viernes, 31 de enero de 2020

Il matrimonio segreto –Teatro Regio Torino


Foto: Edoardo Piva
Renzo Bellardone
Per i melomani curiosi come me, è sempre importante, nel totale rispetto del libretto e della partitura, innovare ed attualizzare le ambientazioni di opere che …  triste a dirsi sono ormai un po’ polverose e nella versione originale, non attirerebbero certo un pubblico nuovo, indispensabile per il ricambio, per il bene dei teatri, per il bene della cultura e quindi della società.  L’opera compiuta da Pier Luigi Pizzi per la realizzazione di questo Matrimonio Segreto è per me encomiabile; con l’elegante colore bianco che contraddistingue la raffinatezza di Pizzi, spaccato dal metallo, dal giallo e dal rosso, ha realizzato tre ambienti comunicanti fra di loro che diventano un tutt’uno della scena. Ogni personaggio ha una sua porta da cui entrare, così com’è nelle abitazioni della realtà: ognuno ha la sua camera! Non è la prima volta che il Maestro si cimenta con l’ironico ed il comico, sfruttando appieno la sua vis comica. Imprime notevole movimento e non concede un attimo si tregua nell’azione; i costumi disegnati dallo stesso Pizzi sono vivaci e decisamente improntati a far divertite il pubblico. Caratterizza ogni personaggio dando una vera e propria personalità: Carolina, interpretata da Carolina Lippo con brio e verve non comuni è affettuosa e capricciosa: la sua interpretazione è brillante e dimostra un buon utilizzo dello strumento.
La sorella Elisetta incontra la buona vocalità, facile negli acuti ed una buona interpretazione di Eleonora Bellocci.  Il favoloso personaggio di Fidalma è affidato alla super star Monica Bacelli che avvezza ad ogni ruolo rende meravigliosamente  e comicamente il personaggio: circa la voce ogni commento è superfluo, in quanto anche in questo caso ha fornito una prova eccellente. Venendo alla parte maschile del cast ho ascoltato per la prima volta Alasdair Kent che nel ruolo di Paolino è risultato atletico, prestante, ma soprattutto ha esposto con finezza e chiarezza. Markus Werba ben conosciuto al pubblico torinese, ha ricoperto brillantemente il ruolo del conte Robinson con temperamento, bel colore ed il solito taglio elegante. IL personaggio comico per eccellenza dell’opera è Geronimo, affidato al collaudato Marco Filippo Romano che ha reso con brio, simpatia e vivacità esprimendo il solito tono possente e ben timbrato. L’orchestra del Teatro Regio ha dato il meglio di se sotto la bacchetta del giovane Nicolas Nägele che fin dall’inizio ha tenuto in pugno la partitura infondendo vigore, tempistica e soprattutto colori vivaci e brillanti.Apprezzabile la moderazione nell’utilizzo delle luci ed un plauso a Carlo Caputo, maestro al fortepiano. La Musica vince sempre.


