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Saturday, December 9, 2017

DITTICO Che originali - Pigmalione – Teatro Sociale Bergamo

Foto: Teatro Sociale di Bergamo

Renzo Bellardone

Per gli appassionati di una qualsivoglia arte o disciplina risulta sempre  gratificante  scoprire nuovi aspetti e nuova luce sull’argomento che loro interessa. Il Donizetti Opera Festival compie la brillante opera di riproporre opere non conosciute al pubblico contemporaneo, che dopo una quasi  irreale passeggiata a Bergamo Alta entra nell’unicum del Teatro Sociale e gode delle scoperte. Decisamente interessante risulta la  proposta della Fondazione Donizetti 2017  ‘Dittico’ che inizia con  ‘Che Originali’ ovvero una Farsa per musica di Giovanni Simone Mayr,  uno dei maggiori operisti in Europa tra la fine del Settecento e l’inizio dell'Ottocento il quale durante la sua attività  in Italia, fu maestro di Gaetano Donizetti in quel di  Bergamo. La narrazione racconta  di Don Febeo, dilettante appassionato di musica, che a causa della sua passione fa letteralmente impazzire chi lo frequenta , complicando loro la vita.  Nella rappresentazione bergamasca  la regia di Roberto Catalano è vivace e brillante e mantiene la caratterizzazione della classica farsa; i costumi di Ilaria Ariemme  si rifanno a sprazzi alla commedia dell’arte, mentre le scene di Emanuele Sinisi rimandano alla contemporaneità ed al futuro: contemporaneità quando il fondale è una tela tagliata con evidente richiamo alle opere di Fontana, mentre quando, caduto il fondale, la scena si apre sull’allestimento dell’opera successiva ‘Pigmalione’ si viene a creare una sorta di filo conduttore tra le arti in questione, prima la musica e poi la scultura, in una sorta di omaggio all’avanguardia artistica americana della seconda metà del Novecento appena trascorso. Ritornando a ‘Che Originali’ di Mayr  un commento positivo va al direttore Gianluca Capuano ed all’Orchestra dell’Accademia della Scala che sanno mantenere il sapore dell’epoca della scrittura. Venendo agli artisti  il protagonista Don Febeo incontra Bruno de Simone ben avvezzo ai ruoli brillanti ed in effetti sa esprimere un bel colore ed una certa incisività. Chiara Amarù mezzosoprano frequentatrice di Rossini sa rendere con vivacità e brillantezza Aristea,  ‘Chi dice mal d’amore’ ed è subito piacevolezza. Leonardo Cortellazzi interpreta Don Carolino, ma in effetti ricopre ben più di un ruolo a causa dei continui travestimenti: voce piacevole dai toni sicuri con fraseggio accurato ed allegra presenza scenica (recentemente apprezzato alla Scala in ‘Il Trionfo del tempo e del disinganno). Angela Nisi giovane soprano pugliese ha carisma ed anche un bel timbro, con facilità alle repentine variazioni tonali. 

Omar Montanari affermato baritono si muove con estrema spigliatezza ed il bel colore della voce fa apprezzare in pieno il ruolo. Gioia Crepaldi interpreta Celestina  ‘ Marito mi chiede..’ , mentre Pietro di Bianco veste i panni di Carluccio: entrambi risultano a loro completo agio sul palco e convincono il pubblico per l’espressione vocale. La seconda parte della  proposta prevede ‘Pigmalione’ di Gaetano Donizzetti, quasi un’opera studio, considerando che al momento della composizione l’autore non aveva ancora vent’anni; in ogni caso sia l’argomento che la partitura mi sono apparse molto contemporanee: i dilemmi e le manie dei nostri giorni, le situazioni tunnel da cui non  si sa più come uscirne, trovano in quest’opera di nemmeno 40 minuti , uno specchio irrinunciabile. Antonino Siragusa, da conclamato  mattatore qual’ è tiene il palco da solo per quasi tutto lo spettacolo senza cedimenti interpretativi e vocali. Il tenore ha l’abilità di rappresentare con il confermato ottimo  utilizzo vocale e  con estrema realtà tutte le titubanze e paure del personaggio; Siragusa conferma  l’utilizzo molto espressivo della voce, che emette con sicurezza nonostante la situazione di estrema difficoltà. La protagonista femminile Galatea è interpretata da Aya Wakizono, già apprezzata nella piccolissima parte nel ‘Borgomastro di Saardam’ (cartellone 2017 Donizetti Opera Festival); anche in questo caso canta poco, ma riesce a farsi apprezzare per la brillantezza e cristallinità offerte.

