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Friday, January 31, 2020

Il matrimonio segreto –Teatro Regio Torino


Foto: Edoardo Piva
Renzo Bellardone
Per i melomani curiosi come me, è sempre importante, nel totale rispetto del libretto e della partitura, innovare ed attualizzare le ambientazioni di opere che …  triste a dirsi sono ormai un po’ polverose e nella versione originale, non attirerebbero certo un pubblico nuovo, indispensabile per il ricambio, per il bene dei teatri, per il bene della cultura e quindi della società.  L’opera compiuta da Pier Luigi Pizzi per la realizzazione di questo Matrimonio Segreto è per me encomiabile; con l’elegante colore bianco che contraddistingue la raffinatezza di Pizzi, spaccato dal metallo, dal giallo e dal rosso, ha realizzato tre ambienti comunicanti fra di loro che diventano un tutt’uno della scena. Ogni personaggio ha una sua porta da cui entrare, così com’è nelle abitazioni della realtà: ognuno ha la sua camera! Non è la prima volta che il Maestro si cimenta con l’ironico ed il comico, sfruttando appieno la sua vis comica. Imprime notevole movimento e non concede un attimo si tregua nell’azione; i costumi disegnati dallo stesso Pizzi sono vivaci e decisamente improntati a far divertite il pubblico. Caratterizza ogni personaggio dando una vera e propria personalità: Carolina, interpretata da Carolina Lippo con brio e verve non comuni è affettuosa e capricciosa: la sua interpretazione è brillante e dimostra un buon utilizzo dello strumento.
La sorella Elisetta incontra la buona vocalità, facile negli acuti ed una buona interpretazione di Eleonora Bellocci.  Il favoloso personaggio di Fidalma è affidato alla super star Monica Bacelli che avvezza ad ogni ruolo rende meravigliosamente  e comicamente il personaggio: circa la voce ogni commento è superfluo, in quanto anche in questo caso ha fornito una prova eccellente. Venendo alla parte maschile del cast ho ascoltato per la prima volta Alasdair Kent che nel ruolo di Paolino è risultato atletico, prestante, ma soprattutto ha esposto con finezza e chiarezza. Markus Werba ben conosciuto al pubblico torinese, ha ricoperto brillantemente il ruolo del conte Robinson con temperamento, bel colore ed il solito taglio elegante. IL personaggio comico per eccellenza dell’opera è Geronimo, affidato al collaudato Marco Filippo Romano che ha reso con brio, simpatia e vivacità esprimendo il solito tono possente e ben timbrato. L’orchestra del Teatro Regio ha dato il meglio di se sotto la bacchetta del giovane Nicolas Nägele che fin dall’inizio ha tenuto in pugno la partitura infondendo vigore, tempistica e soprattutto colori vivaci e brillanti.Apprezzabile la moderazione nell’utilizzo delle luci ed un plauso a Carlo Caputo, maestro al fortepiano. La Musica vince sempre.


