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Thursday, September 16, 2010

Demetrio y Polibio de Rossini en el Rossini Festival 2010, Pesaro

Foto: Rossini Opera Festival
Giosetta Guerra
La escena se abrió mostrando un escenario visto desde la parte de atrás, por lo que el foso iluminado y la cortina se veían al fondo, y detrás uno se imaginaba la presencia de público. !Wow! exclamé, porque no había visto una idea parecida. Una idea brillante del regista Davide Livermore, quien optó por un lectura moderna de la opera. La Sinfonía de inicio, no pertenece a Rossini, si no a Domenico Mombelli, cantante y compositor a quien el joven Rossini le encargaba obras. De Mombelli serian también otras partes de la opera como el aria de Siveno del segundo acto o el aria de Eumene. Los personajes fueron solo cuatro pero bastaron para construir una historia mas enredada, típica de los libretos de la época, y como no tienen un espesor psicológico y teatral consistente, por ello Livermore los presentó como fantasmas que desaparecían, y que de noche vagaban por un viejo escenario desierto. Guardarropas de vestuarios de teatro, espejos, pianos, contrapesos que subían y bajaban gracias a los efectos espéciales del mago Alexander, candelabros suspendidos volaban por el aire en todas direcciones. En el plano vocal destacó el bajo Mirco Palazzi (Polibio), con su voz suave, dúctil y de grato color, poderos y portentoso en los duetos y graves bien apoyados. Eumene fue interpretado por el tenor chino Yijie Shi, tenor contraltino bastante ágil pero con sonidos agudos no siempre pulidos. Victoria Zaytseva (Demetrio-Siveno) es una ágil mezzosoprano con sonidos rotundos y emisión natural, muy buena en el canto de coloratura en la música ligera y brillante. La soprano española María José Moreno (Lisinga, el papel vocalmente mas difícil de la opera) mostro una voz pequeña, que supo maniobrar entre las agudas y virtuosas acrobacias y con delicadeza en algunos dúos. Buena fue la prueba de la Orquesta Sinfónica Rossini, dirigida por Corrado Rovaris y del Coro de cámara de Praga, dirigido por Lubomír Mátl.

Tuesday, August 31, 2010

Demetrio e Polibio - Rossini Opera Festival 2010, Pesaro

Foto: Demetrio e Polibio, Palazzi, Shi, Moreno, Zaytseva- ROF 2010

Rof 2010 – 31.a edizione

Demetrio e Polibio tra realtà e illusione.
nuova edizione curata da Daniele Carnini
(10 agosto 2010 – prima)


Giosetta Guerra

La scena mostra un palcoscenico visto da dietro, per cui il boccascena illuminato e il sipario che si apre sono sul fondale, dietro il quale si immagina la presenza del pubblico. “WOW!”, ho esclamato, non avevo mai visto una cosa simile. Idea brillante del regista Davide Livermore, che opta per una lettura moderna, dove non compaiono né regge né accampamenti e per le scene attuali e i costumi storici si è avvalso della collaborazione degli allievi dell’Accademia delle Belle Arti di Urbino coordinati da Francesco Calcagnini e del progetto luci di Nicolas Bovey. Nel backstage di questo palcoscenico maestranze, tecnici e pompieri riordinano macchine sceniche, bauli e scale, gli artisti si complimentano, coprendo coi loro movimenti il suono orchestrale e disturbando l’ascolto dell’Ouverture, che in fondo non è proprio una gran meraviglia.

La Sinfonia d’inizio, infatti, non è attribuita a Rossini, ma a Domenico Mombelli, cantante e compositore a cui il giovanissimo Rossini consegnava brani sparsi per la stesura dell’opera in questione e primo interprete di Demetrio. Di Mombelli sarebbero anche altre parti dell’opera, ossia l’aria di Siveno del II atto “Perdon ti chiedo, o padre” e la successiva aria di Eumene “Lungi dal figlio amato”, mentre alcune delle parti scritte da Rossini vengono da lui reimpiegate in opere successive, quali Il Signor Bruschino. I personaggi sono solo quattro, ma bastano per costruire una storia piuttosto intricata con travestimenti e agnizioni tipici dei libretti dell’epoca. Non hanno uno spessore psicologico e teatrale consistente, per cui Livermore li presenta come evanescenti fantasmini, che di notte vagano su un vecchio palcoscenico deserto, sbucano da bauli chiusi, da dietro specchi magici, si moltiplicano (ogni cantante ha il suo doppio) e accendono in mano fatue fiammelle che si originano misteriosamente. Interi guardaroba di costumi teatrali, specchi, pianoforti, contrappesi scendono e salgono e, grazie agli effetti speciali del mago Alexander, candele sospese e candelabri accesi fluttuano per l’aria e vagano in tutte le direzioni.

