jueves, 19 de abril de 2018

Don Pasquale - Teatro alla Scala, Milano

Foto: Teatro alla Scala, Milano

Massimo Viazzo 

Su tutti i manuali di storia dell’opera il donizettiano Don Pasquale viene indicato stilisticamente come il perfetto antenato di Falstaff. Ma mai come questa volta, nel bellissimo allestimento scaligero, abbiamo potuto cogliere le analogie, le anticipazioni e i rimandi al capolavoro verdiano. Don Pasquale supera qui i limiti del dramma buffo (come recita il libretto) per avventurarsi sui sentieri molto più variegati e chiaroscurati della commedia borghese. Molto ben ideato lo spettacolo firmato da Davide Livermore che ha calato la vicenda nella Roma degli anni ‘50, una Roma nella quale si coglievano moltissimi rimandi al cinema d’autore italiano, in bianco e nero, di quegli anni (con citazioni al cinema di Fellini, De Sica, Pietro Germi…). Livermore non forza mai la mano. Le gags non sono esagerate e i movimenti dei personaggi, come quelli della scena girevole, sono sempre pensati con la partitura in mano. Il regista italiano conosce bene il canto (essendo stato lui stesso tenore) e i cantanti, e questa è una garanzia per la riuscita dei suoi spettacoli. Riccardo Chailly ha sfoderato una concertazione, direi, sinfonica; a volte pareva fonicamente un pochino squilibrata, ma la cura dei fraseggio e l’attenzione ad una rotondità e ad una corposità del suono orchestrale hanno saputo imprimere spessore e profondità al capolavoro estremo del maestro di Bergamo. Ben venga quindi questa lettura concentrata e profonda. Cast molto equilibrato in tutti i ruoli a cominciare dal protagonista, Don Pasquale,  interpretato non a caso in questa produzione da uno dei più rifiniti Falstaff della nostra epoca, Ambrogio Maestri.  Il baritono lombardo ha cantato da par suo, con una grande comunicativa creando un personaggio sfaccettato, venato di malinconia. Spavaldo e vocalmente sonoro il Dottor Malatesta di Mattia Olivieri, voce sana e robusta. Rosa Feola ha donato la sua timbrica fresca alla piccante Norina. Ma la sua interpretazione non è mai ricorsa a quei bamboleggiamenti purtroppo ancora oggi in voga per ruoli come questo. La Feola ha sfoderato notevole sicurezza in tutta l’estensione e ha cantato con precisione e limpidezza. René Barbera ha impersonato un Ernesto ben fraseggiato, tenero ma a anche vigoroso. La sua voce è parsa ben timbrata e sempre gradevole. Ottimo il Coro del Teatro alla Scala preparato a dovere come sempre da Bruno Casoni

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