martes, 16 de noviembre de 2010

Guillaume Tell di Rossini - Opernhaus Zurich

Foto: copyright Suzanne Schwiertz

Massimo Viazzo


Il Mito rivive accanto a noi e si perpetua impassibile nei luoghi ad esso deputati sotto lo sguardo curioso, stupito dell’umanità: questa è l’idea - condita da una dose di ironia a volte eccessiva (vedi l’iceberg vagante sagomato a mo’ di Suisseminiatur che irrompeva in scena durante il catartico Finale) - che stava alla base dello spettacolo di Adrian Marthaler per la prima assoluta zurighese della versione parigina del Guillame Tell. Così, almeno, recitava la locandina, dimenticandosi però dell’abbondante messe di tagli che falcidiava la partitura, in sostanza tutti i ballabili e qualche ripresa qua e là. Il regista elvetico, evidentemente, ha perseguito il proprio obiettivo drammaturgico eliminando ciò che lo infastidiva. E questo è quantomeno opinabile pur in una visione di fondo condivisibile (all’appello mancava circa un’ora di musica!).
Già durante l’esecuzione della Sinfonia, a sipario alzato, si entrava nel vivo imbattendosi in alcuni turisti che osservavano, più o meno annoiati, il panorama montano seduti alla fermata dell’autobus e in anziani in carrozzina guidati all’aria aperta ad ossigenare le loro menti malate, il tutto sui luoghi dove il Mito stava per rivivere e stava, soprattutto, per essere rivissuto. Nessuna meraviglia, quindi, se al terzo atto gli stessi personaggi dell’opera assistevano allo scoprimento del celebre monumento intitolato all’eroe svizzero (e che si trova oggi ad Altdorf) sotto al quale si sarebbe materializzata di lì a breve la prova della mela. Cast dominato da Michele Pertusi, un Tell di timbro nobile, dizione scolpita, capace di un legato morbidissimo. Davvero elegante e commosso il suo «Sois immobile». Pallida, invece, la Mathilde di Eva Mei, avara di emozioni e un po’a disagio in zona medio-grave, mentre Antonino Siragusa, che pur ha avuto un’ottima resa in «Asile héréditaire», si smarriva a volte in una linea di canto un po’ lagnosa e poco incisiva. Scarsamente sfumata la direzione di Gianluigi Gelmetti che ha avuto, comunque, il merito di non proiettare la partitura oltre i limiti stilistici ad essa peculiari. Ma il limitato gusto timbrico ed un fraseggio monocorde non hanno consentito alle sublimi note rossiniane di prendere il volo.

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