Sul piano vocale si è imposto il bravo basso riminese Mirco Palazzi (Polibio), voce morbida, duttile e di bel colore, poderoso e portentoso nel duetto Polibio/Eumene “Non cimentar lo sdegno”, con gravi ben appoggiati, morbidezza del suono nell’aria del II atto “Come sperar riposo”, affondi sicuri, dimestichezza col canto di sbalzo “Nel rammentar quel perfido”. Eumene è interpretato dal cinese Yijie Shi, tenore contraltino abbastanza sciolto, ma con suoni acuti non sempre puliti (“All’alta impresa tutti”), Victoria Zaytseva (Demetrio-Siveno) è un agile mezzosoprano con suoni rotondi ed emissione naturale, brava nel canto di coloratura su musica leggera e frizzante, il soprano Maria José Moreno (Lisinga, la parte vocalmente più difficile dell’opera) dosa bene una voce piccola, si destreggia tra le acrobazie acutissime virtuosistiche e nelle delicatezze del duetto Lisinga/Siveno “Questo cor” sul ritmo pizzicato degli archi. Buone le prove dell’Orchestra Sinfonica Rossini, diretta da Corrado Rovaris e del Coro da camera di Praga, preparato da Lubomír Mátl.

Wednesday, January 6, 2010

Il Barbiere di Siviglia di Rossini - Teatro Pergolesi, Jesi

Foto: Teatro Pergolesi, Jesi©
Giosetta Guerra

Ero curiosa di vedere un’altra creazione del trentenne regista veneziano Damiano Michieletto, dopo la fantasiosa Gazza ladra e la splendida Scala di seta viste a Pesaro. Per Il Barbiere di Siviglia la regia e le scene, che Michieletto aveva firmato per il Maggio Musicale Fiorentino quattro anni fa, sono qui riprese dal trentaduenne Matteo Mazzoni, il regista jesino che il 4 gennaio 2010 ha riprodotto la casa di Pergolesi nel trecentesimo del suo genetliaco. Poco spreco di materiale e molte idee.L’azione inizia con la simulazione di un treno che arriva da Siviglia e di tutto ciò che accade in una stazione, rumori e annuncio compresi, i movimenti e la deambulazione dei passeggeri seguono il ritmo della musica, non mancano le gags dei bagagli che si aprono spargendo intorno il contenuto e dei passeggeri che corrono tra i lampi aggrappati a dei parapioggia di vari colori. Bello l’effetto, ma non sulla Sinfonia, vi prego. Tutti i brani strumentali, purtroppo, come l’introduzione alle arie, sono animati e tutto il ritmo della musica rossiniana viene mimato. Questo non va bene. Alcuni ingressi avvengono dalla platea. Durante il temporale molti corrono attraverso la platea con pile accese e ombrelli. Nel duetto All’idea di quel metallo due figuranti disegnano la bottega di Figaro con bombolette spray su un telo giallo. Bell’idea! Alla fine dell’opera se ne ripartono tutti col treno. I pochissimi e semplicissimi elementi scenografici (sedie rosse, ombrelli colorati, enormi palloni, cuscini e una scala blu a libro, quella che serve per la fuga finale dei due innamorati, ma che funge anche da balcone nel primo atto), opportunamente gestiti dalla fantasia del regista, sono sufficienti a simulare gli ambienti e a far risparmiare le casse del teatro. Onore al merito. Ottime le luci di Alessandro Carletti, che valorizzano questo gioco fantasioso di colori e d’azione. La gestualità è forte, caricaturale ma non caricata. I personaggi, truccati come animali che rispecchiano i loro caratteri, sono vestiti dalla brava Carla Teti. Figaro, bardato da pagliaccio con parrucca cornuta, sembra il grillo parlante o una volpe, Basilio è un orripilante ramarro con lunga coda e tuba in testa, tutto verde anche in viso. Bartolo è un bulldog, un temibile cane da guardia. La “Forza” è composta di poliziotti con in viso la maschera di Paperino e in mano colorate pistole ad acqua, i loro movimenti scenici sono accompagnati da tanti palloni bianchi.
