miércoles, 2 de enero de 2013

Lohengrin - Teatro alla Scala, Milano


Foto: Monika Rittershaus

Massimo Viazzo

Grande inaugurazione alla Scala! La visione psicanalitica che ha fortemente caratterizzato il Lohengrin di Claus Guth può aver certamente spiazzato il pubblico scaligero; ma che coerenza drammaturgica! Claus Guth ha ambientato l’opera a metà Ottocento, praticamente all’epoca della sua composizione, facendo piazza pulita di ogni riferimento al mondo medievale evocato dal libretto. Ciò che interessava a Claus Guth non era certo l’aspetto fantastico e favolistico della vicenda, ma la profondità della psiche dei due protagonisti veniva messa a nudo situandosi in primo piano. E così era Elsa stessa ad evocare con il suo sogno interiore la comparsa del Cavaliere del Cigno, colui che la doveva aiutare e sostenere nell’avversità della sua vita travagliata. Ma anche lo stesso Lohengrin, letteralmente scaraventato in questo mondo, un mondo “altro” dal suo (memorabile la sua entrata in posizione fetale, titubante, tremante, quasi una nuova nascita...), era presentato come un individuo alla ricerca di se stesso: chi è il Cavaliere del Cigno? E’ un protettore, un redentore o possiede pure lui ansie e debolezze? E’ qui che Guth completa in modo avvincente la visione drammaturgica del capolavoro wagneriano cogliendo nel protagonista la dicotomia che si viene a creare tra il suo agire e il suo essere, tra il compito a cui è chiamato dalla moltitudine e la ricerca del proprio “io” intimo e segreto. Perciò il Lohengrin di Guth è un Lohengrin assolutamente antieroico, che alla fine dell’opera esce di scena, morendo, in modo specularmente simmetrico al suo ingresso. Eccezionale la prova di Jonas Kaufmann, in assoluto il miglior Lohengrin in circolazione oggi. Il tenore bavarese ha cantato un Lohengrin sfumatissimo, alla ricerca costante dell’espressività, intimo e soprattutto molto umano. Con una emissione salda e una sicurezza straordinaria nella definizione del fraseggio, Kaufmann ha elettrizzato il pubblico. Il suo In fernem Land, diafano e timbricamente commovente, è stata una delle pagine più alte scritte nella storia recente del massimo teatro milanese! Non da meno è stata Anja Harteros, un’Elsa di grande carisma vocale, lirica e luminosa, ma anche tormentata. La debordante Ortrud di Evelyn Herlitzius e il più rozzo Telramund di Tomas Tomasson formavano la coppia dei “cattivi”. Timbricamente morbido, ma un po’ problematico sugli acuti il basso tedesco René Pape nei panni del Re, mentre non sempre a fuoco nell’intonazione l’Araldo di Zeliko Lucic. Di grande spessore, infine, la prova direttoriale di Daniel Barenboim, agogicamente mobilissima e sempre molto teatrale. Un bravo a tutti, orchestra e coro, per una produzione da ricordare!

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