viernes, 15 de marzo de 2013

Der Flegende Holländer - Teatro alla Scala, Milano

Foto: Marco Brescia & Rudy Amisano
 
Massimo Viazzo
 
Der Flegende  Holländer, secondo appuntamento dell’anno wagneriano al Teatro alla Scala di Milano, dopo il magnifico Lohengrin inaugurale, ha avuto un esito interlocutorio.  Bryn Terfel realizzava un Holländer carismatico scenicamente, di debordante presenza, ma un po’ troppo muscolare, con una emissione vocale che pareva a volte forzata ed un fraseggio poco incline a morbidezze. Per contro la Senta di Anja Kampe era calda e appassionata. La voce del soprano tedesco vibrava e sapeva commuovere, e la sua imperiosa e allucinata Ballata restava uno dei migliori momenti dello spettacolo. Più ordinario ma comunque incisivo il Daland di Ain Anger, mentre Klaus Florian Vogt tratteggiava un Erik con buone intenzioni interpretative e musicalità, ma la sua voce suonava timbricamente un po’ sbiancata e perdeva un po’ di consistenza nel registro più acuto. Completavano il cast lo Steuermann di Dominik Wortig, un po’ in difficoltà in alto, mentre Rosalind Plowright vestiva i panni di una Marie un po’ anonima. Hartmut Haenchen dirigeva in modo un po’ generico, con qualche disequilibrio tra archi e fiati, e con passo teatrale in po’ smorto, frutto forse di una concertazione non precisissima. Detto, infine, dell’ottima prova del Coro del Teatro alla Scala diretto da Bruno Casoni veniamo alla parte più problematica dello spettacolo: la regia di Andreas Homoki, regia contestata vivacemente dal pubblico. Il regista tedesco, infatti, con una ambientazione claustrofobica, nella quale il mare era solo evocato da qualche quadro e da qualche cartina geografica, ambientava l’azione negli uffici di una compagnia di navigazione. Niente marinai, e niente filatrici, dunque, ma tutti impiegati alle dipendenze del manager Daland, che agivano un po’ monotonamente attorno a una pedana girevole attorno ad un grande parallelepipedo ligneo, per uno spettacolo poco poetico e, soprattutto, senza magia né mistero.

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