Saturday, March 31, 2018

L'Orfeo di Monteverdi - Teatro Regio di Torino


Foto: Ramella&Gianesse - Teatro Regio di Torino

Renzo Bellardone

Rappresentata in occasione del carnevale mantovano del 1607, ancora oggi è estremamente piacevole vivere il racconto di Orfeo che per amore segue l’amata Euridice all’Inferno, in una sorta di favolistica mitologia. La Musica è eterna e come canta nel prologo di Orfeo “Io la Musica son, ch’a i dolci accenti so far tranquillo ogni turbato core, et hor di nobil ira et hor d’amore, posso infiammare le più gelate menti.” Poco importa essere certi del fatto che l’Orfeo di Monteverdi sia realmente stata la prima composizione operistica o se antecedenti potrebbero averne il merito; in ogni caso è da quel 24 febbraio del 1607, data della prima rappresentazione a Palazzo Ducale di Mantova che l’ardita opera viene rappresentata abitualmente nei teatri d’opera ed in tutto il mondo viene ancora molto apprezzata. (Interessante in proposito il commento di Marco Leo in apertura del libretto di Sala dedicato). La narrazione si svolge dai campi della Tracia e poi nell'Oltretomba; l’opera inizia con una toccata  strumentale ricca di fioritura di trombe e ritmati tamburi che  precedono  l'entrata della Musica, rappresentante lo "spirito della musica", che canta il celeberrimo prologo, anteprima della sua stessa esaltazione: La Musica invita all’ascolto e poi enuncia le sue abilità e talenti ….”so far tranquillo ogni turbato core” (facendo da subito apprezzare il libretto di Alessandro Striggio. La messa in scena torinese è particolare, seppur non innovativa, ma lascia qualche punto di domanda sulle scelte scenografiche: se i prati fioriti sono deliziosamente primaverili e le cupe scene agl’Inferi turbano, risulta di meno facile   comprensione  l’installazione di enormi pannelli che, con una impennata di fantasia, forse ricordano il Palazzo della Prima; anche per i costumi si è avuto lo stesso atteggiamento, per le diverse epocalizzazioni  e  contestualizzazioni. 
Trovate poco utilizzate le luci, mentre rilevata la  grande efficacia  della scena con la barca di Caronte. Il Maestro Antonio Florio, attento ricercatore e profondo conoscitore del repertorio barocco oltre che fondatore della Cappella della Pietà dei Turchini è apprezzato  anche in questa occasione per l’ampio e significativo gesto, di lettura immediata e con risultati interessanti di scavo ed esaltazione. La regia di Alessio Pizzech è piacevole ed attenta al risultato d’insieme, coadiuvato dalle contemporanee ed audaci coreografie di Isa Traversi che fa simulare amori saffici ed amori senza inibizioni – un plauso sincero alle ballerine ed ai ballerini. Il cast è certamente di livello e consono al repertorio a partire da Roberta Invernizzi, grande interprete dell’epoca barocca, la quale nel ruolo della Musica entra in scena per il celebre prologo, dove esprime immediatamente le sue doti con timbricità e gradevolezza. Euridice viene interpretata da Francesca Boncompagni fresca e squillante; Monica Bacelli con bei colori e sicurezza interpretativa è La Messaggera che porta ad Orfeo la triste notizia della morte di Euridice e poi La Speranza. Luigi De Donato è un superbo Caronte che arriva a traghettare le anime su una barca stilizzata (che oserei definire opera d’arte contemporanea e di grande efficacia scenica), trainata o spinta dagli aiutanti del traghettatore che recuperano le anime e le caricano e scaricano dalla barca; per tornare a De Donato va rimarcata la potente emissione con colore molto scuro dai toni profondi e minacciosi. Parimenti Plutone trova in Luca Tittolo un impareggiabile interprete che sfodera una voce  profonda e ricca di autorevolezza. I vari interpreti dei pastori, spiriti e ninfe, come predetto sono davvero bravi ed interessanti,  riservando un accento per Fernando Guimaraes. Ed ora veniamo a quella che per me è stata una rivelazione: Mauro Borgioni che in Orfeo, esprime una notevole cifra interpretativa sotto ogni punti di vista: sia in quanto attore, che cantante, dove affascina per calore e passione  grazie alla gradevolezza della voce con toni e colori di ricchezze ambrate, solcate da sfumature ramate. Sa stare in scena e sa utilizzare al meglio lo strumento voce permeandola di rotondità e di forte espressività. Il Coro, grandemente presente in Orfeo, è sempre molto apprezzato anche sotto la nuova direzione del Maestro Andrea Secchi.  La Musica vince sempre.



Saturday, December 9, 2017

Falstaff - Teatro Regio di Torino

Foto: Ramella&Giannese

Renzo Bellardone

Per introdurre alla lettura del commento al Falstaff andato in scena al Teatro Regio di Torino, credo che nulla sia più efficace delle ultime battute del libretto di Arrigo Boito, lietamente condiviso da un Verdi ormai al suo ultimo capolavoro, che sigilla la fine della sua scrittura con una ironica risata : “Tutto il mondo è burla, L’uom è nato burlone, nel suo cervello ciurla sempre la sua ragione. Tutti gabbati! Irride l’un l’altro ogni mortal, ma ride ben chi ride la risata final… Tutti gabbati! ah!ah!ah! tutti gabbati!”

