martes, 23 de noviembre de 2010

Lohengrin di Wagner - Los Angeles Opera

Foto: Robert Millard

Ramón Jacques
La stretta relazione, anche geografica, che esiste fra l’Opera di Los Angeles e il mondo di Hollywood (con risultati alterni, invero) si concretizza nelle regie d’opera affidate ad affermati registi cinematografici. In questa occasione è stato il CBS Scenic Studio ad occuparsi della nuova produzione di Lohengrin, basandosi su un’idea dell’esperto scenografo Dirk Hofacker e del regista Lydia Steier, che, demitizzando la vicenda, decidono di situarla nella Germania della Prima Guerra Mondale, in un periodo storico che secondo i responsabili della produzione mantiene più che una similitudine con quello effettivo delineato dal libretto. Il risultato è stato ottimo proprio perchè i personaggi parevano più umani, in un contesto più accessibile per lo spettatore. Per i tre atti si vedeva sul palcoscenico una piattaforma girevole che da un lato mostrava un palazzo distrutto dalla guerra e dall’altro una parete con finestre con l’evidente intenzione di creare un effetto cinematografico. I costumi, allusivi all’epoca, particolarmente quelli dei militari, le luci taglienti, e la costante nevicata aiutavano a creare una forte suggestione. Parlando del cast, solidissimo in questa occasione, si deve segnalare la presenza della vulnerable Elsa di SoiIe Isokoski, un soprano di linea vocale ammirevole, impeccabile, che ha catturato per la preziosità del suo timbro. Ben Heppner, che ha interpretato Lohengrin con un’armatura metallica sulla sua gamba destra , considerando l’evodente fatica mostrata nell’esigente finale del secondo atto, ha saputo amministrare con intelligenza una voce di timbro caldo, utilizzata più con sottigliezza che con forza. Al suo debutto wagneriano Dolora Zajick ha mostrato consanguineità con il carattere e il temperamento di Ortrud. Corretto il violento e frenetico Telramund di James Johnson e imponente l’Heinrich di Kristinn Sigmundsson, così come valido è stato l’apporto del coro, un ingrediente fondamentale del “capolavoro” wagneriano. Con indubbia autorità e conoscenza dello stile e del repertorio James Conlon ha scolpito una lettura emotiva e penetrante, esaltando i diversi stati d’animo e sentimenti vissuti dai protagonisti, dalla tensione alla desolazione, dalla agitazione alla tenerezza.

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