Saturday, May 7, 2016

La cena delle beffe - Teatro alla Scala Milano

Foto: Brescia&Amisano- Teatro alla Scala

Massimo Viazzo

E’ veramente lodevole il progetto del Teatro alla Scala che intende riscoprire nei prossimi anni opere italiane del periodo verista, eseguite nel teatro milanese in prima mondiale, e poi uscite praticamente subito di repertorio. La Scala, in un certo senso si riappropria della propria storia. La cena delle beffe di Umberto Giordano ha aperto questo ciclo ottenendo un grande successo di pubblico e di critica. L’opera era stata battezzata nel 1924 addirittura da Arturo Toscanini, una breve ripresa la stagione successiva e poi più nulla. La vicenda narrata è torbida come nella migliore trazione verista e la musica ha diversi atout anche se non raggiunge le vette emozionali dello Chenier. Uno dei motivi principali per cui La cena delle beffe non è stata ripresa con regolarità dai teatri è la scrittura davvero ardua della parte tenorile (Giordano l’aveva affidata a Hipolito Lazaro, il celebre tenore catalano che aveva sedotto Mascagni). In questa occasione Marco Berti nel ruolo di Giannetto ha sfoggiato grande solidità e potenza, sicurezza nel registro più acuto, spesso sollecitato, e timbrica rotonda. Davvero una prova maiuscola alle prese con una scrittura vocale difficilissima. Grande presenza scenica e vocale anche per l’antagonista, lo spaccone Neri Chiaramantesi, impersonato da Nicola Alaimo con voce robusta e accento stilisticamente appropriato. Ginevra, la donna oggetto del contendere, è stata interpretata da una Kristin Lewis davvero in parte, con voce penetrante e una buona emissione. Emozionante l’Aria di Lisabetta, uno dei momenti più toccanti della partitura, cantata con intensità e timbrica soave da Jessica Nuccio, come pure molto riusciti gli interventi di Bruno De Simone nei panni del Dottore, Luciano Di Pasquale in quelli di Torna quinci, e Chiara Isotton una Cintia di spessore. Carlo Rizzi ha diretto con cura l’Orchestra del Teatro alla Scala, attento alle finezze timbriche e senza calcare troppo la mano sull’enfasi. Infine, lo spettacolo firmato da Mario Martone con le scene di Margherita Palli, i costumi di Ursula Patzak e le luci di Pasquale Mari è stato accattivante. Martone ha postdatato la vicenda originariamente ambientata nella Firenze di Lorenzo il Magnifico, negli anni di piombo, con tanto di clan rivali sul tipo de Il Padrino, utilizzando una struttura scenica a tre piani scorrevoli in senso verticale che rappresentavano gli ambienti in cui si svolgevano i fatti, uno scantinato, un ristorante e la camera di Ginevra. Grandi applausi alla fine.

