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Sunday, January 28, 2018

La Vedova Allegra - Teatro Coccia di Novara, Italia

Foto: Teatro Coccia di Novara

Renzo Bellardone

Certo che le musiche da  operetta sono proprio simpatiche!!!  Non è musica leggera o leggerissima e non è neppure musica operistica corposa o corposissima…… la musica di Lehár, Strauss e compagnia andante è musica bella, frizzante che ispira alla gioia di vivere e tra tradimenti, gags, siparietti e malintesi si racconta la storia di tutti i giorni, magari con un sorriso in più! Con la macchina del tempo che va a ritroso, nel pomeriggio di domenica 14 gennaio  al Teatro  Coccia di Novara si è ritornati in quel mondo fantastico dell’operetta, con i lustrini scintillanti, gli ori alle pareti e la scala centrale da cui scendono le dive come nei migliori ricordi della Wanda nazionale e dei tempi del vaudeville e del cabaret d’autore…. La regia dell’Impiccione Viaggiatore (inviato speciale de la Barcaccia di Rai 3)  il dottor Andrea Merli e di Renato Bonajuto, credo abbia colpito nel segno della rivisitazione d’autore, offrendo la giusta cifra di illusione, divertimento e sogni colorati. In buca l’orchestra dei Talenti Musicali  con giovanissimi professionisti, appunto  talentuosi, diretti da Giovanni di Stefano che al momento del proscenio ha lasciato la bacchetta nelle mani del violinista Eugenio Sacchetti (mio concittadino, quindi orgoglio, vanto e gioia doppia). Ma tornado all’allestimento, la globale messa in scena  sicuramente riporta ai tempi in cui gli ori ed i luccichii facevano parte dell’immaginario teatrale in un fantasmagorico e sognante impianto scenico. La vicenda è quella abituale delle operette: qualche corna vera, qualche tradimento presunto, un vassoio di coppe di champagne, belle donne, amori veri ed amori presunti. Il coro San Gregorio Magno diretto da Mauro Rolfi è risultato ben inserito ed accattivante. Gli interpreti di Vedova Allegra sono davvero molti ed in  questa produzione devo riconoscere la globale qualità, ma per non dilungarmi troppo nell’esposizione delle mie impressioni mi limiterò a qualche breve osservazione:   Armando Ariostini è certamente interprete sicuro e collaudato, come Marta Calcaterra che ‘profetessa in patria’ ha realizzato una  esuberante e brillante  Valencienne del cui personaggio si sta affermando quale interprete di riferimento su scala nazionale.  Mauro Bonfanti è un buon  conte Danilo, mentre Anna Glawari incontra Manuela Bisceglie che viene giustamente apprezzata per la brillantezza e la sicurezza vocale, oltre che per quella scenica.. Tra le voci maschili spiccano Nestor Losan che oltre all’ottima presenza scenica è aggraziato nel porgere un bel timbro ed un bel colore, con fraseggio accurato; Stefano Consolini si rivela buon tenore e buon interprete, quanto il giovane Stefano Marchisio (già apprezzato in altre produzioni operistiche) che esibisce con sicurezza un bel colore ambrato pieno di tonalità e ricco di timbricità.  Una nota di rilievo va senza dubbio riservata a Max René Casotti che conduce tutta la parte comica con tanta verve e tutta la sicurezza acquisita in molti anni di carriera e sovente in binomio con la moglie la celebre Daniela Mazzuccato che singolarmente (dopo la classica discesa dalle scale) ha interpretato “Chiudete pur l’augel, in in una gabbia d’or…” ed in coppia con il marito il ben noto “Tu che m’hai preso il cuor” in una sorta di rinnovata dichiarazione d’amore pubblica. Ovviamente il pubblico, che già aveva ritmato con il battimani tutta l’operetta, è qui esploso in un tripudio di consensi. La Musica vince sempre.

