lunes, 10 de septiembre de 2012

Rossini Opera Festival 2012

Quest’anno il Rossini Opera Festival di Pesaro ha presentato due nuove produzioni (Ciro in Babilonia e Il Signor Bruschino), un riallestimento (Matilde di Shabran) e il consueto Viaggio a Reims curato dall’Accademia Rossiniana. Ciro in Babilonia giungeva, anzi, per la prima volta assoluta sul palcoscenico del Rof, opera di argomento biblico, drammaturgicamente forse un po’ scontata, ma musicalmente assai interessante. Composta nel periodo delle farse giovanili, ebbe la sua première a Ferrara durante la Quaresima del 1812 non riuscendo mai ad entrare stabilmente in repertorio. Anche le riprese moderne sono state piuttosto rare. La responsabilità del Rossini Opera Festival era, quindi, evidente. Il regista Davide Livermore rifacendosi ai primi kolossal di inizio Novecento sistemava il pubblico del Teatro Rossini in una vera e propria sala cinematografica. I personaggi, con i visi incorniciati da barbe posticce, e che indossavano gli splendidi costumi disegnati Gianluca Falaschi caratterizzati da ampie tuniche mosse da motivi geometrici in bianco e nero, enfatizzavano così la recitazione proprio sullo stile del cinema muto, mentre sullo sfondo la proiezione di immagini sbiadite e tremolanti, alternate alle caratteristiche didascalie, completavano la scena. L’estroso regista torinese prevedeva anche la presenza di figuranti in palcoscenico a rappresentare il pubblico del cinematografo che commentava, emozionandosi al prosieguo della vicenda del «film» che si svolgeva sotto i propri occhi. Insomma, una gran bella idea sviluppata con estrema coerenza e un po’ di ironia. Molto apprezzata anche la parte musicale dello spettacolo guidata da una Ewa Podles, nel ruolo del titolo, ancora in grado di entusiasmare il pubblico con quel suo timbro «antico», di grana grossa, ma caldo e battagliero nonostante la carenza di omogeneità nel registro più grave (comunque elettrizzante) e qualche difficoltà nei fiati. Jessica Pratt, nei panni della sposa Amira, ha realizzato un capolavoro di tecnica e finezza. La purezza dell’emissione, l’intraprendenza nella coloratura e la indubbia maturità interpretativa la pongono oggi ai vertici del panorama belcantistico internazionale. L’ardente Michael Spyres ha donato la sua voce da baritenore al «cattivo» dell’opera, il crudele Baldassarre, con una emissione omogenea in tutta la gamma e una manifesta facilità nell’affrontare il canto più virtuosistico senza perdere in peso vocale. Buone anche le parti di fianco, lo Zambri di Mirco Palazzi, l’Argene di Carmen Romeu, l’Arbace di Robert Macpherson e il sonoro Daniello di Raffaele Costantini. Il Coro e l’Orchestra del Teatro Comunale di Bologna diretti con precisione e proprietà stilistica da Will Crutchfield hanno dato, infine, il loro prezioso contributo alla notevole riuscita della serata.

Musicalmente, il nuovo Bruschino, si è retto quasi completamente sulle spalle di Carlo Lepore e di Roberto De Candia, due vecchie volpi del canto rossiniano. Il primo ha donato la sue voce rotonda e ben timbrata (buone risonanze nel grave) al buffo Gaudenzio, mentre il secondo, in scena con una ridicola gamba ingessata, caratterizzava con una dizione perfetta al meglio le smanie e le eccentricità di Bruschino padre. Più uniforme, seppur corretta, la prova di David Alegret nei panni dell’innamorato Florville, mentre Sofia era impersonata dall’evanescente Maria Aleida, dotata di interessanti sovracuti, ma un po’ troppo flebile nel registro medio-grave. Daniele Rustioni ha guidato l’Orchestra Sinfonica G. Rossini con precisione, ma senza molta fantasia. L’allestimento, curato dal Teatro Sotterraneo, ambientava la farsa in una immaginaria Rossiniland, terra in cui i turisti venivano accompagnati alla scoperta delle meraviglie rossiniane. Ma nonostante l’impianto scenico divertente (sul palco oltre alla locanda «Da Filiberto» c’erano anche un distributore automatico di bibite, un negozio di souvenir, una mappa con le indicazioni per trovare la Gazza Ladra, il Gugliemo Tell o il Barbiere di Siviglia, una toilette...) la prova registica non è parsa completamente riuscita a causa di una serie di gags vecchio stile e un po’ scontate, in un ritmo narrativo complessivo privo di verve.

