Showing posts with label Stefano Vizioli. Show all posts
Showing posts with label Stefano Vizioli. Show all posts

Sunday, November 14, 2010

La Sonnambula en el Teatro Grande de Brescia

Foto: Jessica Pratt - Teatro Grande di Brescia

Roberta Pedrotti

La temporada del bicentenario del Teatro Grande de Brescia continua con un hecho que esperamos sea de buen auspicio como es el reciente nombramiento del sobre intendente Umberto Angelini de cuarenta y dos años de edad. Se montó en escena La Sonnambula con un elenco encabezado por la extraordinaria Jessica Pratt. Confieso una cierta emoción al aplaudirle a esta joven australiana, que es alta, imponente, de hermosa apariencia, muy dulce y teatral, a solo dos semanas de la muerte de Joan Sutherland, pero naturalmente la comparación seria algo ocioso. Jessica Pratt es Jessica Pratt, la mejor revelación belcantista de los últimos años con un grato timbre bien sostenido y homogéneo, emisión fluida en toda la tesitura, óptima coloratura, línea noble y elegante y aun así aromatizada por la ingenua simplicidad de Amina. Sobretodo en el final, la artista se impuso y emocionó sinceramente con un delicado “Ah non credea mirarti” con esplendido legato, para después explotar en un brillante “Ah non giunge uman pensiero”, coronado por variaciones sobreagudas (fa incluido) con el que restituyó el placer de la sorpresa y el fantasioso escalofrío de la artista virtuosa y creadora que creíamos que se había perdido. No hubo nunca complacencia ni exhibicionismo, porque Pratt es una cantante muy musical que sabe conjugar la inspiración con el rigor estilístico y traduce en el canto la tímida inocencia de la virgen alpina. Como ejemplo particular la frase “D’un pensiero, d’un accento” de intima conmoción, estuvo tan elevada y casi abstracta en la esencia de la expresión belcantista. Se agrega la dulzura, la naturaleza escénica de una artista que se conduce con gracia, que confirma el valor de una notable artista con un amplio margen de crecimiento y de la cual esperamos obtener siempre nuevas satisfacciones. La pareja con Enea Scala, como Elvino, estuvo perfectamente de acuerdo en lo escénico (sus efusiones y pequeñas tonterías constituyeron lo mejor de la dirección escénica) y por equilibrio vocal, en virtud de la gran facilidad del tenor para emitir agudos y sobreagudos aunada a un color bronceado de un metal muy particular y una sonoridad corpórea muy agradable. La propiedad estilística se confirmó con las variaciones en el inicio de la cabaletta del segundo acto que se unió a una fresca y viril interpretación del personaje.

Bajo el perfil exquisitamente técnico, apreciamos el continuo progreso de Scala, que podrá posteriormente afinar su media voz y su pasaje, encontrando siempre mayor suavidad. Al lado de los dos protagonistas, el Conde Rodolfo palideció por personalidad y sonoridad. Alexej Yakimov es un cantante correcto y elegante, pero de volumen reducido y muy rígido, casi intimidado en la expresión y en la acción. Mas vivaz e incisiva estuvo la Lisa de Marina Bucciarelli, de voz aun un poco verde, sobretodo en el centro, pero apuntada y picante en los agudos y en los sobreagudos mostrados en su aria del segundo acto, pero fue un poco ignorada ya que hubiera merecido una acogida mas generosa de parte del publico de Brescia. La actriz es fresca y segura. Lastima por la dirección de Stefano Vizioli que la hizo una especie de Carmen de otro tiempo, con las manos perennemente apuntando hacia los lados. Nadija Petrenko fue una Teresa adecuada, así como el Alessio de Michail Dogotari y Luca Granziera hizo el papel del notario. En el podio encontramos a Massimo Lambertini, en su primera experiencia operística, después de haber sido asistente de Riccardo Muti. Los primeros dotes que se apreciaron, raros aun en renombrados directores, fueron los de sostener a los cantantes para trabajar con ellos y no en contra de ellos. De hecho, salvo algunos ataques imprecisos del coro en el primer acto, el equilibrio musical fue Cursivasólido, con tiempos justos, y la ejecución total a excepción de algunos da capo de las cabaletas. La puesta en escena fue quizás el elemento menos interesante de esta producción convencional, didáctica que en vez de estar ambientada en una villa alpina se hizo en un idílico campo. Una idea que permanece al fondo de un espectáculo sin despuntes o sugestiones particulares, bien iluminado por Paolo Coduri de’ Cartosio, pero en general se esperaba mas de un buen director de escena con la experiencia y la fama de Stefano Vizioli. De cualquier forma hubieron voces y artistas que por si solos valieron el espectáculo y que iluminaron la escena en un crescendo de consenso, con autentica aprobación para Jessica Pratt y Enea Scala, quienes recibieron los mayores aplausos.