’amore di Verdi per Shakespeare, dopo le frequentazioni in Macbeth e Otello,  raggiunge la somma vetta quando oramai anziano si prende il tempo, senza gli assilli imposti dalle commissioni,  per dedicarsi a Falstaff ed alle Allegri comari di Windsor; da questo diletto scaturisce una lieta scrittura che ironicamente asseconda le vicende in burla e dove le foreste non son più minacciosamente avanzanti come quella di Birnam in Macbeth, ma racchiudono elfi,  folletti e fate che si divertono a spaventare un impaurito Falstaff.

L’allestimento proposto dal Regio di Torino e firmato da Daniele Abbado alla regia e Graziano Gregori alle scene riflette un po’ l’influenza dell’ultima Tosca dove l’impianto scenico già era una pedana rotonda, che nel caso di Falstaff  raccoglie però la modernità, citando una ridente emoticon che si evidenza quando la linea curva in basso  (la bocca) si illumina e le due botole laterali si sollevano quasi ad indicare gli occhi….

Regia contemporanea che non rifugge rimandi classici ed impianto scenico pressoché fisso, salvo il sipario rosso che delimita le scene e gli arredi sospesi in aria, calati solo all’occorrenza. Buoni i tagli di luce di Luigi Saccomandi e scelte tra il moderno ed il classicheggiante per i costumi di Carla Teti. Il coro seppur con breve intervento risulta sempre rilevante sotto la direzione di Claudio Fenoglio.

Il giorno 19 la recita prevedeva la voce chiara e possentemente timbrata di Carlos Alvarez  per realizzare sir John Fastaff, mentre Tommi Hakala ha sfoderato un fraseggio chiaro ed un tono importante per dar vita a Ford, mentre Francesco Marsiglia ha interpretato Fenton con un tratto quasi poetico della voce ben calibrata e morbida. Il soprano Erika Grimaldi è risultata ottima Alice Ford con la ben nota voce limpida e facile nei passaggi che incanta sempre il pubblico; Valentina Farcas  ben esprime il carattere della giovane Nannetta, mentre Sonia Prina, seppur indisposta, ha affrontato con piglio e sicurezza Mrs Quickly e Monica Bacelli ha sottolineato Mrs. Meg Page.

Come Sonia Prina anche Andrea Giovannini ottimo caratterista e buon interprete di Dottor Cajus era presente ad entrambe le recite insieme a Patrizio Saudelli, comicissimo Bardolfo, e Deyan Vatchkov prestante Pistola. Gli altri interpreti della recita del 18 novembre sono stati Carlo Lepore che con emissione ed interpretazione del tutto naturali ha dato vita a Falstaff, Simone del Savio a Ford ed il giovane Ivan Ayon Rivas ad un dinamico Fenton.  Rocio Ignacio ha interpretato con fresca voce Alice Ford e Clarissa Leonardi con limpidezza ha cantato Mrs Meg Page e Damiana Mizzi decisamente agile e facile negli acuti ha interpretato Nannetta.


La direzione di Donato Renzetti è risultata equilibrata ed attenta e tra una cesta nel fiume, un fuoco ad asciugare i mutandoni di Falstaff, ninfe e Cacciator Nero nella foresta a mezzanotte si snoda la brillante vicenda di corna mancate e gelosie assurde. Musicalmente la scrittura è molto vivace ed i fil rouge musicali qui assurgono a puro divertissment “..dalle due alle tre….”, “ bocca baciata non perde ventura…anzi rinnova come fa la luna…” .La Musica vince sempre.

