miércoles, 5 de febrero de 2020

Romeo y Julieta en el Teatro alla Scala de Milán


Foto: Brescia&Amisano

Massimo Viazzo

Roméo et Juliette, il capolavoro “shakespeariano” di Charles Gounod, é stato rappresentato pochissime volte al Teatro alla Scala. É davvero sorprendente scoprire che la prima volta che quest’opera venne eseguita nella versione originale in lingua francese é stato solamente 9 anni fa! E l’allestimento era proprio quello che é stato ripreso nella stagione attuale, allestimento di Bartlett Sher nato per la Felsenreitschule di Salisburgo e adattato al palcoscenico del teatro milanese. Purtroppo il punto debole della produzione é stata proprio l'aspetto registico, trattandosi, quello di Sher, di uno spettacolo alquanto polveroso sia per la concezione scenografica che per la costruzione, sostanzialmente a cliché, dei personaggi. Più interessante la parte musicale, ad iniziare dal volitivo Roméo di Vittorio Grigolo. Il tenore italiano, pur lamentando una indisposizione annunciata prima della recita, ha cantato come di suo solito senza risparmiarsi, con slancio e passione, tratteggiando un Roméo sempre credibile, spavaldo ma soprattutto innamorato. La sua voce si espandeva con naturalezza nella sala del Piermarini anche se il fraseggio non pareva sempre sfumatissimo. La Juliette di Diana Damrau é piaciuta molto soprattutto nel registro più acuto dove il soprano tedesco ha saputo sfoggiare una linea di canto agile e sicura. Nei centri la voce é parsa talvolta stimbrarsi, ma ciò non ha inficiato una prestazione molto applaudita dal pubblico. Attorno ai due amanti protagonisti ruota uno stuolo di personaggi la cui individuazione musicale e drammaturgica fatica ad imprimerli nella memoria dell'ascoltatore. Da notare, comunque, il sicuro e ben timbrato Frère Laurent di Nicole Testè, l’arrogante Tybalt di Ruzil Gatin, il simpatico ed estroverso Mercutio di Mattia Olivieri, la Gertrude un po’ troppo caricaturale (colpa del regista!) di Sara Mingardo. Frédéric Caton é parso essere un Capulet sufficientemente autorevole, e piacevole e ben definito nel proprio intervento del terzo atto lo Stéphano di Marina Viotti. L’orchestra è stata guidata con relativa sicurezza da Lorenzo Viotti. Il giovane direttore italo-francese nato a Losanna in Svizzera ha messo in evidenza un passo teatrale riconoscibile e una resa del fraseggio vibrante con una certa cura dei colori. Sempre molto apprezzata la prestazione del  coro scaligero. 