lunes, 6 de enero de 2020

Tosca en el Teatro alla Scala de Milán


Foto: Brescia&Amisano - Teatro alla Scala

Massimo Viazzo

Después de la apreciada inauguración de la temporada pasada con Attila de Verdi, Davide Livermore fue nuevamente el centro de la apertura de este nuevo curso del 2019/20, con una Tosca de gran impacto visual y emotivo. Sin embargo, esto es lo que se esperaba del reconocido director escénico italiano que conoce perfectamente la música y que conoce como pocos la categoría teatral de la “maravilla”. En esta Tosca aparece todo lo que está previsto en el libreto, con ninguna lectura innovadora o irreverente.  Lo que sobrecoge es la capacidad de contar una reconocida historia con un despliegue de imponentes medios tecnológicos, como lo hace regularmente Livermore, con verdaderas y muy eficaces maquinas teatrales que permanecen siempre perfectamente al servicio de la partitura. Todo sobre el escenario de movía (capillas que giraban, cuadros que de repente cobraban vida a color, ángeles que acechaban desde diversas perspectivas) todo en armonía con la historia contada también con la amplificación de los significados con un uso virtuoso de la iluminación.  En ese sentido, fue memorable la entrada a la iglesia de Scarpia en el primer acto, con una cegadora luz que deslumbró y aturdió al público.  Riccardo Chailly concertó con habitual pericia, recuperando, como lo está haciendo regularmente en estos años en la Scala con las obras de Puccini, paginas borradas por el propio compositor después de las primeras representaciones absolutas.  Por ello, fue posible escuchar, entre lo demás, una frase suplementaria en el dueto del primer acto entre Mario y Tosca, un breve dialogo entre los dos al final de Vissi d’Arte, como también una parte a cappella en el Te Deum, y algunos compases de más al final de la ópera. Todo siempre muy interesante, y ejecutado con gran pasión y competencia por el director milanés que ya cuanta al propio Puccini como uno de sus compositores de eleccion.
El transporto teatral fue siempre ejemplar, como también la búsqueda de los timbres que no ha ido a menos (por ejemplo, escuchar el cincelado final en el pasaje sinfónico del tercer acto inmediatamente después de la intervención del joven pastor con las campanas romanas matutinas sirviendo de corolario).  Con un trio de solistas de canto tan preparados, la mesa estaba más que servida. Saioa Hernández, que remplazo a una indispuesta Anna Netrebko, personificó a la protagonista con impulso y abnegación.  Su voz lució solida en cada registro y el acento apropiado para una Tosca de carácter fuerte y entusiasta.  Francesco Meli personifico a Mario Cavaradossi con gran finura, alejado de los modos de los tenores que cantan la parte del pintor en un constante tutto forte. Meli supo modular su voz buscando la expresividad en cada frase, restituyendo así un Cavaradossi multifacético, un hombre creíble y enamorado, no solo un soberbio opositor político. Scarpia encontró en Luca Salsi una personificación ideal.  El barítono Emiliano, con su canto solido y arrogante, como también suave e insinuante, supo despertar emociones fuertes. Su presencia en escena fue verdaderamente carismática.  Un aplauso también para el temeroso Sacristan, cantado con voz consistente por Alfonso Antoniozzi, y al rufianesco Spoletta de Carlo Bosi. Finalmente, estuvo extraordinario el Coro del Teatro alla Scala dirigido por Bruno Casoni.