Thursday, September 16, 2010

Sigismondo de Rossini en el Rossini Festival 2010, Pesaro

Foto: Rossini Opera Festival
Giosetta Guerra

Michieletto… Michieletto … ¡yo sabia que debíamos tenerte en cuenta! Ya que nos has dado una lección de cómo debe ser un luminoso hospital psiquiátrico, pulido, lineal y con médicos y enfermeras listas para atender, como le sucede a Sigismondo enloquecido por una elección criminal contra su mujer pero que recobra el sentido cuando se reencuentra con ella. Los ataques de locura de Sigismondo, rey de Polonia, con gritos animalescos y la visión de fantasmas con el aspecto de su mujer Aldimira, entre otros, le dieron a Damiano Michieletto la idea para ambientar este drama en dos actos de Rossini, en el amplio pabellón de un moderno nosocomio, todo blanco, con ventanas altas, camas blancas ocupadas por enfermos mentales. En el segundo acto las paredes se cambiaron a madera marrón y las ventanas se convierten en vitrales, para estar en la sala de un palacio real. El espectáculo fue estudiado y refinado en cada detalle. Las producciones de este director escénico continúan sorprendiéndonos y dejan una sensación de frescura. Su idea fue apoyada por Paolo Fantin, quien se encargó de las escenografías y de Carla Teti, con el vestuario. Otra magia fue la magnifica prueba de Daniela Barcellona en el papel travesti de Sigismondo. Vocalmente dejo salir toda la voz de mezzosoprano que hay en ella, con un sonido cálido y rotundo, agudos estratosféricos, naturaleza en la emisión y línea de canto perfecta. Olga Peretyatko (Aldimira) posee una voz de soprano melodiosa, y fue una virtuosa en la zona grave cantando con buena técnica. Antonino Siragusa interpretó con incisivo acento y propiedad de estilo las arias de Ladislao. Andrea Concetti, en el doble papel del medico Ulderico y del noble polaco Zenovito, tuvo una bella forma de interpretación con voz suave, densa y oscura. Manuela Bisceglie, como Anagilda, y Enea Scala como Radoski, estuvieron correctos. Michele Mariotti, debutando en su ciudad, dirigió con mano ligera a la orquesta y al coro del Teatro Comunale de Bolonia y contribuyo al éxito del espectáculo.

Friday, September 3, 2010

Sigismondo - Rossini Opera Festival 2010, Pesaro

Teatro Rossini: Sigismondo non giace più tra i ceppi e le ritorte.
(edizione critica di Paolo Pinamonti).
(replica del 15 agosto 2010)

Giosetta Guerra

Michieletto… Michieletto … lo sapevo che dovevo tenerti d’occhio! Ci hai dato una bella lezione di come deve essere un ospedale psichiatrico: luminoso, pulito, lineare, senza fronzoli, con medici e infermieri pronti e disponibili e chissà che poi qualcuno non rinsavisca, come succede a Sigismondo, impazzito per una scelta criminale contro la moglie e rinsavito per averla ritrovata.
Gli attacchi di follia di Sigismondo, re di Polonia, che esplodono in gridi animaleschi, la visione di pluri fantasmi con l’aspetto della moglie Aldimira, la presentazione che il librettista Giuseppe Foppa fa del re (“con tutto il disordine della più tetra fissazione e senza conoscimento… gira l’occhio stupidamente ed ascolta”) e del suo primo ministro Ladislao che non è tanto sano di mente, se, come Jago, trama sotto sotto contro il re e la regina, hanno dato a Damiano Michieletto l’idea di ambientare il primo atto di Sigismondo, dramma per musica in due atti di Gioachino Rossini, in un’ampia corsia d’un moderno nosocomio, tutta bianca, con alti finestroni, letti bianchi occupati da malati mentali con tic e deambulazione precaria, un tavolo centrale, dottori e infermiere che somministrano medicine. Sigismondo, scarmigliato, sguardo assente, dentro un camicione incolore, è trasportato su una sedia a rotelle. Anche il coro è formato da un branco di matti che crea un certo scompiglio. È vero che non si vedono gli appartamenti di Sigismondo, né la casa di Aldimira ai margini della foresta, ma per chi ha perso la ragione un posto vale l’altro ed è certo più salutare stare in ospedale.

