina, dimenticandosi però dell’abbondante messe di tagli che falcidiava la partitura, in sostanza tutti i ballabili e qualche ripresa qua e là. Il regista elvetico, evidentemente, ha perseguito il proprio obiettivo drammaturgico eliminando ciò che lo infastidiva. E questo è quantomeno opinabile pur in una visione di fondo condivisibile (all’appello mancava circa un’ora di musica!).
Già durante l’esecuzione della Sinfonia, a sipario alzato, si entrava nel vivo imbattendosi in alcuni turisti che osservavano, più o meno annoiati, il panorama montano seduti alla fermata dell’autobus e in anziani in carrozzina guidati all’aria aperta ad ossigenare le loro menti malate, il tutto sui luoghi dove il Mito stava per rivivere e stava, soprattutto, per essere rivissuto. Nessuna meraviglia, quindi, se al terzo atto gli stessi personaggi dell’opera assistevano allo scoprimento del celebre monumento intitolato all’eroe svizzero (e che si trova oggi ad Altdorf) sotto al quale si sarebbe materializzata di lì a breve la prova della mela. Cast dominato da Michele Pertusi, un Tell di timbro nobile, dizione scolpita, capace di un legato morbidissimo. Davvero elegante e commosso il suo «Sois immobile». Pallida, invece, la Mathilde di Eva Mei, avara di emozioni e un po’a disagio in zona medio-grave, mentre Antonino Siragusa, che pur ha avuto un’ottima resa in «Asile héréditaire», si smarriva a volte in una linea di canto un po’ lagnosa e poco incisiva. Scarsamente sfumata la direzione di Gianluigi Gelmetti che ha avuto, comunque, il merito di non proiettare la partitura oltre i limiti stilistici ad essa peculiari. Ma il limitato gusto timbrico ed un fraseggio monocorde non hanno consentito alle sublimi note rossiniane di prendere il volo.
Già durante l’esecuzione della Sinfonia, a sipario alzato, si entrava nel vivo imbattendosi in alcuni turisti che osservavano, più o meno annoiati, il panorama montano seduti alla fermata dell’autobus e in anziani in carrozzina guidati all’aria aperta ad ossigenare le loro menti malate, il tutto sui luoghi dove il Mito stava per rivivere e stava, soprattutto, per essere rivissuto. Nessuna meraviglia, quindi, se al terzo atto gli stessi personaggi dell’opera assistevano allo scoprimento del celebre monumento intitolato all’eroe svizzero (e che si trova oggi ad Altdorf) sotto al quale si sarebbe materializzata di lì a breve la prova della mela. Cast dominato da Michele Pertusi, un Tell di timbro nobile, dizione scolpita, capace di un legato morbidissimo. Davvero elegante e commosso il suo «Sois immobile». Pallida, invece, la Mathilde di Eva Mei, avara di emozioni e un po’a disagio in zona medio-grave, mentre Antonino Siragusa, che pur ha avuto un’ottima resa in «Asile héréditaire», si smarriva a volte in una linea di canto un po’ lagnosa e poco incisiva. Scarsamente sfumata la direzione di Gianluigi Gelmetti che ha avuto, comunque, il merito di non proiettare la partitura oltre i limiti stilistici ad essa peculiari. Ma il limitato gusto timbrico ed un fraseggio monocorde non hanno consentito alle sublimi note rossiniane di prendere il volo.
cesiva (como el ambulante iceberg moldeado al modo de un Suisseminiatur que irrumpió en escena durante el catártico final) que fue la base del espectáculo de Adrian Marthaler, en lo que fue la primera representación absoluta en Zurich de la versión parisina de Guillaume Tell. Al menos así lo señalaba el póster del programa, que se olvidó de la abundante cantidad de cortes que redujeron la partitura, en sustancia todos los bailables y algún reinicio por aquí y por allá. Evidentemente, el director de escena helvético persiguió su propio objetivo dramatúrgico eliminando todo aquello que le fastidiaba. Esto es por lo menos discutible aun en una visión de fondo compartible, ya que ¡falto cerca de una hora de música! Ya desde la ejecución de la Sinfonía, con el telón alzado, entramos de lleno a encontrarnos con algunos turistas que observaban, más o menos aburridos y sentados en la parada del autobús, el panorama montañoso; o a unos ancianos en carrozas descubiertas que oxigenaban sus mentes enfermas, todo ello en el lugar donde estaba por revivirse el mito, o que ante todo, estaba por ser revivido. Por lo tanto, no hubo ninguna maravilla, y en el tercer acto los propios personajes de la opera asistieron a la debelación del celebre monumento dedicado al héroe suizo (que hoy se encuentra en Altdorf) y bajo el cual ahí debía materializarse en breve la prueba de la manzana. El elenco fue dominado por Michele Pertusi, un Tell de timbre noble, dicción esculpida y capaz de un legato muy suave. Verdaderamente elegante y conmovedor fue su «Sois immobile». A su vez, la Mathilde de Eva Mei estuvo pálida, avara de emociones y un poco incomoda en la zona medio-grave, mientras que Antonino Siragusa, quien tuvo una optima interpretación del «Asile héréditaire» por momentos se perdió en una gemida y poco incisiva línea de canto. Escasamente sombría estuvo la dirección de Gianluigi Gelmetti, quien a pesar de todo, tuvo el merito de no proyectar la partitura mas allá de limites estilísticos y peculiares. Pero el limitado gusto timbrico y su fraseo monocorde no le permitieron a las sublimes notas rossininas levantar el vuelo.