martes, 31 de agosto de 2010

La Forza del Destino - Sferisterio Opera Festival, Macerata

Foto: Romano, Todorovich - Sferisterio Opera Macerata.

Non sempre il destino dà la Forza…di sopportare.
(Recita dell’8 agosto)


Giosetta Guerra

Giuseppe Verdi nelle lettere inviate il 1° marzo 1869 da Genova all’amico senatore Pirolli e all’Arrivabene, per comunicare il buon esito de La Forza del destino, andata in scena alla Scala di Milano il 27 febbraio 1869 col tenore Mario Tiberini e il soprano Teresa Stolz, definisce la Stolz e Tiberini “superbi” e nella lettera scritta il 2 marzo all’editore francese li definisce “sublimi”. Allo Sferisterio di Macerata, invece, nessun artista può essere definito tale e le recite de La Forza non hanno goduto della soddisfazione del pubblico. Il tenore Zoran Todorovich porge bene, pur con qualche portamento, ma non ammalia come Don Alvaro, un ruolo terribile per la voce tenorile specialmente nella seconda parte dove il canto è più teso e quasi furioso, e non è certo una voce leggera e opaca, di timbro poco accattivante, che fatica nelle proiezioni acute e nelle ampie arcate melodiche, a render giustizia al canto, all’espressività dell’accento e all’azione drammatica. Dov’era l’eroe baldanzoso e fiero, capace di grandi slanci? Fabio Armiliato quanto ci sei mancato!
Decisamente positiva, invece, è stata la prova del soprano venticinquenne Teresa Romano nell’altrettanto difficile ruolo di Leonora: l’interpretazione è stata intensa, l’espressività fantastica, la linea di canto morbida, con ottima proiezione della bella voce e magistrale uso dei pianissimi (toccante l’attacco in pianissimo della “Vergine degli angeli” preceduta dal coro a mezza voce). Bravo il baritono Marco Di Felice nel ruolo di Don Carlo, che ha esibito bel corpo vocale, buona estensione belle progressioni acute e tenuta del fiato. Bello il duettino col tenore ferito. Roberto Scandiuzzi ha tutti i numeri per essere un buon Padre Guardiano: autorevole nella voce e nella figura, usa con morbidezza una cavernosa voce di basso, ferma più nei gravi che negli acuti. Il basso Paolo Pecchioli canta bene, ma sia vocalmente che scenicamente non è uscito il carattere di Melitone, che è risultato scialbo, poco caratterizzato e con poco spessore vocale. Ancor meno adatta al ruolo di Preziosilla, il mezzosoprano Anna Maria Chiuri, che canta abbastanza bene ma ha voce chiara e leggera e a volte traballante in acuto, la voce manca di corpo e di spessore, l’interpretazione non ha mordente e del virtuosismo del Rataplan si è sentito solo qualche strilletto. Medio lo spessore vocale del basso - baritono Ziyan Atfeh nel ruolo del Marchese di Calatrava, padre di Leonora.

Le coreografie di Gheorghe Iancu sono più acrobazie che balletti. Movimenti coreografici di massa e mimici di Roberto Maria Pizzuto. Pier Luigi Pizzi ha presentato bei costumi non d’epoca, scene generiche con un crocifisso nero onnnipresente, una regia piatta che non scava nella psicologia dei personaggi: tutto déjà vu e piuttosto noioso. Non c’è neanche la sospensione emotiva delle grandi scene corali, tutto è lento e dilatato e tutti arrivano dai lati e sfilano lentamente come in tutte le opere che Pizzi ha fatto allo Sferisterio. Piuttosto piatta e senza colori anche la direzione orchestrale di Daniele Callegari. Se avessi saputo prima di essere relegata al palco 17 del secondo ordine, dove alcune voci non arrivavano se i cantanti erano girati dall’altra parte, avrei fatto come nell’800: mi sarei portata la cena in palco, tanto non c’era niente da vedere.

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