Nel secondo atto le pareti diventano di legno marrone e i finestroni divengono vetrages, perché siamo in una sala del palazzo reale di Sigismondo, che fisicamente ha perso i connotati del folle ed è in abiti militari come tutti i coristi. Variando a vista la posizione degli arredi, l’ambiente assume l’aspetto di una sala consiliare, una sala da pranzo, una sorta di ufficio. E i matti? Son rimasti in ospedale? No, no! Quando ti sembra di averli seminati, te li vedi ricomparire sospettosi dietro le grandi finestre, che tentano di aprire anche graffiando i vetri, e pure il re alterna momenti di lucidità a momenti di grande insicurezza. Lo spettacolo è studiato e rifinito in ogni dettaglio e, se non sei un osservatore acuto, neanche ti accorgi che la naturalezza del risultato è l’insieme di una gran quantità di particolari. Gli allestimenti di Michieletto continuano a sbalordirti anche nel ricordo e ti lasciano una sensazione di freschezza. L’idea registica di Michieletto trova un valido sostegno in Paolo Fantin che realizza le scene, in Carla Teti che cura i costumi e in Alessandro Carletti, disegnatore delle luci: un quartetto doc, che riesce a darci in contemporanea la visione di ciò che accade in scena e di ciò che c’è e che succede al di fuori dell’ambiente scenico. Strabiliante. Ricordate l’anno scorso, in quella Scala di seta si vedeva addirittura ciò che accadeva sotto la finestra che si apriva sul fondale. Cioè si vedeva ciò che avveniva nella parte posteriore del palcoscenico sotto il livello del palcoscenico stesso. E anche in Sigismondo si vedono vari piani d’azione: la sala chiusa da pareti, un altro ambiente dietro, i corridoi laterali che vanno fino in fondo. Una magia di vetri e di specchi per dare una sensazione di ordine ad una casa di matti. Roba da matti! Mi piacerebbe veder lavorare questo team. Come regista Damiano Michieletto cura con precisione certosina lo studio dei personaggi e la preparazione attoriale degli interpreti, isola ed esalta le fobie dei malati mentali che gesticolano in modo ossessivo o convulsivo (Sigismondo ripete un informe gesto con le mani tremolanti e vede l’immagine triplicata della moglie, un matto si gratta la testa per tutta la serata).