Tosca - Teatro alla Scala, Milano


Foto: Brescia&Amisano- Teatro alla Scala, Milano.

Massimo Viazzo

Davide Livermore, dopo l'apprezzata inaugurazione della scorsa stagione scaligera con Attila di Verdi, fa nuovamente centro all'apertura della nuova, 2019/20, con una Tosca di grande impatto visivo ed emotivo. D'altronde è questo che ci si aspetta dall'affermato regista italiano, che conosce perfettamente la musica e che conosce come pochi la categoria teatrale della “maraviglia”. In questa Tosca c'è tutto ciò che è previsto dal libretto, niente letture innovative o dissacranti. Quello che colpisce è la capacità di raccontare una storia arcinota con un dispiegamento di mezzi tecnologici imponente, come fa spesso Livermore, vere macchine teatrali efficacissime che però restano sempre perfettamente al servizio della partitura. Tutto sul palco si muove (cappelle che ruotano, quadri che improvvisamente prendono vita colorandosi, angeli che incombono da prospettive nuove...)  in armonia con la vicenda raccontata amplificandone i significati anche con un uso virtuosistico delle luci.  In tal senso memorabile l'entrata in chiesa di Scarpia alla fine del primo atto, con una luce accecante che abbaglia e stordisce il pubblico. Riccardo Chailly ha concertato con la solita perizia recuperando, come sta regolarmente facendo in questi anni alla Scala con i lavori pucciniani, pagine espunte dallo stesso Puccini dopo la prima rappresentazione assoluta. Quindi è stato possibile ascoltare, tra l'altro, una frase supplementare nel duetto del primo atto tra Mario e Tosca, anche un brevissimo dialogo a due al termine di Vissi d'Arte, pure una parte a cappella nel Te Deum, e qualche battuta in più nel Finale dell'opera. Tutto sempre molto interessante, eseguito con grande passione e competenza dal direttore d'orchestra milanese che annovera proprio Puccini tra i suoi compositori d'elezione. Il trasporto teatrale è stato esemplare, ma anche la ricerca timbrica non è venuta meno (sentire il fine cesello, ad esempio, nel brano sinfonico del terzo atto, subito dopo l'intervento del giovane pastorello, con le campane mattutine romane a far da corollario!). E con un trio di solisti di canto così preparati il gioco è fatto: Saioa Hernandez, subentrata ad una indisposta Anna Netrebko, ha impersonato la protagonista con slancio e abnegazione. La sua voce è parsa solida in ogni registro e l'accento appropriato per unaTosca volitiva e sanguigna. Francesco Meli ha impersonato Mario Cavaradossi con grande finezza. Lontano dai modi dei tenori che cantano la parte del pittore in un costante tutto forte, Meli ha saputo modulare la sua voce cercando espressività in ogni frase, restituendo così un Cavaradossi sfaccettato, credibile uomo innamorato e non solo fiero oppositore politico. Scarpia ha trovato in Luca Salsi una personificazione ideale. Il baritono emiliano con un canto solidissimo e spavaldo, ma anche mellifluo e insinuante, ha saputo destare emozioni forti. La sua presenza in scena è stata veramente carismatica. Un plauso anche al pavido Sagrestano cantato con voce corposa da Alfonso Antoniozzi e allo Spoletta ruffianesco di Carlo Bosi. Straordinario, infine, il Coro del Teatro alla Scala diretto da Bruno Casoni




