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Tuesday, August 31, 2010

Judithas Triumphans - Attila - Sferisterio Opera, Macerata

Foto: Nmon Ford (Judithas), Maria Agresta (Attila)

Juditha trionfa, Attila no.
Teatro Lauro Rossi - prova generale

Giosetta Guerra

Nei due allestimenti di Massimo Gasparon (belli da vedersi per la luminosità e l’eleganza dell’ambientazione, dominata dal candore delle scene e dal contrasto cromatico dei costumi arricchiti dallo scintillio degli ori), gli abiti erano quasi gli stessi (quelli femminili bianchi e lunghi fino ai piedi si differenziavano solo in un particolare: avevano il taglio sotto il petto in Juditha e in vita in Attila, quelli maschili erano verdi in Juditha e azzurri in Attila e i pantaloni alla araba/turca dei maschi avevano il cavallo bassissimo in Attila e più alto in Juditha (poi cosa c’entrano gli Arabi o i Turchi con gli Unni? Forse perché le tribù guida degli Unni erano di lingua turca?), le scimitarre erano le stesse (e le abbiamo ritrovate anche nei Lombardi), i movimenti dei figuranti con le suddette armi uguali, l’uso della scala centrale e dei piani laterali sovrastanti uguali, con gli stessi “scimitarratori” sui piani alti laterali. Anche la morte dei due protagonisti avviene allo stesso modo: il taglio del collo con la scimitarra. A meno che il tutto non sia stato intenzionale, vista l’affinità delle due storie. Registicamente azzeccata la scena della morte di Holofernes: disteso sulla scala con la testa appoggiata sullo scalino superiore, al momento del taglio del collo, scivola nel gradino di sotto rendendo il capo invisibile al pubblico.

Accontentiamoci, visto che l’allestimento è luminoso, classico, pulito, chiaro, anche se non differenziato e quindi poco funzionale alla comprensione dell’azione drammatica, che fortunatamente già conosciamo, ma almeno sul piano vocale avremmo gradito una maggior efficienza da parte del protagonista delle due opere, Nmon Ford, il quale ci ha pienamente soddisfatto in Juditha, ma ci ha profondamente delusi in Attila, come era successo l’anno scorso per Don Giovanni. Come può il baritono cantare il pomeriggio Juditha e la sera stessa Attila? Non solo per il tour de force, ma anche e soprattutto per il differente registro dei due ruoli: baritono il primo, basso il secondo. Va bene che Ford appaga l’occhio con la sua bellezza statuaria e il magnetismo di un corpo palestrato, ma per Attila ci vuole la voce di basso, lo scavo della parola scenica, la giusta intonazione, cose che lui non ha, la sua è una grande voce di baritono che esplode in zona acuta con suono pieno e tenuto a lungo, ma nei gravi c’è carenza di materiale. Si afferma invece per autorevolezza scenica, bel corpo vocale e nobiltà d’accento Claudio Sgura nel ruolo del generale romano Ezio e anche Maria Agresta, nel ruolo di Odabella, si mette in luce per la varietà dei colori e potenza vocale; buona la prova vocale di Giuseppe Gipali (Foresto), di Enrico Cossutta (Uldino) e di Alberto Rota (Papa Leone).

Tornando al baritono panamense Nmon Ford, dobbiamo riconoscergli un grande carisma nel ruolo di Holofernes (ha sostituito il controtenore siriano Razek Francois Bitar), che gli calza alla perfezione: vocalmente si destreggia ottimamente nella coloratura della scrittura musicale del personaggio, scenicamente è estremamente a suo agio nell’atmosfera di piccante erotismo e nelle scene osées ideate dal regista, si muove come una pantera con quel corpo di cioccolata modellato (seminudo - WOW!!!), per stimolare i pensieri erotici di Juditha e non solo. Tutto il cast era abilitato a eseguire le invenzioni sonore e le architetture musicali barocche atte a crear la “maraviglia”. Juditha era interpretata dalla voce morbida del mezzosoprano Milijana Nikolic (fisicamente esuberante). Splendida nella parte dell’eunuco Vagaus, Giacinta Nicotra ha esibito una vocalità sopranile agile e sicura in ogni registro. Buone anche le prestazioni del soprano Davinia Rodríguez (Abra) e del contralto Alessandra Visentin (Ozias). Riccardo Frizza, alla guida dell’orchestra regionale delle Marche, è passato con facilità e precisione dallo stile barocco della Juditha triumphans di Antonio Vivaldi ai ritmi verdiani di Attila e il coro Bellini, preparato da David Crescenzi, ha dato prova di grande professionalità. Delle tre opere di Pizzi ho perso Faust causa pioggia, mi è piaciuta I Lombardi e non mi è piaciuta La Forza.