La Sonnambula - Teatro Grande di Brescia

Foto: Jessica Pratt (La Sonnambula) - Elisabetta Molteni

Roberta Pedrotti
La stagione del bicentenario del Teatro Grande prosegue con un successo che speriamo sia di buon auspicio per la recentissima nomina del primo sovrintendente, il quarantaduenne marchigiano Umberto Angelini. Dopo Medea è di scena La sonnambula, con un cast giovane capitanato da una straordinaria Jessica Pratt. Confessiamo una certa emozione nell’applaudire questa ragazzona australiana, alta, giunonica, dal bel viso dolce e teatrale proprio a due settimane dalla scomparsa di Joan Sutherland, ma naturalmente il confronto sarebbe ozioso. Jessica Pratt è Jessica Pratt, forse la maggiore rivelazione belcantista degli ultimi anni: bel timbro puro, ben sostenuto, omogeneo, emissione fluida in tutta la tessitura, ottima coloratura, linea nobile ed elegante, eppur fragrante dell’ingenua semplicità di Amina. Soprattutto nel finale l’artista si impone, emoziona sinceramente in un delicato “Ah non credea mirarti”, splendidamente legato, per poi esplodere in uno sfolgorante “Ah non giunge uman pensiero”, coronato da variazioni sovracute (fa compreso) che ci restituiscono il piacere creduto perduto della sorpresa, del brivido fantasioso dell’artista virtuosa e creatrice. Non c’è però mai compiacimento, mai esibizionismo, perché la Pratt è cantante musicalissima che sa coniugare l’estro al rigore stilistico, traduce nel canto la timida innocenza della vergine alpina: ne è un esempio anche il finale primo, in particolare le frasi di “D’un pensiero, d’un accento”, intrise d’intima commozione e così elevate, quasi astratte nell’essenza dell’espressione belcantista. Si aggiunga la dolcezza, la naturalezza scenica di un’artista che gestisce con grazia sia la statura sovrastante il resto del cast sia l’improbabile cascata di boccoli biondi imposta dalla costumista e scenografa Susanna Rossi Jost per confermare il valore di un’artista notevolissima con ancora ampi margini di crescita e dalla quale attendiamo sempre nuove soddisfazioni. La coppia con Enea Scala, Elvino, è poi perfettamente assortita, sia per affiatamento scenico (le loro effusioni e piccole schermaglie costituiscono il meglio della regia) sia per equilibrio vocale, in virtù della grande facilità del tenore in acuto e sovracuto abbinata a un colore brunito, dal metallo particolarissimo, e a una sonorità piacevolmente corposa. La proprietà stilistica è confermata dalle belle variazioni nella ripresa della cabaletta del secondo atto e ben si sposa con un’interpretazione fresca e virile del personaggio. Sotto il profilo squisitamente tecnico apprezziamo i continui progressi di Scala, che potrà ulteriormente affinare la mezzavoce e il passaggio, trovando sempre maggiore morbidezza. Accanto ai due protagonisti il conte Rodolfo impallidisce per personalità e sonorità; Alexej Yakimov è cantante corretto, elegante, ma di volume ridotto e troppo compassato, quasi intimidito, nell’espressione e nell’azione. Ben più vivace e incisiva la Lisa di Marina Bucciarelli, voce ancora un poco acerba, soprattutto nel centro, ma puntuta e ficcante negli acuti e nei sovracuti esibiti nell’aria del secondo atto, spesso omessa, che avrebbe meritato un’accoglienza più generosa da parte del pubblico bresciano. L’attrice è fresca e spigliata, peccato solo che la regia di Stefano Vizioli ne faccia una sorta di Carmen d’altri tempi, con le mani perennemente puntate sui fianchi. Nadija Petrenko è una Teresa adeguata, così come l’Alessio di Michail Dogotari, che attendiamo fra poco meno di un mese come Alidoro nella Cenerentola. Luca Granziera è il notaio. Sul podio troviamo Massimo Lambertini, alle sue prime esperienze operistiche, già assistente di Riccardo Muti; la prima dote che si apprezza, rara anche in tanti rinomati concertatori è quella di sostenere i cantanti, di lavorare con loro e non contro di loro. Fatti salvi alcuni attacchi imprecisi del coro nel primo atto, l’equilibrio musicale è solido, i tempi giusti, l’esecuzione integrale ad eccezione di alcuni da capo delle cabalette. Già si è accennato alla messa in scena, forse l’elemento meno interessante di questa produzione: convenzionale, didascalica ma ambientata invece che in un villaggio alpino in un’idillica campagna contrapposta alla sagoma cittadina già protoindustriale che alligna in lontananza. Un’intuizione che rimane comunque sullo sfondo di uno spettacolo senza spunti o suggestioni particolari, ben illuminato da Paolo Coduri de’ Cartosio, ma nel complesso più vicino a quanto ci aspetteremmo da un buon direttore di palcoscenico che da un regista dell’esperienza e della fama di Stefano Vizioli. Abbiamo però voci e artisti che da soli valgono lo spettacolo e illuminano la scena in un crescendo di consensi, con autentici boati d’approvazione per Jessica Pratt ed Enea Scala, complici e sorridenti nel contendersi i maggiori applausi.