Cendrillon de Pauline Viardot - Teatro Coccia di Novara


Credito fotografico: Finotti.

Renzo Bellardone

Crescita e progresso per esistere nella vera essenza del significato,devono fondarsi sulla preservazione del ricordo delle buone pratiche, anche a dispetto di chi (per fortuna pochi sciocchi) ridono e deridono sbeffeggianti tali comportamenti.

CENDRILLON – Teatro Coccia Novara – 22 dicembre 2019 Opérette de salon in tre atti Musica di Pauline Viardot Elaborazione musicale e orchestrazione Paola Magnanini Coro dell’Accademia AMO del Teatro Coccia Direttore Michelangelo Rossi Regia Teresa Gargano Costumi e scene Danilo Coppola Luci Ivan Pastrovicchio Elementi dell’Orchestra del Luglio Musicale Trapanese Personaggi e intepreti Le Baron de Pictordu Pasquale Greco Marie, detta Cendrillon Francesca Martini Armelinde Simona Di Capua Maguelonne Ilaria Alida Quilico La Fée Raffaella Di Caprio Le Prince Charmant Gianluca Moro Le Comte Barigoule Dario Sebastiano Pometti Coproduzione Fondazione Teatro Coccia con Ente Luglio Musicale Trapanese

A mio pensare è lodevole l’azione intrapresa dal Coccia di Novara, con un plauso alla direttrice Corinne Baroni ed a tutto lo staff, per la realizzazione dell’Accademia Amo del Teatro Coccia e per le varie opere di sensibilizzazione ed acculturamento del pubblico con la presentazione allo stesso (prima della rappresentazione) del lavoro compiuto attraverso la parola di regista, direttore d’orchestra e quanti hanno avuto un ruolo decisivo nella realizzazione. Cendrillon  è la rara opera scritta da Pauline Viardot, mezzosoprano, pianista, compositrice e maestra di canto che pur eclettica musicista non ebbe la fortuna della ben più celebre sorella Maria Malibran, pur vivendo a lungo ed anticipando i tempi influenzando parecchio negli ambienti musicali del XIX secolo. 
Cendrillon è una perla rilucente nel panorama del teatro musicale  scritta originalmente per sette cantanti e pianoforte, liberamente ispirata alla celebre fiaba di Cenerentola che alterna, secondo la struttura dell’opéra-comique, parti cantate e dialoghi parlati. I personaggi ed i ruoli ed anche certe arie …una volta c’era un re…, seppur qui diviene un principe, tradiscono lo stretto connubio con la Cenerentola rossiniana. In buca solo 9 strumenti diretti dal giovane Michelangelo Rossi che sa interagire avvedutamente con partitura ed il piccolo ensemble a disposizione dall’orchestra del Luglio Musicale trapanese  e fa ben emergere la gavotta, la barcarola come fosse musica facile e non apparentemente facile! La scrittura ha tutto il profumo ed il sapore francese e Paola Magnanini ha giocato con la scrittura iniziale ricreando sensibilmente un esempio di teatro da camera dando valore ad una partitura mai scritta, ottenendo un risultato gradevole e facile all’ascolto. Rispettosa la regia di Teresa Gargano in un allestimento classico con atteggiamenti contemporanei; i personaggi si muovono con agilità e freschezza pur in abiti di qualche secolo fa. Ho trovato divertente il gettare dalla finestra oggetti vari, dalla zucca ai topolini, che toccato il suolo e per la magia della Fée interpretata amabilmente da Raffaella di Caprio, diventano la carrozza, il cocchiere e così via. Le scene dell’attento Danilo Coppola sono molto semplici, ma curate ed apprezzate, come i costumi realizzati dallo stesso Coppola. Bravi Gianluca Moro nel Prince Charmant e Dario Sebastiano Pometti nel Comte Barigoule: buone voci e buone interpretazioni. Le due sorellastre Armenilde e Maguelonne sono rispettivamente interpretate da Simona di Capua e Ilaria Alida Quilico, abili caratteriste che nulla sacrificano al canto che viene reso divertente ed accattivante. Interessante Pasquale Greco in Le Baron de Pictordu. Bene per Francesca Martini in Marie detta Cendrillon che ha brillato nel ruolo del titolo. Le luci di Ivan Pastrovicchio sono misurate e quindi gradevoli: Veramente un’altra nota positiva per questo importante teatro di tradizione che è il Coccia di Novara; i cantanti giovani hanno dato il meglio ed anche tutto quanto sta intorno all’opera è apprezzabile! La Musica vince sempre.



Carmen - Teatro Regio di Torino

Foto: Teatro Regio di Torino

Renzo Bellardone

Bizet non avrebbe mai immaginato che con la sua ultima opera, peraltro non apprezzata alla Prima, stesse costruendo una pietra miliare, una linea di demarcazione nel mondo dell’Opera. Carmen è senza dubbio un capolavoro ed in questo periodo natalizio è stato un grande dono ed una grande fortuna aver potuto vivere l’emozione e la commozione che inevitabilmente scaturisce dalle meravigliose note di Bizet!
 
Sul libretto di presentazione delle opere in cartellone del Teatro Regio, alla pagina su Carmen, si legge che sia Nietzsche che Čajkovskij dopo aver ascoltato l’ultima composizione di Bizet ne rimasero affascinati ed il primo asserì che ‘ascoltando quel capolavoro si diventa noi stessi un capolavoro’ ed è esattamente la sensazione di stupore, affascinamento ipnotico, quello che si è vissuto al Regio in questa recita.  Si sa l’opera è tutto, ma qui c’è di più, a partire dalla misurata, accorta e sensibile direzione di Giacomo Sagripanti per la prima volta sul podio del Regio di Torino; direzione colta e davvero attenta alle sfumature ed alle evocazioni ora di furore e rabbia, ora di tenerezze ed accoratezza, insomma sa estrapolare tutti i sentimenti di cui la composizione è ricca e traslarli all’ascoltatore ipnotizzandolo. A proposito di ipnosi ottima ipnotizzatrice è  Martina Belli, di cui non si può che esaltarne l’interpretazione, Inconfutabilmente nel ruolo, sia per fisicità che vocalità e temperamento,  è rigorosa, volubile, sensuale, carnale e diventa tenera per ritrovare la crudeltà  tessendo un capolavoro interpretativo di altissimo livello.
 