Altra magia è stata la prova superba di Daniela Barcellona en travesti. Mai l’artista m’apparve sì brava sia nell’arte scenica sia nell’arte del canto. Quasi irriconoscibile nel primo atto nelle vesti informi di un personaggio difficile, estremo e teatralmente scomodo, interpreta col corpo (a volte contorto, a volte raggomitolato per terra, accanto alla gamba di un letto quasi a proteggersi), con le mani (che stringono un cuscino o cercano di togliersi qualcosa dalle dita), con lo sguardo carico di spavento e la faccia percorsa da brividi d’insicurezza, interpreta, dicevamo, le ossessioni, le allucinazioni, gli smarrimenti, le paure, le trepidazioni di un essere mentalmente disturbato. Bisogna vederla e si rimane sconvolti. Nel secondo atto invece prende forma l’uomo nella sua divisa militare di re e anche le criticità mentali appaiono attenuate ma non cancellate. Vocalmente è uscito tutto il mezzosoprano che è in lei, con suoni caldi e rotondi, acuti stratosferici, naturalezza d’emissione anche negli affondi, linea di canto perfetta con grande equilibrio tra i vari registri; la scrittura fiorita e complessa dell’aria di coloratura “Alma rea” seguita dalla cabaletta “Ah, se m’ ami, idol mio”, con la quale Sigismondo chiede perdono alla moglie ritrovata, è eseguita alla perfezione; la voce è solida ed è in un momento di grazia particolare, ma, a mio avviso, è anche la scrittura della partitura che non segue la comune routine rossiniana, anche se alcune parti sono come al solito reimpiegate, ha lunghe frasi musicali, assolutamente adatte alla vocalità del mezzosoprano, una tinta diversa dalle opere che la Barcellona ha interpretato en travesti. Olga Peretyatko (Aldimira che magicamente si moltiplica, prima in tailleur chiaro e cappello maschile e poi in abito bianco con cappellino) ha voce sopranile melodiosa, è una virtuosa con zona grave corposa e zona acuta perlacea, splendida tecnica d’ emissione con l’uso della messa di voce e dei filati. Antonino Siragusa esegue con incisività d’accento e proprietà stilistica gli ampi sbalzi delle arie di Ladislao, la voce chiara e asprigna è ben proiettata nel registro centrale, ma ha minor facilità del solito a svettare in tessitura acuta e sovracuta, dove i suoni sono ingolati. Andrea Concetti, nel duplice ruolo del medico Ulderico e del nobile polacco Zenovito, ha un bel modo di porgere una voce morbida, densa e scura. Manuela Bisceglie, come Anagilda, è un sopranino corretto. Enea Scala nel ruolo di Radoski, confidente di Ladislao, è un bravo tenore.

Michele Mariotti, al debutto nella sua città, dirige con mano leggera l’Orchestra e il Coro del Teatro Comunale di Bologna (preparato da Paolo Vero) e contribuisce al successo di questo spettacolo, che non ci aspettavamo così ben fatto e con tanta bella musica che spesso allenta le tensioni, che ha trasparenze e leggerezze quasi sinfoniche e/o pastorali, delicati duetti carichi di poesia, brevi intermezzi danzanti, oltre al frizzo del crescendo rossiniano. Un’opera da rivedere così com’è rinata a Pesaro. sono sempre stati garanzia al ROF di impegno e qualità, garanzia pienamente soddisfatta anche in questa occasione.

Sunday, March 28, 2010

Don Giovanni de Mozart en Ancona, Italia

Fotos: Don Giovanni- Teatro delle Muse di Ancona

Giosetta Guerra


Se presentó en el Teatro delle Muse de Ancona la hermosa producción escénica de Don Giovanni que Pier Luigi Pizzi ideó para la temporada 2009 del festival de opera de Macerata

La caja escénica, construida en perspectiva, mantuvo solo los espejos sobre una de las paredes y las cortinas, que se abrían, se cerraban, y se cruzan para cubrir los diferentes ambientes y para aumentar la profundidad de la escena, no fueron más rojas sino marrón. Se colocó también el ingenioso espacio abierto en la parte baja del escenario, donde se escondían quienes no querían ser vistos y hacia el que fue tragado y arrastrado Don Giovanni por unas hambrientas erinias desnudas. El inmobiliario fue el mismo: una gran cama blanca casi omnipresente, un diván y sillones de la época, una mesa, algunos bancos y un mantel rojo: en lo que fue simbolismo y no descríptivismo, y esencialidad sin redundancia. Una producción pulida, estilizada, clara (para la compresión) y aunque frecuentemente estuvo en penumbra, resulto ligera, elegante y de pocos colores. En suma, agradable.

La dirección escénica jugó siempre con el erotismo jocoso y liviano del dúo Don Giovanni- Leporello, con su prestancia física frecuentemente medio desnuda, con la fragilidad de los sentimientos, el desenfreno de la juventud y el misterio que rodea el final de los hechos. Los personajes y sus intérpretes fueron todos jóvenes.