Saturday, May 22, 2010

L'Equivoco Stravagante - Rossini Opera Festival 2008, DVD

G.Rossini
L’equivoco stravagante
Prudenskaja, Korchak, De Simone, Vinco, Forsythe, Mirabelli
Direttore Umberto Benedetti Michelangeli
Regia Emilio Sagi
Pesaro, Rossini Opera Festival 2008
DVD Dynamic 33610, 2009


Roberta Pedrotti

La prima opera buffa in due atti di Rossini, e la seconda in assoluto ad andare in scena, non ha mai avuto vita facile, già dal ritiro pressoché immediato per oscenità imposto dal prefetto bolognese per arrivare alle traversie dell’edizione critica approntata con miracolosa tempestività da Marco Beghelli e Stefano Piana per il Festival di Pesaro del 2002. Non ci resta, infatti, l’autografo e il testo fu oggetto di pesantissime censure che non è possibile oggi ricostruire risalendo all’originale. Il libretto di Gaetano Gasbarri, che tanto può apparire scabroso perfino ai giorni nostri, ci è infatti pervenuto in una versione edulcorata, per esempio per quanto riguarda il duetto del secondo atto fra Ernestina e Buralicchio, con il tentativo di seduzione di lei e le resistenze di lui che la crede un castrato travestito. Eccolo, infatti, l’equivoco stravagante grazie al quale il cameriere Frontino cerca di far desistere il pretendente sgradito per favorire l’unione di Ernestina con Ermanno. Curioso misto di citazioni colte (fanno capolino anche Abelardo ed Eloisa, l’imperatore Tito e i più audaci barocchismi verbali, come “Le macchine corporee in linea curva adattino su due comodità” per l’invito a sedersi) e costanti richiami alla sfera fisica e sessuale (“Ah dunque dammela per carità”, “Pavento un scoglio entrando in alto mar”, “Prima di parlar ci purghiamo sempre”), il libretto possiede comunque un suo fascino grottesco e surreale. Nondimeno la musica riesce a elevarlo enfatizzando parimenti sia l’effetto di nonsense, sia i doppi sensi, tanto che il maggior stupore giunge proprio dal constatare quante pagine torneranno con non minore proprietà in contesti anche non troppo differenti, ma sicuramente normalizzati sotto il profilo teatrale e verbale. L’arte dell’autoimprestito rossiniano giunge, insomma, già all’inizio della carriera a vertici assoluti, se si pensa a quanto ritroveremo, per esempio, nella Pietra del paragone. È il caso del quintetto del secondo atto, che nelle due opere è assolutamente parallelo (contralto e tenore vengono sorpresi dagli altri personaggi in atteggiamento equivoco) ma il livello linguistico diametralmente opposto: “Prole d’un padre equivoco nata fra zucche e cavoli, i miei mandati ed ordini si eseguono così?” diventa infatti “Donna di sensi equivoci, piena d’astuzie e cabale, ch’io sono a torto incredulo potrai lagnarti ancor?” La peculiarità dell’opera, così lontana dall’eleganza cui pure la medesima musica saprà prestarsi, è perfettamente colta da Emilio Sagi, che, forte d’un superbo lavoro sugli attori anche in questa ripresa del 2008, trasporta la vicenda negli anni della liberazione sessuale del XX secolo, fra scenografie optical, eleganza e kitsch contemporanei, ma senza mai risultare volgare. Dal cambio di genere dell’indovino Tiresia, all’era dei castrati, fino ai giorni nostri il tema del travestimento e dell’ambivalenza sessuale è eterno, se non, ormai, quotidiano. La regia video di Davide Mancini rende giustizia allo spettacolo valorizzando dettagli e controscene senza sovrapposizioni e dispersioni. Ne risulta un Dvd gustoso e brillante, che rende giustizia alla drammaturgia dell’opera senza cadute di gusto. Sotto il profilo teatrale il cast è selezionato alla perfezione: Marco Vinco rende a Buralicchio il caricaturale spessore culturale di un tronista televisivo, Marina Prudenskaja ha il fisico slanciato e androgino ideale per dare credibilità all’equivoco, Dmitry Korchak è debitamente gentile e adolescenziale, Bruno De Simone l’attore consumato che conosciamo. È anche quello che conosce meglio lo stile e che meglio sa valorizzare la parola cantata, mentre l’emissione un po’ troppo fissa di Vinco lo limita anche nei colori e nelle intenzioni, così come il tenore non è sempre ben a fuoco (e per quanto un po’ scolastico, il Frontino di Ricardo Mirabelli lo batte in squillo). Il contralto, forte di una vocalità scura e compatta, a tratti anche suggestiva, si dimostra sufficientemente ferrata nello stile belcantista, ma non è forse la virtuosa d’alto rango che esigerebbe il rondò del secondo atto, risolto comunque con diligenza. Puntuali e disinvolti Amanda Forsythe e il citato Mirabelli nei panni dei servitori, entrambi gratificati da un’aria di sorbetto. Umberto Benedetti Michelangeli tiene tempi giusti, è morbido e adeguatamente leggero, la resa musicale di questa registrazione sostanzialmente ben equilibrata, anche grazie all’apporto dell’Orchestra Haydn di Bolzano e Trento e del Coro da Camera di Praga preparato da Pavel Vanek. Le note, sintetiche ma ben circostanziate, sono firmate dal revisore Marco Beghelli, che come d’abitudine coglie in pochi paragrafi il cuore dell’opera e della sua travagliata vicenda. Grafica e qualità audio/video in linea con gli standard Dynamic.

