martes, 31 de agosto de 2010

Sferisterio Opera Festival 2010 (46.a edizione) - Il Vespro della Beata Vergine

Foto: Sferisterio, Macerata
Giosetta Guerra
Non possiamo negare che con la direzione artistica di Pier Luigi Pizzi, che cura anche l’allestimento delle opere insieme a Massimo Gasparon, lo Sferisterio Opera Festival abbia acquisito un certo prestigio: le stagioni hanno avuto un tema conduttore, si sono ripristinati gli spazi storici della città per opere, mostre e conferenze, è stata rivalutata la nudità del palcoscenico dello Sferisterio; tuttavia quest’anno, vista l’uniformità degli allestimenti, sembra che la zampata creativa dei due registi/scenografi abbia avuto una battuta d’arresto. “A maggior gloria di Dio”, questo il tema del Festival 2010, comprendeva tre titoli allo Sferisterio (Faust, La forza del destino e I Lombardi alla prima crociata) curati da Pizzi e due titoli al Teatro Lauro Rossi (Juditha triumphans e Attila) curati da Gasparon, più il Vespro della Beata Vergine in forma concertante all’Auditorium San Paolo, curato e diretto da Dantone. Bello, ma non ci aspettavamo di vedere un unico allestimento per le tre opere allo Sferisterio e con elementi usati in passato (anche se già l’anno scorso qualcosa di simile era accaduto) e un unico allestimento per le due opere al Lauro Rossi, in parte ripreso dalla Cleopatra di due anni fa. In clima di risparmio ben venga il ripescaggio di materiali e strutture, ma la creatività del regista non dovrebbe essere condizionata dalla crisi economica.

Il Vespro della Beata Vergine: oratorio in costume
Auditorium San Paolo 29 luglio 2010

Titolo inaugurale della 46° edizione dello Sferisterio Opera Festival è stato il Vespro della Beata Vergine, prima opera sacra di Claudio Monteverdi con una partitura monumentale di straordinario fascino, presentato nell’Auditorium San Paolo di Macerata il 29 luglio ore 21. Opera estremamente complessa per invenzione compositiva e per articolazione interna, è costituita da una introduzione ("Deus in adjutorium"), cinque antifone, cinque salmi, cinque concerti (di origine profana), un inno, un Magnificat con antifona, una Oratio e si conclude con un "Benedicamus Domino". Pubblicato nel luglio del 1610, anno in cui moriva a Pechino il grande missionario maceratese P. Matteo Ricci, il Vespro è un lavoro monumentale scritto per un grande coro e sette differenti solisti, assomma in sé stili antichi e moderni ed esalta lo “stile concertante” e il cantus firmus. Le parti strumentali sono scritte per violino e cornetto, mentre la composizione del ripieno non è specificata dall'autore, come non sono specificate le parti di canto piano e antifona da inserire fra i salmi ed il conclusivo Magnificat. Questo fa sì che gli esecutori modifichino l'opera secondo l'organico che hanno a disposizione. L’impressione che si ha nell’ascoltare il Vespro della Beata Vergine è quella di un’armonia diffusa che investe gli spettatori a 360°. Marco Mencoboni, musicista maceratese di fama internazionale, allievo come Ton Koopman di Gustav Leonhardt (uno dei pionieri della filologia barocchista), e particolarmente attivo nel recupero delle antiche prassi esecutive del repertorio musicale rinascimentale e barocco delle Marche, alla guida del Complesso vocale e strumentale del Cantar Lontano, ha infatti attuato la tecnica del “Cantar lontano”, una straordinaria tecnica vocale marchigiana dei primi del ‘600 che si realizza disponendo strategicamente i cantori nello spazio, per creare uno spettacolare effetto di suono diffuso con eco. I coristi, divisi in due blocchi, erano disposti nei due altari laterali, i cantanti e gli strumentisti erano sistemati nell’altare centrale, dal pulpito sovrastante si esibivano alcuni solisti e una voce bianca (Asia D’Arcangelo, la figlia del basso Ildebrando). Le voci dei solisti (i soprani Roberta Mameli e Francesca Lombardi Mazzulli, la voce bianca Asia D’Arcangelo, il controtenore Andrea Arrivabene, i tenori Gianpaolo Fagotto, Luca Dordolo, Simone Sorini e Raffaele Giordani, i baritoni Mauro Borgioni e Marco Scavezza, il basso baritono Fulvio Bettini, il basso Walter Testolin) si amalgamavano perfettamente con quelle dei coristi, creando un cantar melodioso ed ampie sonorità per una full immersion molto coinvolgente.

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