La mayor parte de los artistas cantaron en las representaciones en Macerata. El buen bajo Andrea Concetti, como Leporello, la soprano griega Myrtò Papatanasiu como Donna Anna, las soprano Carmela Remigio como Donna Elvira y Manuela Bisceglie como Zerlina, y el bajo William Corrò (Masetto). Concetti, que estuvo extraordinario escénicamente y vocalmente, tiene un cuerpo ágil y una mina de oro en la garganta (su bella voz oscura es rica en armónicos, pareja y vibrante, de color especial en la tesitura grave, sonora y musical en toda la gama, y la interpretación es muy cuidada en cada gesto). Corrò es bajo joven de hermoso timbre y muy creíble como Masetto. La Remigio cantó bien con un justo acento, buena producción vocal, dicción no siempre clara, pero de preciosa voz y vibrante, de medio espesor, y apropiada interpretación. La Papatanasiu, posee una voz afilada, pareja y con buen peso, que utilizó predominantemente sobre el fuerte o el medio fuerte, y logró dominarla con largos y emocionantes filados, y bellos sonidos sostenidos a todo lo largo, agilidad en los trinos, aunque su dicción podría perfeccionarse. La Bisceglie es un soprano de voz fresca que pudo expresar la tinta mozartiana. Una mejora respecto a la versión de Macerata fue la elección del Comendador, interpretado por el optimo bajo profundo Gudjon Oskarsson, de poderosa voz, amplia y de gran peso, grato color, muy sonora en cada registo, y correcta emisión, y con el Don Ottavio interpretado por Saimir Pirgu, un tenor de bello y preciso timbre, de robusta grana vocal y al mismo tiempo dúctil, casi un baritenor por el cuerpo y el peso de la voz que sabe dominar con suavidad y delicados medios (“Alla sua pace”), capaz de emitir extensos fiatos, y mantener sonidos en agudo y en grave con excelsa masa de voz, tenue y de justo acento (“Il mio tesoro intanto” fue de manual).

Comparado con Macerata, se empeoró confiando el papel protagonista de Don Giovanni a un cantante que en la práctica no habíamos escuchado cantar. El barítono americano Nmon Ford, un hermoso joven de color y robusto físico, de movimientos felinos y sonrisa cautivante, quien presentó un Don Giovanni provocador y sensual, pero poco agradable desde el perfil vocal, su voz no se escuchó y el sonido fue inconsistente, ya que su canto fue en voz baja, sin una línea de canto, y aunque en ocasiones emitió un volumen mas consistente o una frase mas timbrada, la voz por ahora resultó opaca y con un intenso vibrado que la hace tremulante. Sin volumen, sin espesor, y sin color, es igual a no tener un Don Giovanni. Aun así se le otorgó el Premio Corelli 2010.

Guiando a la Orchestra Regionale delle Marche y a la Orchestra fiati di Ancona, el director Asher Fisch inició con tiempos lentos y sin ritmo, para después ir creciendo en color y equilibrio, hasta hacer salir la tinta mozartiana. Los movimientos coreográficos fueron de Roberto Pizzuto y la iluminación de Sergio Rossi. El espectáculo fue del gusto del público.

Saturday, March 27, 2010

Don Giovanni - Teatro delle Muse di Ancona

Foto: Don Giovanni - Teatro delle Muse, Ancona

Ancona, Teatro delle Muse: Don Giovanni edizione Macerata.

Giosetta Guerra

Approda al teatro delle Muse di Ancona il bell’allestimento di Don Giovanni che Pier Luigi Pizzi aveva ideato per la stagione maceratese 2009. La scatola scenica, costruita in prospettiva, mantiene gli specchi solo su una parete e i sipari, che si aprono e si chiudono anche incrociandosi per il cambio veloce e nascosto degli ambienti o che si posizionano per aumentare la profondità della scena, non sono rossi ma marrone. Ricreato anche il geniale spazio aperto nel sottopalco per celare o far scivolare le persone che non vogliono mostrarsi e per inghiottire Don Giovanni trascinato e dilaniato da fameliche Erinni nude. Gli arredi sono gli stessi: un grande letto bianco quasi onnipresente, un divanetto e delle poltroncine d’epoca, una tavola, alcuni sgabelli e…un mantello rosso: simbolismo e non descrittivismo, essenzialità e non ridondanza. Un allestimento pulito, stilizzato, chiaro (per la comprensione) anche se spesso in penombra, leggero, elegante, con pochi colori decisi, insomma PIACEVOLE.

