domingo, 14 de noviembre de 2010

La Sonnambula - Teatro Grande di Brescia

Foto: Jessica Pratt (La Sonnambula) - Elisabetta Molteni

Roberta Pedrotti
La stagione del bicentenario del Teatro Grande prosegue con un successo che speriamo sia di buon auspicio per la recentissima nomina del primo sovrintendente, il quarantaduenne marchigiano Umberto Angelini. Dopo Medea è di scena La sonnambula, con un cast giovane capitanato da una straordinaria Jessica Pratt. Confessiamo una certa emozione nell’applaudire questa ragazzona australiana, alta, giunonica, dal bel viso dolce e teatrale proprio a due settimane dalla scomparsa di Joan Sutherland, ma naturalmente il confronto sarebbe ozioso. Jessica Pratt è Jessica Pratt, forse la maggiore rivelazione belcantista degli ultimi anni: bel timbro puro, ben sostenuto, omogeneo, emissione fluida in tutta la tessitura, ottima coloratura, linea nobile ed elegante, eppur fragrante dell’ingenua semplicità di Amina. Soprattutto nel finale l’artista si impone, emoziona sinceramente in un delicato “Ah non credea mirarti”, splendidamente legato, per poi esplodere in uno sfolgorante “Ah non giunge uman pensiero”, coronato da variazioni sovracute (fa compreso) che ci restituiscono il piacere creduto perduto della sorpresa, del brivido fantasioso dell’artista virtuosa e creatrice. Non c’è però mai compiacimento, mai esibizionismo, perché la Pratt è cantante musicalissima che sa coniugare l’estro al rigore stilistico, traduce nel canto la timida innocenza della vergine alpina: ne è un esempio anche il finale primo, in particolare le frasi di “D’un pensiero, d’un accento”, intrise d’intima commozione e così elevate, quasi astratte nell’essenza dell’espressione belcantista. Si aggiunga la dolcezza, la naturalezza scenica di un’artista che gestisce con grazia sia la statura sovrastante il resto del cast sia l’improbabile cascata di boccoli biondi imposta dalla costumista e scenografa Susanna Rossi Jost per confermare il valore di un’artista notevolissima con ancora ampi margini di crescita e dalla quale attendiamo sempre nuove soddisfazioni. La coppia con Enea Scala, Elvino, è poi perfettamente assortita, sia per affiatamento scenico (le loro effusioni e piccole schermaglie costituiscono il meglio della regia) sia per equilibrio vocale, in virtù della grande facilità del tenore in acuto e sovracuto abbinata a un colore brunito, dal metallo particolarissimo, e a una sonorità piacevolmente corposa. La proprietà stilistica è confermata dalle belle variazioni nella ripresa della cabaletta del secondo atto e ben si sposa con un’interpretazione fresca e virile del personaggio. Sotto il profilo squisitamente tecnico apprezziamo i continui progressi di Scala, che potrà ulteriormente affinare la mezzavoce e il passaggio, trovando sempre maggiore morbidezza. Accanto ai due protagonisti il conte Rodolfo impallidisce per personalità e sonorità; Alexej Yakimov è cantante corretto, elegante, ma di volume ridotto e troppo compassato, quasi intimidito, nell’espressione e nell’azione. Ben più vivace e incisiva la Lisa di Marina Bucciarelli, voce ancora un poco acerba, soprattutto nel centro, ma puntuta e ficcante negli acuti e nei sovracuti esibiti nell’aria del secondo atto, spesso omessa, che avrebbe meritato un’accoglienza più generosa da parte del pubblico bresciano. L’attrice è fresca e spigliata, peccato solo che la regia di Stefano Vizioli ne faccia una sorta di Carmen d’altri tempi, con le mani perennemente puntate sui fianchi. Nadija Petrenko è una Teresa adeguata, così come l’Alessio di Michail Dogotari, che attendiamo fra poco meno di un mese come Alidoro nella Cenerentola. Luca Granziera è il notaio. Sul podio troviamo Massimo Lambertini, alle sue prime esperienze operistiche, già assistente di Riccardo Muti; la prima dote che si apprezza, rara anche in tanti rinomati concertatori è quella di sostenere i cantanti, di lavorare con loro e non contro di loro. Fatti salvi alcuni attacchi imprecisi del coro nel primo atto, l’equilibrio musicale è solido, i tempi giusti, l’esecuzione integrale ad eccezione di alcuni da capo delle cabalette. Già si è accennato alla messa in scena, forse l’elemento meno interessante di questa produzione: convenzionale, didascalica ma ambientata invece che in un villaggio alpino in un’idillica campagna contrapposta alla sagoma cittadina già protoindustriale che alligna in lontananza. Un’intuizione che rimane comunque sullo sfondo di uno spettacolo senza spunti o suggestioni particolari, ben illuminato da Paolo Coduri de’ Cartosio, ma nel complesso più vicino a quanto ci aspetteremmo da un buon direttore di palcoscenico che da un regista dell’esperienza e della fama di Stefano Vizioli. Abbiamo però voci e artisti che da soli valgono lo spettacolo e illuminano la scena in un crescendo di consensi, con autentici boati d’approvazione per Jessica Pratt ed Enea Scala, complici e sorridenti nel contendersi i maggiori applausi.

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