Monday, November 28, 2016

L’Incoronazione di Poppea - Teatro alla Scala

Monica Bacelli
Foto: Jensch - Teatro alla Scala

Ramón Jacques

Un anno dopo aver concluso la trilogía monteverdiana con L’Incoronazione di Poppea, che contava sulla realizzazione scenica di Robert Wilson, il Teatro alla Scala ha programmato nuevamente la stessa opera in tre atti. Lo spettacolo di Wilson è stato visivamente elegante e sobrio, collocato in un tempo indeterminato, con minimi movimenti scenici, come un albero o una colonna demolita, costumi eleganti, ma soprattutto una intensa e variegata illuminazione blu e bianca sul fondale La maniera di usare le luci e il senso magistrale dell’utilizzo dello spazio hanno stimolato i sensi dello spettatore. Tuttavia, i movimenti lenti e senza fretta dei cantanti caricati da simbolismi hanno impedito uno svolgimento drammatico e attoriale più chiaro dei personaggi, facendo sì che il prologo e il primo atto sono stati poco fluidi. Scenicamente, dopo l’intervallo si è vista più azione in scena. Ha inciso, anche, la direzione d’orchestra di Rinaldo Alessandrini, che davanti all’Orchestra della Scala, rinforzata con i musicisti del Concerto Italiano, ha offerto una lettura piatta e carente di finezza. In termini generali l’orchestrazione È suonata rigida, aspra E in alcuni momento carente di dinámica.  Vocalmente il cast di specialisti dello stile ha offerto una prova superlativa  a cominciare dalla affascinante e in evidenza Poppea di Carmela Remigio che esprimeva sua classe in scena, eccellendo con il suo timbro brillante e nítido, e chiarezza di emissione e dizione. Come Nerone, il tenore Leonardo Cortellazzi, è piaciuto con il suo timbro attrante e pieno di musicalità. Ottavia era la sperimentata Monica Bacelli, una interprete ideale del violento ed impetuoso personaggio, vocalmente precisa. Da parte sua, Sara Mingardo,  ha dato vita ad  un fragile e dispiaciuto Ottone, con timbro soave e profondo. È risaltata la convinzione e la forza scenica e vocale che Andrea Concetti ha impresso nel personaggio di Seneca. Dal lungo elenco del cast si può notare anche la spudorata Drusilla di Maria Celeng, l’Amore di Silvia Frigato e il Mercurio di Luigi De Donato, la Nutrice di Giuseppe de Vittorio, specialista nei ruoli en travesti, o la Damigella di Monica Piccinini. Non si può dimenticare la presenza di Furio Zanasi, una autorità nel recitar cantando monteverdiano, che sebbene in questa occasione ha interpretato tre brevi ruoli, è pur sempre considerato come il miglior interprete di Orfeo e Ulisse. Come dato anedottico, risulta sorprendente che uno spettacolo di questo livello non abbia interessato molto il pubblico milanese essendo rimasti in teatro molti posti vuoti



Sunday, November 27, 2016

L’Incoronazione di Poppea de Monteverdi en el Teatro alla Scala de Milán.

Carmela Remigio - Poppea
Foto:  Peralta  Teatro alla Scala

Ramón Jacques

Apenas un año después de haber concluido la trilogía de Monterverdi con L’Incoronazione di Poppea, que contó con la concepción escénica de Robert Wilson, el Teatro alla Scala programó una vez mas esta ópera seria en tres actos. El espectáculo de Wilson fue visualmente elegante y sobrio, situado en un tiempo indeterminado, con mínimos elementos sobre la escena, como unos árboles o los restos de una columna derruida, elegantes vestuarios, pero sobre todo por la intensa y abigarrada iluminación azul y blanca al fondo del escenario. Su manejo de las de las luces y su magistral sentido del espacio estimulan los sentidos del espectador. Sin embargo, los movimientos lentos y pausados de los cantantes cargados de simbolismos impidieron un desarrollo dramático y actoral más claro de los personajes, haciendo que el prologo y el primer acto fueran poco fluidos. Escénicamente, y después del intermedio, se vio mayor actuación en la escena. Incidió, también, la conducción poco refinada de Rinaldo Alessandrini, quien al frente de la Orquesta del Teatro alla Scala, reforzada con músicos de su orquesta Concerto Italiano, ofreció una lectura plana y carente de sutileza y pianos. En términos generales la orquestación sonó rígida, áspera y por momentos carente de dinámica. Vocalmente el elenco de especialistas en el estilo ofreció un desempeño superlativo comenzando con la fascinante y distinguida Poppea de Carmela Remigio quien derrochó su clase sobre la escena, sobresaliendo con su brillante y nítido timbre, y la claridad en su emisión y dicción. Como Nerone, el tenor Leonardo Cortellazzi agradó con un timbre atractivo y cargado de musicalidad. Ottavia tuvo en la experimentada Monica Bacelli una intérprete ideal del violento e impetuoso personaje, y estuvo vocalmente precisa. Por su parte, Sara Mingardo dio vida a un frágil y apesadumbrado Ottone, con un timbre suave y profundo. Resaltó la convicción y fuerza escénica y vocal que Andrea Concetti imprimió al personaje de Seneca. Del extenso elenco se puede resaltar también la descarada Drusilla de María Celeng, el Amore de Silvia Frigato, el Mercurio de Luigi De Donato, la Nutrice de Giuseppe de Vittorio, especialista en los roles en travesti, o la refinada Damigella de Monica Piccinini. No se puede obviar la presencia del barítono Furio Zanasi, una autoridad en el recitar cantando monteverdiano, quien a pesar de interpretar tres breves papeles en esta ocasión, es reconocido como el mejor intérprete de Orfeo y Ulises. Como dato anecdótico, resulta sorprendente que un espectáculo de este calibre no agrade tanto al público de la Scala y eso se vea reflejado en una gran cantidad de butacas vacías. 

