Showing posts with label Teresa Romano. Show all posts
Showing posts with label Teresa Romano. Show all posts

Saturday, November 6, 2010

Il Trovatore - Festival Verdi 2010 Teatro Regio di Parma

Foto: Roberto Ricci - Teatro Regio di Parma 2010

Roberta Pedrotti
Non c’è pace all’ombra di Castellor: per i superstiziosi questo tormentato Trovatore che ha inaugurato il Festival Verdi 2010 potrebbe fare invidia alla Forza del destino; per chi si affida alla razionalità resta la riflessione sui parecchi problemi abbiano condizionato l’intera produzione. Già alla generale si erano avute le indisposizioni del baritono titolare, Claudio Sgura, e della prima Leonora, Norma Fantini, sostituiti in extremis da Leo Nucci, impegnato nelle prove dei Vespri siciliani, e Teresa Romano, già prevista in seconda compagnia. Nucci sosterrà anche la prima, che vede il rientro della Fantini ma anche pesanti contestazioni all’indirizzo dell’unica Azucena in cartellone, Marianna Tarasova. Ed ecco che alla vigilia della seconda recita viene annunciato “seguito all’acutizzarsi dell’indisposizione” del mezzosoprano subentrano per tutta la produzione Mzia Nioradze e Irina Mishura. Abbiamo ascoltato la prima, cui va reso l’onore delle armi anche in virtù della vigorosa partecipazione scenica, che ne ha fatto un’Azucena insolitamente pugnace e aggressiva. La voce ha qualche spigolo, ma risolve comunque la parte in maniera tutto considerato attendibile. Un’ulteriore variazione nel cartellone ci ha accolti in teatro la sera del 5 ottobre, con Teresa Romano nuovamente chiamata a riprendere la Fantini, afflitta da una tracheite. Proprio il caso del venticinquenne soprano, vincitrice del concorso Voci Verdiane a Busseto nel 2008, è drammaticamente emblematico e impone una riflessione, se la critica ha un senso che non sia solo quello della cronaca d’un successo o di un insuccesso. Perché la signorina Romano è giovanissima, ha un certo temperamento, qualche bella intuizione di fraseggio e una voce con grandi potenzialità, ma è gettata in un cimento rischiosissimo (ricordiamo che non era una copertura o una sostituzione dell’ultimo momento, ma che partiva già con quattro recite su otto in cartellone e che nella scorsa estate è stata Leonora nella Forza del destino a Macerata) senza averne minimamente i mezzi tecnici, ma risolvendo dolorosamente ogni salita nel pentagramma con vere e proprie urla sovente stonate. In una parte come questa che impegna intensamente il registro acuto questa mancanza di controllo tecnico (giacché l’impressione non è di una voce “corta”, ma di un’organizzazione precaria) la espone a una serie di cadute al limite del disastro. Lo scriviamo con grande dispiacere ma solo per rimarcare come il mercato attuale, ché di mercato si tratta, possa nuocere ad un potenziale giovane talento, cui sarebbe stato da raccomandare uno studio intenso sui propri oggettivi problemi tecnici, cui sarebbero stati da suggerire e proporre ruoli meno rischiosi e più defilanti. Ci auguriamo che la signorina Romano abbia la forza la consapevolezza e la volontà per dire in futuro più no e soffermarsi a consolidare il proprio bagaglio tecnico. Il loggione, con galanteria, l’ha risparmiata, ma non si è potuto esimere dallo zittire con decisione l’applauso d’incoraggiamento che tentava di premiare un’esecuzione dell’aria del quarto atto che proprio per il bene della cantante non poteva e non doveva essere incoraggiata. Agli antipodi sta il Conte di Luna di Claudio Sgura, cui dobbiamo riconoscere ad ogni prova una scintilla artistica che vivifica ciascun personaggio, da Macbeth al Doge Foscari al tormentato fratello di Manrico. Non un interprete epocale forse, ma profondamente sincero e personale, qualità assai preziose che in questa occasione lo portano all’azzeccata caratterizzazione di un giovane cavaliere innamorato, reso intimamente fragile dal sentimento tenero e non corrisposto, un uomo della sua epoca, un condottiero in tempo di guerra civile come lo è il trovatore seguace d’Urgel, non certo, quindi, una figura negativa. Sotto il profilo vocale in una delle parti più acute e belcantistiche del suo repertorio si può segnalare una certa tendenza a comprimere il suono, che potrebbe invece trovare una più ampia e libera cavata, ma si è tratta di osservazioni marginali per quella che è stata comunque la prestazione migliore della serata. Più complesso il discorso per Marcelo Alvarez, che tornava al Regio nel ruolo debuttato con grande successo proprio nel Festival Verdi 2006: indubbiamente in questi anni ha approfondito il personaggio, ricercando un approccio sempre più personale soprattutto per quanto concerne i contrasti dinamici. Il risultato è evidente nel quarto atto, dove Alvarez punta su tratti perfino intimisti, alternando impeto e sussurro, passione e ripiegamento fin quasi ai limiti di un manierismo, nel quale per fortuna non scade.