Friday, September 25, 2009

Le Malentendu- Sferisterio Opera Festival, Macerata

Foto: Mark Milhofer, Elena Zilio, Sofia Soloviy
Foto Alfredo Tabocchini
Giosetta Guerra

Teatro Italia va in scena la prima esecuzione assoluta di Le Malentendu, opera da camera in tre atti del giovane compositore Matteo D'Amico, tratta dalla pièce del noto scrittore e drammaturgo francese del primo 900 Albert Camus. Le Malentendu (Il malinteso), andato in scena per la prima volta al Théâtre des Mathurins di Parigi nel giugno 1944, ha come temi di fondo l’incomunicabilità e l’illusione, entrambi maestri d’inganno. Martha e sua madre vivono in una piccola città della Boemia e sono proprietarie di una locanda, che accoglie malcapitati avventori, destinati ad essere uccisi dalla follia delle due donne, le quali intendono racimolare denaro più in fretta possibile per lasciare quel luogo di sofferenze e andare a vivere in un assolato posto di mare. Complice succube un vecchio domestico muto, ha solo una battuta finale, ma vedente, che sintetizza la tragicità della situazione. Il cliente di turno è Jan, l’arricchito figlio della vecchia e quindi fratello di Martha, partito da tanto tempo e tornato per migliorare le condizioni dei suoi familiari. Si presenta come un comune cliente, non rivela la sua identità, nonostante il parere contrario di sua moglie Maria che lo accompagna, perché desidera, illudendosi, di essere riconosciuto grazie alla voce del sangue, ma ciò non accade e si consuma la tragedia. Jan allontana la moglie e prende posto nella locanda da solo. La madre stanca non vorrebbe perpetrare un nuovo delitto, ma la figlia incalza e, come di consueto, offre una tazza di tè con sonnifero a Jan, che, una volta addormentato, viene depredato e gettato nella chiusa sotto casa. La mattina seguente il domestico consegna alle donne il passaporto di Jan e la tragedia continua. La madre si avvia alla porta decisa a seguire la sorte del figlio, nonostante l’opposizione violenta di Martha, intrisa di risentimento e di gelosia, poi Martha, dopo aver risposto a Maria in cerca del marito che è stato tutto un malinteso (un malentendu), si uccide nella solitudine della sua stanza. E sola resta anche Maria ad invocare inutilmente un Dio indifferente. Una sorta di tragedia greca contemporanea, per la quale il bravo regista Saverio Marconi, noto per i suoi Musicals ma anche per la sua fervida creatività, crea, in collaborazione con lo scenografo Gabriele Moreschi e con il light desiner Valerio Tiberi, un’ambientazione scarna e gelida, quasi da ospedale, che raggruppa su un unico piano (la platea del cinema Italia con il pavimento di legno bianco) più ambienti (il soggiorno e la camera), divisi dai mobili e quindi sempre visibili, con pochissimi e poverissimi arredi, alcuni dei quali simbolici, come il classico pesciolino rosso dentro una boccia d’acqua a raffigurare l’agognato mare o i pupazzetti con i quali gioca il domestico a simboleggiare i tre che da lì a poco andranno a morire. I personaggi della vicenda si avvicinano, ma non si toccano mai, tranne i due sposi. Gli ingressi e le uscite dei personaggi avvengono nei tre lati della platea e nel quarto lato si trovano gli orchestrali. Tutt’intorno il pubblico, a stretto contatto con gli artisti. La struttura drammaturgia dell’opera di Camus è chiara, pertanto il compositore musicista Matteo D'Amico non ha richiesto la stesura di un libretto, ma ha operato solo una sfrondatura del testo originale, rispettando situazioni e concetti. La tinta cupa si trasmette nella musica, la linea vocale è dura, asciutta, senza sentimentalismi, con brevi vampate di frasi melodicamente icastiche che non permettono l’espandersi delle passioni ma restano ineluttabilmente compresse. Le Malentendu è l’esempio di un’opera che torna al primato del canto che segue da vicino la parola, tranne in alcuni momenti, e della musica che amplifica le sensazioni e arriva dritta allo scopo. Non ci sono canti d’insieme, ma solo momenti di espansione individuale che richiedono una vocalità tesa ed estesa, una drammaticità nella voce ed una luminosità agghiacciante, una tenuta del suono teso all’estremo ed una interpretazione intensa e straniante. Qualità che Elena Zilio (La Mère), sorprendente per pulizia vocale, sostegno del suono, nonostante la sua non più giovane età, Sofia Soloviy (Martha), bravissima per una vocalità spinta e tesa fino all’impossibile, Mark Milhofer (Jan), bravo tenore, Davinia Rodriguez (Maria), Marco Iacomelli (Le Vieux Domestique) hanno dimostrato di possedere sia vocalmente che scenicamente. La musica è fatta col minor numero di mezzi: un quartetto d’archi allargato (2 violini - Marco Serino, Yoko Ichihara, 1 viola - Gianluca Saggini, 1 violoncello - Valeriano Teodoro, 1 contrabbasso - Massimo Ceccarelli), le cui sonorità aspre e spigolose, arricchite di trilli e guizzi, esprimono angoscia e ferocia, un clarinetto soprano e un clarinetto basso - Roberto Petrocchi – che accompagna come un’ombra inquietante le apparizioni silenziose del servitore, 1 fisarmonica (costruita da un artigiano russo e suonata da Dario Flamini) che fa da collante e dà il colore malinconico e nostalgico con la forza emotiva o con l’asprezza di violenti accordi. Ė il Quartetto Bernini, formazione specializzata nel repertorio contemporaneo, diretto da Guillaume Tourniaire, che riesce a trasmettere il velo di ghiaccio sopra il quale scorre il canto, un canto che quasi sempre autentico e messaggero della parola. Un’opera difficile che lascia il segno, una pièce clautrofobica ad alta tensione dell’esistenzialismo, che crea un interrogativo senza risposta: è il destino a segnare i nostri passi o siamo noi a creare il nostro destino?
VERSIÓN EN ESPAÑOL