Monday, February 23, 2015

La Coronación de Popea en el Teatro alla Scala de Milán

Foto: Lucie Jansch

Massimo Viazzo

Con la Coronación de Poppea concluyó la trilogía monteverdiana que le fue confiada la pareja de Rinaldo Alessandrini y Robert Wilson, y que fue programada desde la gestión anterior del Teatro alla Scala, es decir, la del ex sobreintendente Stéphane Lissner. Es verdad que se han tardado cinco años y medio para llevarla a su término, pero a la luz del resultado final se puede afirmar que valió la pena.  El extremo cuidado de la realización musical, por parte de la Orquesta del Teatro alla Scala, reforzada para la ocasión por elementos del Concerto Italiano (para el bajo continuo) se notó también en este último espectáculo. Alessandrini abandonó los fáciles hedonismos sonoros y la rítmica que guiña a la música étnica, prefiriendo incidir con una exposición concisa y con una severidad expresiva que en ocasiones podía llegó a ser árida. Visualmente el espectáculo firmado por Wilson fue elegante y sobrio, ambientado en un lugar abstracto delimitada por un fondo retro iluminado, algunas paredes móviles, y con pocos elementos escénicos fue guiado por un manejo magistral de la luz. La poética del director estadounidense llegó con su más álgida pureza, la que aspira a envolver al espectador al más alto nivel mental y emotivo.  La pareja de protagonistas no desilusionó con Miah Persson que encarnó una seductora Poppea que cantó con buena dicción y timbre suave, mientras que Leonardo Cortellazzi (Alessandrini decidió confiar el papel de Nerone a una voz tenoril) con una personalidad vocal no tan desbordante logró entrar con eficacia dentro de los pliegues del carácter del emperador romano. De gran impacto emotivo fue la prueba de Monica Bacelli quien vistió el papel de una turbada y enfada Ottavia, mientras que más doliente y afligido estuvo el Ottone de Sara Mingardo. Andrea Concetti supo interpretar un sobresaliente Seneca aunque a su voz le careció de resonancia profunda en el registro grave. Maria Celeng fue una Drusilla desenvuelta y extrovertida. Todo el elenco en general mostró conocer el estilo de Monteverdi y muchos papeles secundarios se mostraron muy bien “a fuoco”, con una mención de excelencia para Furio Zanasi (el mejor Orfeo y el mejor Ulises de los últimos años) que aquí interpretó tres papeles. Escucharlo fue todo un placer ya que su modo de realizar el recitar cantando es un ejemplo para todos.