Don Josè in questa versione è veramente il ragazzotto di paese che si porta appresso tutta la moralità  della allora cattolicissima Spagna e vive il retaggio dei limiti della provincia, ma che appena una donna sangue e passione lo invita, anzi lo incita all’amore carnale prima si perde in una infinità di titubanze per poi perde se stesso e tutto il suo trascorso. Peter Berger in Don Josè inizia non convincendo, ma man mano che la narrazione musicale si srotola diviene sempre più partecipativo ed anche vocalmente riflette un timbro migliore con buona estensione, dando in sostanza una prova apprezzata. Lo stesso vale anche per Andrei Kymach in Escamillo che dopo un’apparizione poco carismatica si è evoluto in caratterialità, esponendo un colore ed un timbro decisamente consoni al ruolo. L’innalzamento degli applausi al proscenio di Micaëla , ovvero Giuliana Gianfaldoni, ben evidenzia quanto il pubblico abbia amato il personaggio, ma ancor più l’interpretazione, accorata e virtuosistica trasportata sulle ali dell’amore. La scenografia di Jamie Vartan, che crea anche i bei costumi è decisamente moderna, ma al tempo stessa classica, con pareti mobili che laddove necessario focalizzano  cinematograficamente la scena, costringendo lo spettatore all’attenzione; belli i colori e l’evocazione della plaza de toros, piuttosto che la manifattura tabacchi che si vede nell’interno. 
 
La regia di Stephen Medcalf è particolare e seppur con rimandi a regie di Carmen già viste (ad esempio nel 2012 la regia di Calixto Bieito), resta innovativo per il gran movimento e la cura del dettaglio: Escamillo che si toglie la giacca per evocare la gestualità della corrida, oltre ai costanti movimenti ed azione sul palco mai statico. Quando i banditi sono sulla montagna  su una improvvisata pista di atterraggio segnata da bidoni con fiamme tremolanti, atterra l’aereo. Interessante da “Lillas Pastia” le danze erotiche coreografate da Maxine Braham   e l’intuizione che li tutto è possibile, nonostante Pastia invochi il rispetto delle regole. Il coro di voci bianche con Claudio Fenoglio maestro del coro è veramente importante e la regia ha fatto un gran lavoro di movimento; il coro adulti è diretto da Andrea Secchi e davvero l’insieme espone il canto con armonica poesia in un amalgama di colori e riflessi rilucenti.Tutti i personaggi in Carmen sono simboli ed oltre che cantare, incantano affascinano e predicono. Gli innumerevoli personaggi hanno incontrato validissimi interpreti che per dovere di sintesi applaudiamo in un unicum: Frasquita  interpretata da  Sarah Baratta applauditissima insieme a Alessandra della Croce in Mercédès; la coppia Il Dancaïre con Gabriel Alexander Wernick e Il Remendado  di Cristiano Olivieri è stata efficacissima, cosi come si può dire bravi a Moralès di Costantino Finucci,  Zuniga  di Gianluca Breda ed agli attori Aldo Dovo, Marcelli Spinetta e Giulio Cavallini rispettivamente in Lillas Pastia, Andrès e una guida. Simon Corder ha disegnato le  luci, riprese da John Bishop, con attenzione e misuratezza esaltante della narrazione; buona cooperazione di Nicole Figini assistente alle scene. La Musica vince sempre.


Suor Angelica - Cavalleria Rusticana / Teatro Coccia di Novara


Foto: Teatro Coccia di Novara

Renzo Bellardone

Il teatro è sempre un salotto buono ed accogliente, per trascorrere qualche momento di godimento di bellezza, di sogno e di realtà..Si il teatro è questo, oltre che essere la miglior valvola di sicurezza per sopravvivere alla banale o inutilmente complicata quotidianità.
 
