miércoles, 20 de enero de 2016

GIOVANNA D’ARCO – Teatro alla Scala, Milano- 2 gennaio 2016 (2 cast)


Foto: Ramella & Giannese

Renzo Bellardone

L’opera in questione è stata composta da un  Verdi poco più che trentenne, e dopo centocinquant’anni dalla sua prima rappresentazione alla Scala di Milano, viene riproposta ad inaugurazione della Stagione ed abbracciata  da Riccardo Chailly che la dirige ed espande, elevandola a vette armoniche e sinfoniche trasparenti ed impalpabili. L’impetuosa ouverture preannuncia i clamori della battaglia ed il sipario che per un momento si alza evoca le visioni che domineranno la vicenda della vergine di Orleans. La versione che ha inaugurato la stagione scaligera è quella integrale che forse neppure Verdi riuscì a vedere in scena a causa delle moralistiche censure. L’ambientazione è atemporale, ma non decontestualizzata,  con chiari riferimenti epocali grazie ai costumi di Agostino Cavalca ed alle scene di Christian Fenouillat: entrambi hanno rafforzato la filologia della regia curata da Moshe Leiser e Patrice Caurier. Seppur con scene essenziali  e di colore grigio perla , l’ambientazione risulta di forte impatto ed inevitabile  coinvolgimento,  grazie alle coloratissime e vigorose proiezioni di  Étienne Cuiol:  il massimo della vitalità viene raggiunto nel momento della cruenta battaglia, mentre l’efficacia simbolistica culmina al  suo apice con l’apparizione della bandiera. Il Coro, elemento preponderante come sovente lo è nelle opere verdiane, qui diventa anello di congiunzione indissolubile con la vicenda, la rappresentazione musicale e l’elemento scenico; magistralmente coordinato da Bruno Casoni appare all’inizio quasi come nella nota immagine di  Giuseppe Pelizza da Volpedo: stesse le tinte dei costumi, stessa la prorompente forza descrittiva; al finale il coro  compare  in una sorta di alto loggiato abitato anche da angeli divini ed insieme a questi dall’alto osserva la trasfigurazione. La messa in scena si avvale di elementi simbolici e  di apparizioni stupefacenti da Grand Opera: al momento della sua decisione Giovanna si taglia le chiome; alla battaglia le pareti vengono poi trafitte da lunghe lance rosso sangue; Carlo appare in armatura dorata su cavallo dorato ed  in tutta la sua imponenza sorge la cattedrale di Reims con i celebri mosaici di vetro colorato. Inquietanti e grotteschi appaiono i demoni cornuti ed alati che con  paurose movenze finiscono per sovrastare i personaggi fino a racchiuderli in un amplesso demoniaco. Gli interpreti tutti di ottima levatura vantano  una new entry alla Scala:  nel ruolo di Giovanna, per l’ultima recita, ha cantato il giovane soprano astigiano Erika Grimaldi. Francesco Meli, a buon titolo uno dei più importanti tenori italiani, ha vestito i panni di Carlo VII; ormai anche ottimo attore ha calcato il palcoscenico con passo sicuro, rafforzando la sua presenza con una linea di canto sempre puntuale con tono fermo e coinvolgente; Meli vanta un’emissione sicura, sempre chiara e limpida e fa assaporare ‘la voce che corre sui velluti’ Il padre Giacomo trova un caldo interprete in Carlos Alvarez: la profondità del tono ed il colore brunito dai riflessi ambrati creano un personaggio prima sicuro, poi confuso, ma comunque estremamente umano. Gradevolissima voce che coinvolge  e commuove. Talbot è il bravo  Dmitry Belosselskiy, mentre  Michele Mauro interpreta Delil. Veniamo ora all’interprete principale ovvero Giovanna:  Erika Grimaldi si avvale della sua giovane età per interpretare al meglio il  personaggio, ma sfodera subito marcata presenza scenica e sicurezza vocale. La Grimaldi affronta il ruolo con le peculiarità dello stesso, quindi con segnata drammaticità ed altrettanta agilità fino agli acuti ed ai sovracuti con limpidezza e  cristallinità.  Il consenso che il pubblico le ha tributato è il miglior riconoscimento al suo debutto ed ancor più in un ruolo certamente arduo. La Musica vince sempre.

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