En el Teatro Italia se montó en escena la primera ejecución absoluta de Le Malentendu opera de cámara en tres actos del joven compositor Matteo D´Amico, basada en la obra del notado escritor y dramaturgo francés Alberto Camus. Le Malentendu (el malentendido), se presentó por primera vez en el Théâtre des Mathurins de Paris en junio de 1994, y tiene como tema de fondo la incomunicabilidad y la ilusión ambas maestras de engaño. Una especie de tragedia griega contemporánea, en la cual el buen director de escena Saverio Marconi creó en colaboración con el escenógrafo Gabriele Moreschi y con el iluminador Valerio Tiberi, una ambientación simple y gélida, casi de hospital, que agrupa sobre un único plano mas ambientes, divididos y movibles por lo tanto siempre visibles con pocos y pobres muebles, algunos simbólicos. La estructura dramatúrgica de la opera de Camus es clara, por lo tanto el compositor músico Matteo D´Amico no ha pedido la escritura de un libreto, pero ha operado una reducción con una fondo del texto original, respetando las situaciones y los conceptos. La tinta triste se transmitió en la música, la línea vocal fue dura, seca, sin sentimentalismo, con breves destellos de frases melódicamente icásticas que no permiten la expansión de las pasiones que permanecen inescapablemente comprimidas. Le Malentendu es el ejemplo de una opera que vuelve a la supremacía del canto que sigue de cerca la palabra y de la música que amplifica las sensaciones y llega directo al blanco. No hay duetos, solo momentos de expansión individual que requieren una vocalidad estrecha y pareja, un dramatismo en la voz y una luminosidad aterradora, manteniendo el sonido estirado al extremo y una interpretación intensa. Elena Zilio (La Mère), fue sorprendente por claridad vocal, apoyo de la voz, Sofia Soloviy (Martha), muy buena por su vocalidad spinta y extendida hasta lo imposible, Mark Milhofer (Jan), buen tenor, Davinia Rodríguez (María), Marco Iacomelli (Le Vieux Domestique) demostraron de posesión vocal y escénica. La música fue hecha con el menor número de medios: un cuarteto de cuerdas alargado, una viola, un violoncelo, y un contrabajo, en la que el sonido áspero y tenso enriquecido por trinos, expresó angustia y fiereza. Quartetto Bernini, agrupación especializada en el repertorio contemporáneo, dirigido por Guillaume Tourniaire, logró transmitir el velo de hielo sobre el cual corre el canto, un canto que casi siempre fue autentico a la palabra. Una opera difícil que deja marca, una pieza claustrofóbica y de alta tensión del existencialismo, que crea un interrogativo sin respuesta: ¿es el destino el que marca nuestros pasos o somos nosotros los que creamos nuestro destino?