Sunday, February 22, 2015

L’Incoronazione di Poppea - Teatro alla Scala, Milano

Foto:  Lucie Jansch

Massimo Viazzo

Con L’Incoronazione di Poppea si conclude la trilogia monteverdiana affidata all’accoppiata Rinaldo Alessandrini/Bob Wilson e messa in programma ancora dalla gestione precedente del Teatro alla Scala, e cioè dall’ex sovrintendente Stéphane Lissner. E’ vero che si sono impiegati ben cinque anno e mezzo per portarla a termine, ma alla luce del risultato finale si può affermare che ne sia valsa la pena. L’estrema cura della realizzazione musicale, affidata all’Orchestra del Teatro alla Scala rimpolpata per l’occasione da elementi del Concerto Italiano (per la realizzazione del basso continuo), si è notata anche in quest’ultimo spettacolo. Alessandrini bandisce anche qui i facili edonismi sonori e le ritmiche che ammiccano alla musica etnica preferendo una stringatezza nell’incedere e una severità espressiva che a volte poteva anche essere scambiata per aridità. Visivamente lo spettacolo firmato da Wilson è elegante e sobrio, ambientato in un luogo astratto delimitato da un fondale retroilluminato, qualche parete mobile, con pochissimi elementi scenici, e governato da un uso magistrale delle luci. La poetica del regista americano viene fuori in tutta la sua più algida purezza, una poetica che aspira ad un coinvolgimento dello spettatore più a livello mentale che emotivo.  La coppia dei protagonisti non ha deluso: Miah Persson ha incarnato una seducente Poppea cantando con buona dizione e timbrica soave, mentre Leonardo Cortellazzi (Alessandrini ha deciso di affidare il ruolo di Nerone ad una voce tenorile) pur con una personalità vocale non debordante è riuscito ad entrare con efficacia tra le pieghe caratteriali  dell’imperatore romano. Di grande impatto emotivo,poi, la prova di Monica Bacelli che ha vestito i panni di un’Ottavia turbata e adirata, mentre più dolente e afflitto è stato l’Ottone di Sara Mingardo. Andrea Concetti ha saputo interpretare un Seneca autorevole pur mancando la sua voce di risonanze profonde nel registro più grave, mentre Maria Celeng è stata una Drusilla spigliata ed estroversa. Tutto il cast ha mostrato nel complesso di conoscere lo stile monteverdiano. Molte le parti di fianco tutte molto ben a fuoco, con una nota di eccellenza per Furio Zanasi (il miglior  Orfeo e il miglior Ulisse degli ultimi anni) qui impegnato in tre ruoli. Ascoltarlo è stato un piacere: il suo modo di realizzare il recitar cantando resta ancora un esempio per tutti.

Thursday, September 29, 2011

Il Ritorno di Ulisse in Patria en la versión de Robert Wilson en el Teatro alla Scala de Milán

Foto:  Furio Zanasi -Teatro alla Scala Milan credit: Lucie Jansch
Massimo Viazzo

El segundo capitulo de la trilogía monteverdiana con marca de Robert Wilson, que llegó al Teatro alla Scala en línea con la actual temporada, confirmó sustancialmente las impresiones no completamente positivas que suscitó L’Orfeo hace un par de temporadas, con respecto a ser un espectáculo indudablemente elegante y sugestivo desde su perspectiva visual. Una escena esencialmente vacía caracterizada por pocos elementos geométricos e iluminada con luces frías que colocan inmediatamente al espectador en el mundo irreal y onírico típico del director estadounidense. Los movimientos fueron lentos y la importancia de los gestos efectuados con las manos fueron fundamentales, pero la acción dramática estuvo prácticamente ausente. Todo se desarrollo en un clima de abstracción e ilusión con personajes casi aprisionados en sus vestuarios y que vivían la obra solo internamente. Pero Il Ritorno di Ulisse in Patria es una opera de “carne y sangre”, de grandes emociones, y de escenas teatralmente potentes, como por ejemplo le escena de la “prueba del arco que aquí pareció ser verdaderamente estilizada. Por fortuna, se pensó en un elenco de altísimo nivel para avivar al publico scaligero, que no esta muy acostumbrado a este repertorio. Furio Zanasi personificó un Ulises de antología, cantado divinamente, y con un cuidado extremo de la dicción y del fraseo. Con el, cada palabra y cada frase parecieron adquirir nueva musicalidad: ¡es un verdadero maestro del arte del recitar cantando! Sara Mingardo fue una sobresaliente Penélope, afligida y conmovida, de timbre bronceado, emisión homogénea y fiero acento. Todos los demás estuvieron muy apreciables: como la fascinante Melanto de Monica Bacelli, la materna Ericlea de Marianna Pizzolato, el comunicativo Eumete de Luca Dordolo, el amenazante Nettuno de Luigi di Donato, el solido Telemaco de Leonardo Cortelazzi, le extrovertida Minerva de Anna Maria Panzarella. Rinaldo Alessandrini guió a su óptimo Concerto Italiano con gran coherencia estilística, plasmando un bajo continuo no redundante pero de rara fuerza expresiva.