L’interprete vuole insomma distinguersi rispetto al Manrico deludente e monocorde ascoltato in Arena quest’estate ed è evidente che l’appuntamento con il pubblico parmigiano a quattro anni dal debutto abbia spinto il tenore alla massima concentrazione. Tuttavia, forte ora più dello splendore naturale del timbro che di autentico squillo, nonostante questa evoluzione e l’acquisita sicurezza, il cantante e il musicista si espongono a maggiori rilievi, evidenti soprattutto nel terzo atto, quello meno riuscito per Alvarez, che propone un “Ah sì ben mio” alquanto arbitrario nel fraseggio e nel solfeggio, tentando trilli piuttosto goffi – a questo punto si sarebbero potuti spianare, tanto più che non si trattava certo di un’esecuzione integrale e filologica –, nonché una Pira non solo orbata del da capo e delle frasi che precedono la puntatura finale, taglio già effettuato nel 2006, ma soprattutto abbassata, mentre al debutto l’affrontò in tono. Non era questo comunque l’unico colpo di forbice apportato ad una partitura che soprattutto in sede di festival dovrebbe vivere nella completezza delle sue proporzioni originarie, alterabili solo per occasionali e ben precise esigenze artistiche. Questo non ci è parso il caso della lettura di Yuri Temirkanov che purtroppo delude mostrando ben poca dimestichezza con il repertorio italiano e segnatamente verdiano, perdendo l’occasione di delineare un proprio percorso personale a partire dalla Traviata di tre anni fa, assai più levigata ed elegante, per quanto a nostro parere non memorabile. Non ritroviamo nemmeno il piacere sorridente di far musica e la partecipazione che avevano condotto il Mendelsohnn di Sogno di una notte di mezz’estate della scorsa stagione, né quella stessa perfezione discografica dello strumentale, che suona qui al di sotto delle note potenzialità dell’orchestra del Regio. Sembra quasi che il maestro russo non ami questa musica e si abbandoni a fragori e ritmi dei più scontati, delibando talvolta lentezze perfino estenuate, spesso perdendo la coesione dell’insieme e il senso del canto. Un vero peccato perché Temirkanov è, nel suo repertorio, direttore immenso, ma evidentemente non trova affinità con la struttura formale, l’afflato lirico ed epico del Trovatore. Poco contribuisce, peraltro, alla resa di questo afflato anche lo spettacolo pensato da Lorenzo Mariani, con i costumi – invero bruttarelli, specie per le donne – e la scena – un piano illuminato da una fredda luce lunare che occasionalmente si tinge di sangue – di William Orlandi. La regia si muove nel solco della tradizione e della convenzione, favorita dalle luci di Christian Pinaud, ma con almeno un paio di momenti che converrebbe perfezionare per una ripresa futura: l’apparizione di Manrico che da solo terrorizza tutti i seguaci del Conte nel finale secondo sfiora il ridicolo e consiglieremmo di rivedere la camera nuziale di Castellor, con il lettone circondato da immensi ceri elettrici a lampadina e Manrico che srotola una pergamena durante il suo cantabile (un testamento poetico? Il contratto nuziale?). Alla fine, comunque, benché non entusiastici, applausi per tutti gli interpreti, fra i quali dobbiamo ricordare anche il Ferrando di Deyan Vatchkov, che si disimpegna onestamente nel racconto del primo atto, suonando più fioco nel prosieguo; Cristina Giannelli, Ines; Roberto Jachini Virgili, Ruiz; Enrico Rinaldo un vecchio zingaro ruvido e vigoroso; Seung Hwa Park uno squillante messo. Il coro è sempre ottimamente preparato da Martino Faggiani, ma patisce un accordo non perfetto con il podio. Davvero un peccato.