Thursday, January 14, 2010

G. Rossini - Il Barbiere di Siviglia (DVD) - Teatro La Fenice

G.Rossini
Il barbiere di Siviglia
Meli, Shaham, Frontali, De Simone, G. Furlanetto
Direttore Antonino Fogliani
Regia Bepi Morassi
Venezia, Teatro La Fenice, 2008
DVD Dynamic 33597, 2009


Roberta Pedrotti

Venezia, si sa, è città dalla forte vocazione turistica, anche al di fuori del Carnevale un palcoscenico naturale che in ogni angolo evoca immagini d’una storia che pare già rappresentazione artistica e letteraria di se stessa. Logico, quindi, che La Fenice tenga in repertorio allestimenti delle opere più popolari da riproporre regolarmente oltre che ai melomani mai sazi di Traviate e Barbieri anche agli ospiti di passaggio. Se l’opera verdiana torna ormai quasi ogni anno in cartellone nel fascinoso allestimento di Robert Carsen, per il capolavoro di Rossini si torna a uno spettacolo di Bepi Morassi che sembra pensato proprio per appagare le brame dei visitatori più tradizionalisti, avidi di cartapesta e pittoreschi cliché. Il DVD, peraltro, si riferisce a una recita che era stata anche oggetto di proiezione in diretta nel circuito dei cinema italiani che aderiscono al progetto promosso dalla Dynamic. Operazione lodevolissima, anche al di là di uno spettacolo di qualità inferiori alle aspettative, anche se commisurato a un target forse non dei più esigenti (benché la proiezione sia fruita non solo da curiosi neofiti, ma anche da appassionati che con una modica spesa si assicurano l’opportunità di assistere spettacoli difficilmente raggiungibili per motivi logistici). Il cast allinea due specialisti dei rispettivi ruoli come Roberto Frontali (Figaro) e Bruno De Simone (Don Bartolo) e un tenore de calibro di Francesco Meli come Conte d’Almaviva. Nessuno, però, dà il meglio di sé: Frontali si destreggia con l’esperienza, De Simone non brilla nel sillabato della sua aria e Meli, che pure avevamo apprezzato in altre occasioni rossiniane, sembra a disagio, soprattutto nella sortita, e ci consegna una delle sue caratterizzazioni meno convincenti. Rinat Shaham è un’onesta Rosina di routine: vocalità poco naturale e priva di particolari fascini, coloratura appena sufficiente. Giovanni Furlanetto si disimpegna come Don Basilio e Giovanna Donadini è un’abile caratterista ma una cantante discutibile. Debolucci i comprimari. Bisogna però riconoscere che tutto il cast è messo in grossa difficoltà dalla direzione confusionaria e monotona di Antonino Fogliani, capace di offuscare la genialità rossiniana e, insieme all’allestimento povero d’idee e di verve di Morassi, di stendere un velo di noia sulla recita. Peccato, un’occasione persa. Registrazione negli standard cui ci ha abituati la Dynamic.