SUOR ANGELICA Opera in un atto di Giovacchino Forzano musica di Giacomo Puccini Edizioni Casa Ricordi, Milano Suor Angelica  Elena Memoli Zia Principessa  Antonella Di Giacinto Badessa Lucrezia Venturiello Suora Zelatrice Elena Caccamo – Maestra delle novizie Eva Maria Ruggieri Suor Genovieffa Giulia De Blasis –Suor Osmina Veronica Niccolini Suor Dolcina Laura Esposito – Suora infermiera Veronica Senserini Prima novizia Valentina Saccone – Seconda novizia Laura Scapecchi Prima cercatrice Isabel Lombana Mariño –Seconda cercatrice Sofya Yuneeva Prima conversa Sabrina Sanza – Seconda conversa Galina Ovchinnikova  CAVALLERIA RUSTICANA Melodramma in un atto Llibretto di Giovanni Targioni-Tozzetti e Guido Menasci dall’omonima novella di Giovanni Verga musica di Pietro Mascagni Edizioni Casa Musicale Sonzogno di Piero Ostali, Milano Santuzza Marika Franchino Turiddu  Rosolino Claudio Cardile Alfio Matteo Jin Mamma Lucia Antonella Di Giacinto Lola Elena Memoli direttore Daniele Agiman regia Gianmaria Aliverta scene Francesco Bondì costumi Sara Marcucci luci  Elisabetta Campanelli Orchestra Filarmonica Pucciniana Coro Ars Lyrica Maestro del Coro Chiara Mariani Coro Voci bianche della Fondazione Teatro Goldoni e del Teatro Coccia Maestri del coro voci bianche Laura Brioli Nuovo allestimento. Coproduzione Teatro Goldoni Livorno, Teatro Coccia di Novara e Teatro Sociale di Rovigo

Il direttore d’orchestra del dittico rappresentato al teatro Coccia di Novara ovvero Suor Angelica e Cavalleria Rusticana  è Daniele Agiman, dal 1999 titolare della cattedra di Direzione d’Orchestra presso il Conservatorio Giuseppe Verdi di Milano e dal marzo 2007  Professore Onorario di Direzione d’Orchestra presso l’Università Kurashiki Sakuyo in Giappone. Sotto la sua bacchetta l’orchestra Filarmonica Pucciniana, ricca di molti volti giovani, reagisce con entusiasmo e vivacità; la musica è vibrante sia in Puccini che in Mascagni e raggiunge momenti di alta espressività e toccante emozione. Per dovere di osservatore, in Cavalleria ha tenuto dei tempi lunghissimi soprattutto al primo quadro e poi al brindisi ampliando la durata  complessiva di circa venti minuti e questo, a mio sentire di non musicista, ma melomane storico, non giova troppo all’apprezzamento dell’insieme. La regia affidata a Gianmaria Aliverta è tradizionale con elementi di forte congiunzione tra le due opereruhe in Cavalleria sfRtocia in scene baroccheggianti curate da Francesco Bondì. Il movimento c’è ed anche in Suor Angelica, che pochi spazi lascia all’invenzione (salvo riambientarla e decontestualizzarla),   alcune idee registiche di Aliverta hanno segnato la vicenda e creato belle immagini. Significative le flagellazioni con il rosario ed interessante poi il rapporto Lola, Turiddu. Soprattutto in Suor Angelica i costumi sono particolarmente apprezzati per il bianco decorato delle diverse suore, salvo il bianco integrale per Angelica. I cantanti li ho sentiti in questa occasione per la prima volta: Elena Memoli è prima Angelica e poi Lola ed in entrambi i ruoli espone una bella voce dai toni brillanti e significativi negli acuti. Antonella di Giacinto, favolosa zia Principessa ed accorata Mamma Lucia esprime carattere e colore brunito che imprimono forza, passione e vitalità ai personaggi. 
Santuzza viene interpretata da  Marika Franchino con bella elasticità e sicura emissione avvalorata da un timbro passionale e sensibile. I cori in entrambe le opere rivestono carattere di definizione e di ampiezza vocale e scenica: il Coro Ars Lyrica è diretto con vibrante rigore da Chiara Mariani e bel risultato ha dato anche il Coro Voci bianche della Fondazione Teatro Goldoni e del Teatro Coccia, curato da Laura BrioliA mio sentire le voci femminili hanno avuto maggior precisione e rilievo che non le voci maschili, seppur interpretazioni gradite ed applaudite. Turiddu  è interpretato da Rosolino Claudio Cardile che pur imprimendo maggior tempra, strada facendo, ha realizzato un Turiddu non eccessivamente passionale  e lo stesso vale per Matteo Jin che trasla Alfio senza tutto il sangue che scorre velocemente nelle vene, spinto dalle gelosia incontenibile e comprensibile. Le voci di entrambi comunque sono gradevoli e piacevolmente applaudite. Genericamente il canto ‘arriva bene’ e quindi un plauso va anche alle diverse interpreti delle suore, con una nota 


miércoles, 1 de enero de 2020