Tuesday, August 31, 2010

La Forza del Destino - Sferisterio Opera Festival, Macerata

Foto: Romano, Todorovich - Sferisterio Opera Macerata.

Non sempre il destino dà la Forza…di sopportare.
(Recita dell’8 agosto)


Giosetta Guerra

Giuseppe Verdi nelle lettere inviate il 1° marzo 1869 da Genova all’amico senatore Pirolli e all’Arrivabene, per comunicare il buon esito de La Forza del destino, andata in scena alla Scala di Milano il 27 febbraio 1869 col tenore Mario Tiberini e il soprano Teresa Stolz, definisce la Stolz e Tiberini “superbi” e nella lettera scritta il 2 marzo all’editore francese li definisce “sublimi”. Allo Sferisterio di Macerata, invece, nessun artista può essere definito tale e le recite de La Forza non hanno goduto della soddisfazione del pubblico. Il tenore Zoran Todorovich porge bene, pur con qualche portamento, ma non ammalia come Don Alvaro, un ruolo terribile per la voce tenorile specialmente nella seconda parte dove il canto è più teso e quasi furioso, e non è certo una voce leggera e opaca, di timbro poco accattivante, che fatica nelle proiezioni acute e nelle ampie arcate melodiche, a render giustizia al canto, all’espressività dell’accento e all’azione drammatica. Dov’era l’eroe baldanzoso e fiero, capace di grandi slanci? Fabio Armiliato quanto ci sei mancato!
Decisamente positiva, invece, è stata la prova del soprano venticinquenne Teresa Romano nell’altrettanto difficile ruolo di Leonora: l’interpretazione è stata intensa, l’espressività fantastica, la linea di canto morbida, con ottima proiezione della bella voce e magistrale uso dei pianissimi (toccante l’attacco in pianissimo della “Vergine degli angeli” preceduta dal coro a mezza voce). Bravo il baritono Marco Di Felice nel ruolo di Don Carlo, che ha esibito bel corpo vocale, buona estensione belle progressioni acute e tenuta del fiato. Bello il duettino col tenore ferito. Roberto Scandiuzzi ha tutti i numeri per essere un buon Padre Guardiano: autorevole nella voce e nella figura, usa con morbidezza una cavernosa voce di basso, ferma più nei gravi che negli acuti. Il basso Paolo Pecchioli canta bene, ma sia vocalmente che scenicamente non è uscito il carattere di Melitone, che è risultato scialbo, poco caratterizzato e con poco spessore vocale. Ancor meno adatta al ruolo di Preziosilla, il mezzosoprano Anna Maria Chiuri, che canta abbastanza bene ma ha voce chiara e leggera e a volte traballante in acuto, la voce manca di corpo e di spessore, l’interpretazione non ha mordente e del virtuosismo del Rataplan si è sentito solo qualche strilletto. Medio lo spessore vocale del basso - baritono Ziyan Atfeh nel ruolo del Marchese di Calatrava, padre di Leonora.

Le coreografie di Gheorghe Iancu sono più acrobazie che balletti. Movimenti coreografici di massa e mimici di Roberto Maria Pizzuto. Pier Luigi Pizzi ha presentato bei costumi non d’epoca, scene generiche con un crocifisso nero onnnipresente, una regia piatta che non scava nella psicologia dei personaggi: tutto déjà vu e piuttosto noioso. Non c’è neanche la sospensione emotiva delle grandi scene corali, tutto è lento e dilatato e tutti arrivano dai lati e sfilano lentamente come in tutte le opere che Pizzi ha fatto allo Sferisterio. Piuttosto piatta e senza colori anche la direzione orchestrale di Daniele Callegari. Se avessi saputo prima di essere relegata al palco 17 del secondo ordine, dove alcune voci non arrivavano se i cantanti erano girati dall’altra parte, avrei fatto come nell’800: mi sarei portata la cena in palco, tanto non c’era niente da vedere.