martes, 7 de junio de 2016

L’Heure Espagnole e L’Enfant et les Sortileges - Teatro alla Scala, Milano

Foto: Brescia / Amisano - Teatro alla Scala

Massimo Viazzo

Grandissimo successo alla Scala per la produzione giunta dal Festival di Glyndebourne del dittico raveliano, L’Heure Espagnole e L’Enfant et les Sortileges, due straordinari capolavori che non venivano allestiti nel massimo teatro italiano da circa quarant’anni (in quella occasione la bacchetta era stata affidata a Georges Pretre mentre la regia era curata da Jorge Lavelli). Nella produzione firmata da Laurent Pelly, con il fondamentale apporto per le scene di Caroline Gint e Florence Evrard (L’Heure) e Barbara de Limburg (L’Enfant), assistiamo a due spettacoli complementari, perfetti per penetrare la poetica del compositore francese. Nell’Heure Espagnole - ambientata in una bottega d’orologi in cui moltissimi oggetti erano messi alla rinfusa tanto da farla sembrare più ad una bottega di un robivecchi (naturalmente c’erano decine di orologi, di ogni forma e dimensione, ma anche una lavatrice, una chitarra e una bicicletta) – viene colto il lato più carnale di Maurice Ravel. Anche Marc Minkowski sottolinea con grande precisione ma anche un certo calore i riferimenti tematici più sensuali, e i cantanti, tutti perfettamente in parte, fanno il resto. La coppia dei protagonisti, Conception e Ramiro interpretati rispettivamente da Stéphanie D’Oustrac e Jan-Luc Ballestra, si è distinta per una prestazione senza sbavature, molto sicura e di buon impatto vocale. Ma anche a Yann Beuron (Gonzalve), Vincent Le Texier (Don Inigo) e Jean-Paul Fouchécourt (Torquemada) i loro ruoli calzavano come un guanto.
Nell’Enfant et les Sortileges tutto diventava più onirico, sognate, anche psicologico. Per evidenziare la presenza di un bambino in scena (Marianne Crebassa lo ha cantato con voce timbratissima e molto ben proiettata) tutti gli oggetti sono stati ingranditi a dismisura, per un effetto visivo di grande impatto: tazzine e teiere giganti, pezzi di tappezzeria vivente enormi giganteschi tavoli e sedie. Qui Minkowsli ha proseguito la sua analisi lucida ed attentissima del dettato musicale raveliano restituendoci una lettura molto trasparente ma mai distaccata, con l’orchestra decisamente in forma. Cast all’altezza (molti cantanti hanno cantato entrambe le opere) con una menzione per la coloratura sicura di Armelle Khourdoian e la bella timbrica di Delphine HaidanCome sempre, infine, il Coro del Teatro alla Scala diretta da Bruno Casoni ha offerto una prova maiuscola.

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