La regia gioca sempre sull’erotismo giocoso e scanzonato del duo Don Giovanni- Leporello e sulla loro prestanza fisica spesso messa a nudo, sulla fragilità dei sentimenti, sulle intemperanze della gioventù e sul mistero che circonda la finale resa dei conti. I personaggi sono tutti giovani e così gli interpreti. La maggior parte degli artisti sono quelli che avevano cantato a Macerata: il bravissimo basso marchigiano Andrea Concetti nel ruolo di Leporello, il soprano greco Myrtò Papatanasiu in quello di Donna Anna, i soprani Carmela Remigio come Donna Elvira e Manuela Bisceglie per Zerlina, il basso William Corrò (Masetto). Concetti, straordinario sia scenicamente che vocalmente, ha le molle in corpo e una miniera d’oro in gola (bella voce scura ricca di armonici, estesa e vibrante, dal colore speciale nella tessitura grave, sonora e musicale in tutta la gamma, interpretazione curata in ogni gesto). Corrò è un giovane basso dal bel timbro e molto credibile nei panni di Masetto. La Remigio canta bene con giusto accento, buona messa di voce, dizione non sempre chiara, la voce è bella e vibrante, di medio spessore, l’interpretazione appropriata. La Papatanasiu ha voce tagliente, estesa, di buon peso e la usa prevalentemente sul forte o sul mezzoforte, ma riesce anche a piegarla a lunghi ed estasianti filati, a bellissimi suoni tenuti a lungo, all’agilità dei trilli, la dizione è da perfezionare. La Bisceglie è un soprano dalla voce fresca che riesce ad esprimere la tinta mozartiana.

Un miglioramento c’è stato nella scelta del Commendatore, interpretato dall’ottimo basso profondo Gudjon Oskarsson (voce poderosa, ampia, di grande peso, di bellissimo colore, sonorissima in ogni registro, emissione correttissima) e di Don Ottavio, interpretato da Saimir Pirgu, un tenore dal timbro bello e deciso, dalla grana vocale robusta e nel contempo duttile, quasi un baritenore per la corposità e il peso della voce, che sa anche piegarsi a morbidezze e delicate mezze voci (“Alla sua pace”), capace di fiati lunghissimi, tenuta dei suoni in acuto e in grave, eccelse messe di voce e smorzature e giusto accento (“Il mio tesoro intanto” da manuale).

Un peggioramento invece c’è stato nell’affidare il ruolo protagonista di Don Giovanni ad un cantante che in pratica non abbiamo sentito cantare. Il baritono americano Nmon Ford, un bellissimo ragazzo di colore dal fisico aitante, dalle movenze feline e dal sorriso accattivante, ha presentato un Don Giovanni stuzzicante e sensuale, ma spiazzante sotto il profilo vocale, la sua voce non l’abbiamo sentita: il suono è inconsistente, il canto è solo accennato sottovoce, non c’è una linea di canto, talvolta esce un volume più consistente o una frase più timbrata, ma allora la voce risulta opaca e con un vibrato intenso che la rende tremolante. No volume, no spessore, no colore = no Don Giovanni. Eppure gli è stato conferito il Premio Corelli 2010. Boh!

Alla guida dell’Orchestra Regionale delle Marche e dell’Orchestra fiati di Ancona, il direttore Asher Fisch ha tenuto inizialmente tempi lenti, senza ritmo, poi il colore è cresciuto e così l’equilibrio, fino a far uscire la tinta mozartiana. I movimenti coreografici sono di Roberto Pizzuto, le luci di Sergio Rossi. Lo spettacolo ha riscosso il gradimento del pubblico.