martes, 19 de abril de 2016

La Donna Serpente – Teatro Regio Torino, Italia

Foto: Ramella&Giannese - Teatro Regio di Torino

Renzo Bellardone

Senza l’illusione di un momento, senza la voglia di vivere una fiaba, la vita sarebbe poca cosa! Si dice che gli animi più serenamente obiettivi  appartengano a chi sa conservare nel tempo un po’ di quella fanciullezza passata. Il saper vedere la vita con gli occhi di bimbo che si spalancano di fronte alle luci inconsuete, ai colori ed ai suoni, forse rende la vita più gioiosa e serena.

La prima esecuzione in Torino de ‘La donna serpente’, si configura in un  evento eccezionale, intorno al quale il Teatro Regio e la città di Torino hanno addirittura costruito un ‘progetto’ festival sulla figura del compositore Alfredo Casella; per questo motivo ritengo che non sia possibile  recensire succintamente l’opera ‘La donna serpente’ limitandosi ad annotare le impressioni visive e di ascolto, ma che si rendano necessarie almeno alcune considerazioni e citazioni

Sfogliando il libro di sala e dopo aver seguito alcune interviste proposte anche in occasione della diretta su Rai 5 alla ‘prima’ del 14 aprile, rilasciate dal sovrintendente del Regio Valter Vergnano e dal direttore musicale Gianadrea Noseda, si annota: “ Casella rappresenta una importante figura del xx secolo; Faurè fu suo maestro, mentre tra le amicizie vantava i nomi di Debussy, Ravel e Stravinskij”. Noseda a proposito della composizione musicale riferisce “ad esempio il ‘Lamento’ di Miranda (Vaghe stelle dell’Orsa) ha un fascino antico che non è quello dell’aria classica di sapore ottocentesco, ma piuttosto del madrigale, ………il ‘quintetto delle maschere’ che è tutto basato su un esercizio linguistico di chiaro gusto rossiniano, ma conduce a sviluppi formali che pur restando comici , suonano completamente diversi…”

Lucilla Castellari nel suo libro ‘Dal carnevale veneziano al romanticismo musicale tedesco’ edito da Campanotto editore, scrive: “con ‘La donna serpente’ Carlo Gozzi imprime una svolta alla sua produzione fiabesca (quinta delle fiabe teatrali): torna alla fiaba di magia, esasperandone la spettacolarità e la complessità d’intreccio, pur conservando la formula passionale e per certi aspetti patetica, sperimentata nella Turandot; si tratta di quella che Edoardo Sanguinetti definisce ‘la geniale invenzione di un genere:la fiaba scenica’” 

La storia è abbastanza complicata e di non facile intuizione per il gran numero di personaggi e per le situazioni intricate ed alcune visualizzazioni riportano ai pargoletti della Morma oppure alla cerva bianca in Rusalka: ma la proposta del Regio, tanto per rimanere in sintonia, è realmente fiabesca, un sogno irreale in un mondo di colori, suoni, luci ed ombre!

La Musica appare subito godibilissima, senza i bruschi accenti di alcuni compositori contemporanei ed al tempo stesso sfrondata dai manierismi di certe arie antecedenti. Gianadrea Noseda dirige con piglio sicuro e profonda concentrazione: si tratta di una partitura complessa che questi  affronta con la passione critica già impiegata nelle precedenti ricerche ed incisioni di opere del torinese Casella, del quale Noseda è profondo conoscitore ed instancabile divulgatore. L’intesa con l’orchestra è sempre forte, ma in questa occasione si colgono anche  la passione ed il desiderio del nuovo che accomunano! Quello che giunge all’ascolto è una musica che cattura, che coinvolge ed attrae.

La messa in scena è favolosa. L’essenzialità lascia spazio alla fantasia e la spettacolarità è affidata alla Fattoria Vittadini per rocambolesche coreografie di Riccardo Olivier,  che con forte descrittività narrano e collegano le scene. I costumi del geniale Gianluca Falaschi sono dei reali capolavori fatti di semplicità, di folgoranti colori in caleidoscopici ed acquerellati arcobaleni ed elementi di forte scenicità. Le accattivanti e suggestive luci disegnate da Giuseppe Calabrò e le geometriche ma armoniose scenografie di Dario Gessati immergono in un fantastico spazio atemporale che portano nel buio della notte, nell’attimo in cui il sole si oscura ed in una sorta di moltiplicazione del disco solare con proiezioni sul palco. La regia di Arturo Cirillo è rispettosa della commedia dell’arte che viene catapultata nella contemporaneità futurista: molto gradevole e ricercata per raffinatezza ed eleganza. Il superbo coro preparato da Claudio Fenoglio ed un cast stellare portano a compimento il meritato successo!

Piero Pretti, tenore dal timbro morbido ha interpretato il re Altidor con i giusti accenni patetici e di passione amorosa con emissione chiara ed addirittura struggente nell’Addio, addio..’; Carmela Remigio insignita proprio in questi giorni  del prestigioso premio Abbiati 2015, ha interpretato la Fata Miranda  con  liricità scintillante e purezza di fraseggio ricercato allo stremo ed esaltato nel sopracitato ‘Vaghe stelle dell’orsa’ senza il supporto orchestrale. Armilla ha incontrato in Erika Grimaldi una straordinaria interprete che nel ruolo di  superba combattente ha dimostrato brillantezza ed incisività; pregevoli i duetti con Anna Maria Chiuri il mezzosoprano che ha dato voce a Canzade sfogliando i bei colori ambrati e possenti che il suo mezzo permette. Francesca Sassu –Farzana- ha fresca voce particolarmente apprezzata nei toni alti. Francesco Marsiglia –Alditruf- è agile tenore e scenicamente sciolto; Marco Filippo Romano  sfodera  bei colori con  timbro possente interpretando un Albrigor saltellante e divertente. Roberto De Candia  -Pantul- rende in modo delineato il personaggio che disegna con attenzione e precisione gestuale e vocale. Tartagil viene interpretato dal tenore  Fabrizio Paesano con voce limpida e sicura. Lo scurissimo colore dai contorni morbidi di Fabrizio Beggi ha conferito autorevolezza e potenza al ministro Togrul.

Sicuramente interessanti Demogorgon-Sebastian Catana, Smeraldina-Kate Fruchtherman, Badur-Donato di Gioia, Geonca-Emilio Marcucci, secondo messo-Alejandro Escobar, prima fatina Eugenia Braynova, seconda fatina-Roberta Garelli e una voce-Giuseppe Capoferri.

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