Grandi ovazioni, invece, per la ripresa della Matilde di Shabran, l’opera che quindici anni fa aveva lanciato Juan Diego Florez tra le stelle del canto rossiniano, e che ancora oggi è strettamente legata alla sua carriera. Florez, ancora una volta, ha incantato il pubblico per la perfezione del suo canto in uno dei ruoli tenorili, il bisbetico Corradino, più impervi e faticosi del repertorio: ha saputo essere spavaldo e tenero, prepotente e sognante, in un vero tour de force pirotecnico di emozioni. Olga Peretyatko è stata all’altezza nel difficile compito di rivaleggiare con un interprete di tal raffinatezza, e la sua Matilde è piaciuta per bellezza timbrica, sicurezza nelle agilità e brillantezza. Nei sovracuti, invece, il soprano russo ha palesato qualche difficoltà. Di grande temperamento e ardimentosa, anche se non sempre vocalmente a fuoco in alto, la prova di Anna Goryachova nel ruolo en travesti di Edoardo, ed esilarante l’Isidoro di Paolo Bordogna, fermo negli acuti e simpaticissimo. Debordante Nicola Alaimo (Aliprando), seppur con qualche forzatura nel registro superiore, e sicuro Simon Orfila come Ginardo. Insomma, un cast di alto livello completato dall’eccezionale direzione di Michele Mariotti a capo dei complessi del Teatro Comunale di Bologna. Mariotti ha diretto con fantasia inesauribile, galvanizzando l’orchestra con gesto preciso e intenso. E così anche un semplice accompagnamento con lui poteva acquistare un insolito motivo di interesse. L’ormai classico spettacolo di Mario Martone, costruito intelligentemente attorno ad una grande scala a chiocciola girevole al cui vertice, incombente ma invisibile, sta il castello di Corradino, è stato registrato dai tecnici della DECCA e troverà prossimamente la via del DVD.

In conclusione, ecco il Viaggio a Reims del giovani cantanti dell’Accademia con la semplice, ma efficace regia di Emilio Sagi, allestito ormai da più di un decennio e palestra per i futuri interpreti rossiniani. Nella prima parte dello spettacolo, ambientato in un «centro benessere», in palcoscenico c’erano solo sedie a sdraio disposte una accanto all’altra, mentre nella seconda a ravvivare la scena trovavamo una fila sospesa di luci accese per la festa imminente. Da sottolineare la coerenza stilistica di tutto il cast nel quale emergeva il Don Profondo di Davide Luciano, già maturo vocalmente e dal punto di vista attoriale e pronto per affrontare esperienze più importanti. E’ piaciuta anche la vocalità sana di Filippo Fontana anche se per propria inclinazione la parte buffa di Trombonok non gli si addiceva molto. Di bel timbro e tecnicamente salda la Corinna di Ilona Mataradze e vocalmente esuberante la Melibea di Raffaella Lupinacci. Elegante e ben timbrato nei centri, ma in difficoltà in zona acuta, il Lord Sidney di Baurzhan Anderzhanov mentre un po’ discontinua seppur dotata di ampia estensione la Contessa Folleville di Hulkar Sabirova, e espansivo il Belfiore di Davide Giusti. Corretta, infine, la prova orchestrale affidata alla bacchetta di Pietro Lombardi.





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