domingo, 1 de abril de 2018

Orphée et Eurydice di Gluck - Los Angeles Opera


Foto: Ken Howard

Ramón Jacques
L’opera di Los Angeles ha messo in scena per la prima volta Orfeo e Euridice di Gluck nella versione di Parigi del 1774, con il libretto di Moline,  in cui il personaggio principale è un tenore (o haute-contre). L’unico precedente esistente tra il teatro e la produzione operistica di Gluck è stato nella stagione 2003  quando si ascoltò quest’opera, ma nella sua versione in italiano composta nel 1762. L’idea di far rivivere questo titolo poco frequentato, incluso un nuovo montaggio scenico, si è originata nel 2017 a Chicago, dall’unione tra la Lyric Opera e  la compagnia di danza Joffrey Ballet della stessa città,  le quali a partire da ora si divideranno lo stesso teatro come sede, ognuna con una propria stagione, ma anche con l’idea di collaborare il più possibile. Tutte le idee sceniche (scenografie, luci, costumi, direzione scenica e coreografia) erano del coreografo statunitense John Neumeir, conosciuto per il suo lavoro al balletto di Amburgo (città in cui sarà portata questa produzione 2019 presso l’opera di Stato di Amburgo che coproduce questo progetto). La scena sembra interessante all’inizio, in cui Orfeo, istruttore di un’accademia di balletto, con Amor come suo assistente, discute con la sua ballerina Euridice, la quale, nel ritirarsi arrabbiata dalla scuola, muore investita da un’auto sportiva. Da lì inizia, quello che si intende come l’entrata in un mondo irreale, magico per Orfeo in cerca di Euridice.  Da lì si ha come una spaccatura, un mutamento scenico poco comprensibile, dato che Neumeier ha impostato lo sviluppo dal punto di vista coreografico includendo ampie sequenze di balletti multicolore, ma prescindendo dalla parte attoriale e vocale dello spettacolo, relegando i cantanti a lato della scena o in situazioni senza alcuna relazione con la trama. Tre enormi cubi con specchi giravano al centro della scena, lasciando spazio a più coreografie. Situazioni assurde tipiche del Regietheater, che anche il coreografo stesso convertito in regista, sembrava non capire e nemmeno risolvere.  Un bello spettacolo dal punto di vista visiva senza dubbio, ma se questo sarà il modello delle future collaborazioni fra il Joffrey Ballet con la compagnia operistica, io personalmente sceglierei se andare al balletto o all’opera. Per fortuna, voci di livello molto buono hanno realizzato lo spettacolo, Maxim Mironov come Orfeo, che ha mostrato un canto sorprendente nella dizione sentito in ogni frase, carico di sentimento e musicalità servito da un timbro gradevole e molto agile. Lisette Oropesa, commovente con la sua fragile Euridice, ha messo in evidenza un ottimo disimpegno vocale e talento; e Liv Redpath è piaciuta nell’interpretazione di Amor. Un’orchestra ridotta, rinforzata da qualche strumento antico, ha suonato un po’ rigida, forzata e poco espressiva; si capisce che questi musicisti non sono abituati a questo repertorio. Di James Conlon, non si può che apprezzare lo sforzo, la sicurezza e l’entusiasmo per effettuare una buona lettura, ma insito, senza demerito per musicisti ne direttore, questo semplicemente non è il loro repertorio.




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