Tutti calzano scarpe rosse. Soddisfacente il cast vocale, formato prevalentemente di giovani cantanti provenienti dall’Accademia Rossiniana 2009 di Pesaro e dalla Scuola dell’Opera Italiana di Bologna che si destreggiano bene anche sul piano scenico. Il Conte D'Almaviva è interpretato dal giovanissimo tenore siciliano Enea Scala con timbro vocale chiaro alla Florez (gli somiglia anche fisicamente), suono pulito, slancio negli acuti, ma con qualche lieve ingolatura e nasalità nelle agilità (Ecco ridente in cielo, cantata in cima ad una scala, indossando un abito maschile con gilè di raso rosso scuro e ombrello in testa); il tenore canta bene, riesce ad ammorbidire i suoni e sarà un vero belcantista quando con l’esperienza acquisirà maggior fluidità e naturalezza d’emissione. Come Alonso, maestro di musica, indossa una redingote bianca e una parrucca con corna e una cetra al centro.
Nel finale, nel proclamare la sua identità “Almaviva son io”, doveva mettere più passione. Bartolo è un “panzone” pelato vestito di bianco e fuma il sigaro. Bravissimo il baritono romano Roberto Abbondanza che ha fisico e timbro vocale alla Praticò, il gesto è caricaturale ma non caricato, la voce possente è usata nelle giuste dinamiche, il sillabato è ben fatto (A un dottor). Rosina, tutta rossa dalla testa ai piedi, entra dal fondo della platea pavoneggiandosi. Il soprano moscovita ventiquattrenne Victoria Zaytseva ha un bel colore vocale denso ma costruito, ha voce lanciata e scintillante in acuto, flessibile nella coloratura, ma manca di spessore nei gravi, eccede nell’accentare e la dizione è incomprensibile nei recitativi. Deve mettere a posto la tecnica di canto (Dunque son io la fortunata) e affinare l’interpretazione (Oh che colpo inaspettato). Figaro lo interpreta il baritono chiaro Marcello Rosiello, che ha voce acuta, lanciata, sonora, imponente, estesissima, ma poco incline alle agilità che sono un po’ scivolate (All’idea di quel metallo). Basilio Alexey Yakimov (basso ventiquattrenne di Mosca) ha una buona voce, importante anche nei gravi, ma le agilità della calunnia (disturbata dai mimi e da sacchi neri volanti) sono “abbaiate”, perché i tempi non sono corretti e c’è uno scollamento tra canto e suono orchestrale. Come Berta, la pugliese Anna Maria Sarra, un bel soprano pulito, leggero, brillante di soli 21 anni, emerge nell’esilarante concertato del finale dell’atto primo. Vestita di nero con crestina e grembiulino bianchi, canta “Il vecchiotto cerca moglie” mentre stira col ferro a vapore vero e in preda a bollori erotici. Mattia Olivieri (baritono venticinquenne di Sassuolo) ha una bella voce sonora, possente ed estesa nel duplice ruolo di Fiorello e di un ufficiale. Alla guida della FORM Orchestra Filarmonica Marchigiana il giovane direttore milanese Giampaolo Maria Bisanti, restituisce la leggerezza e il ritmo serrato della partitura rossiniana, trascinando e coinvolgendo il pubblico in un’esilarante euforia sonora. Molto bravo. Ruolo importante, peraltro ben sostenuto sia scenicamente che vocalmente, quello del Coro Lirico Marchigiano, preparato da David Crescenzi. Il pubblico si è divertito ed ha apprezzato il lavoro degli artisti.