lunes, 3 de febrero de 2020

“Oklahoma!” Teatro Coccia Novara


Foto: Teatro Coccia Novara

Renzo Bellardone

Che meraviglia il riscoprire I capolavori teatrali di un sacco di anni fa! Oklahoma di Rodgers & Hammerstein valse loro uno speciale Premio Pulitzer® nella categoria “Special Awards And Citations nel 1944 ed è stata una delle pietre angolari da cui poi sono scaturiti un sacco di musical di successo. Di Oklahoma è giusto ricordare che La produzione originale di Broadway debuttò il 31 marzo 1943. Fu un grande successo e tenne il cartellone per 2.212 recite, fatto mai accaduto fino ad allora! Ancora una volta la direzione del Coccia dice ‘largo ai giovani’ e da spazio ai talentuosi attori del Corso Triennale per Attori della STM – Scuola del Teatro Musicale, con un cast totale di 42 interpreti, insieme all’orchestra di 60 elementi dell’Associazione Spazi Musicali diretta dal M° Sandro TorrianiLa regia è di Luca Savani, diplomato STM, le coreografie di Ilaria Suss e la direzione vocale di Andrea Ascari. Le scene saranno di Alessia Barban e Simona Venkova, allieve dell’Hdemia di Belle Arti SantaGiulia di Brescia. La storia è quella dell’amore tra il cowboy Curly McLain che durante un’asta benefica venderà tutto pur di accaparrarsi la preferenza dell’amata Laurey Williams; come nelle migliori scritture giunge a disturbare l’idillio  il minaccioso Jud Fry, contadino nella fattoria di Laurey e da qui un susseguirsi di vicende che porteranno alla tragica fine di quest’ultimo. Musica, canzoni, parole e danza sono parte della trama e armoniosamente assemblate creano uno spettacolo a volte divertente ed a volte riflessivo. 
Gradevole la regia del giovane Luca Savani che non lascia ‘vuoti di palcoscenico’ o inutili immobilità in un musical d’azione; movimento sorretto dalle azzeccate coreografie di Ilaria Suss che sanno ricreare l’atmosfera del saloon e del West che tutti immaginiamo, incastonate nelle scene essenziali, ma assolutamente efficaci e pertinenti di Alessia Barban e Simona Venkova. La direzione della favolosa orchestra dell’Associazione Spazi musicali è affidata alla vivace bacchetta di Sandro Torriani: dal rullo di tamburi iniziali in un crescendo sonoro si sviluppa la narrazione musicale che mantiene l’equilibrio della vivacità e della brillantezza con l’attenzione alle atmosfere ed a quanto il pubblico eterogeneo si attende. Le luci sono molto ben disegnate da Ivan Pastrovicchio il quale tende a sfumature di fondo con l’esaltazione vivida di alcuni particolari. Per quanto riguarda gli interpreti posso credere che ce l’abbian messa tutta, esprimendomi quasi gergalmente ed il risultato complessivo è accattivante, sottolineato dalle espressioni di plauso continuo da parte del pubblico. Gli eclettici interpreti sono tutti giovani ed atletici ed  hanno dato buona prova nelle danze e parimenti nei dialoghi, mentre il canto forse non è sempre al top, ma in ogni caso piacevole.  Le diverse trovate di movimento hanno mantenuto vivace la platea affascinata da questa riedizione moderna, ma dal sapore ed elementi della tradizione dell’immaginario West. La Musica vince sempre.



sábado, 1 de febrero de 2020

Roméo et Juliette a Milano (Teatro alla Scala)


Foto: Brescia&Amisano

Massimo Viazzo

Roméo et Juliette, il capolavoro “shakespeariano” di Charles Gounod, é stato rappresentato pochissime volte al Teatro alla Scala. É davvero sorprendente scoprire che la prima volta che quest’opera venne eseguita nella versione originale in lingua francese é stato solamente 9 anni fa! E l’allestimento era proprio quello che é stato ripreso nella stagione attuale, allestimento di Bartlett Sher nato per la Felsenreitschule di Salisburgo e adattato al palcoscenico del teatro milanese. Purtroppo il punto debole della produzione é stata proprio l'aspetto registico, trattandosi, quello di Sher, di uno spettacolo alquanto polveroso sia per la concezione scenografica che per la costruzione, sostanzialmente a cliché, dei personaggi. Più interessante la parte musicale, ad iniziare dal volitivo Roméo di Vittorio Grigolo. Il tenore italiano, pur lamentando una indisposizione annunciata prima della recita, ha cantato come di suo solito senza risparmiarsi, con slancio e passione, tratteggiando un Roméo sempre credibile, spavaldo ma soprattutto innamorato. La sua voce si espandeva con naturalezza nella sala del Piermarini anche se il fraseggio non pareva sempre sfumatissimo. La Juliette di Diana Damrau é piaciuta molto soprattutto nel registro più acuto dove il soprano tedesco ha saputo sfoggiare una linea di canto agile e sicura. Nei centri la voce é parsa talvolta stimbrarsi, ma ciò non ha inficiato una prestazione molto applaudita dal pubblico. Attorno ai due amanti protagonisti ruota uno stuolo di personaggi la cui individuazione musicale e drammaturgica fatica ad imprimerli nella memoria dell'ascoltatore. Da notare, comunque, il sicuro e ben timbrato Frère Laurent di Nicole Testè, l’arrogante Tybalt di Ruzil Gatin, il simpatico ed estroverso Mercutio di Mattia Olivieri, la Gertrude un po’ troppo caricaturale (colpa del regista!) di Sara Mingardo. Frédéric Caton é parso essere un Capulet sufficientemente autorevole, e piacevole e ben definito nel proprio intervento del terzo atto lo Stéphano di Marina Viotti. L’orchestra è stata guidata con relativa sicurezza da Lorenzo Viotti. Il giovane direttore italo-francese nato a Losanna in Svizzera ha messo in evidenza un passo teatrale riconoscibile e una resa del fraseggio vibrante con una certa cura dei colori. Sempre molto apprezzata la prestazione del  coro scaligero.