Il Ritorno di Ulisse in Patria - Teatro Alla Scala di Milano

Foto: Teatro alla Scala Milan credit: Lucie Jansch

Massimo Viazzo

Il secondo capitolo della trilogia monteverdiana targato Robert Wilson, approdato al Teatro alla Scala in coda all’attuale stagione, ha sostanzialmente confermato le impressioni non completamente positive suscitate da L’Orfeo un paio di stagioni fa, a fronte di uno spettacolo indubbiamente elegante e suggestivo dal punto di vista visivo. Una scena sostanzialmente vuota caratterizzata da pochi elementi geometrici e illuminata da luci fredde, immette subito lo spettatore nel mondo irreale ed onirico tipico del regista americano. I movimenti sono lenti, l’importanza dei gesti effettuati con le mani diventa basilare, e l’azione drammatica è praticamente assente. Tutto si svolge in una clima di astrattezza ed illusione con i personaggi quasi imprigionati nei loro costumi a vivere la vicenda solo interiormente. Ma Il Ritorno di Ulisse in Patria è un’opera di “carne e sangue”, di grandi emozioni, e anche di scene teatralmente potenti, come ad esempio la scena della “prova dell’arco”, parsa qui veramente troppo stilizzata. Per fortuna ci ha pensato un cast di altissimo livello a scaldare il pubblico scaligero, non proprio abituato a questo repertorio. Furio Zanasi ha impersonato un Ulisse da antologia, cantato divinamente, con una cura estrema della dizione e del fraseggio. Con lui ogni parola, ogni frase sembrano acquistare musicalità nuova: un vero maestro nell’arte del recitar cantando! Sara Mingardo è stata una superba Penelope, dolente e commossa, di timbro brunito, di  emissione omogenea e di accento fiero. Tutti apprezzabili gli altri: la fascinosa Melanto di Monica Bacelli, la materna Ericlea di Marianna Pizzolato, il comunicativo Eumete di Luca Dordolo, il tonante Nettuno di Luigi di Donato, il solido Telemaco di Leonardo Cortellazzi, la estroversa Minerva di Anna Maria Panzarella. Rinaldo Alessandrini ha guidato l’ottimo Concerto Italiano con grande coerenza stilistica, plasmando un basso continuo non ridondante, ma di rara forza espressiva.

Thursday, September 10, 2009

Les Contes d'Hoffmann (cast 1) - Teatro Regio di Torino

Fotos: Arturo Chacón-Cruz (Hoffmann) y Désirée Rancatore (Olympia)
Credito : Ramella & Giannese © Fondazione Teatro Regio di Torino


Ramón Jacques

El Teatro Regio de Turín, presentó la obra póstuma de Offenbach, que fue representada con la realización escénica, coproducida entre los teatros: Théâtre du Capitole de Toulouse, la Opera de Tel Aviv y el Teatro Real de Madrid. La escenografía de Ezio Frigerio unió los diferentes actos en el mismo lugar geográfico, en un tiempo a principios del siglo XX, y la acción se desarrolló dentro de una estructura metálica, de estilo arquitectónico como el el de la torre Eiffel de Paris, o el Crystal Palace de Londres. Lo cierto, es que evocó la invención mecánica y la cultura del hierro de la época, encajando con el mundo mágico, y la visión desordenada de la opera. La escenografía, no cambia en los actos, y solo se agregaron algunos elementos para diferenciar las escenas, como la orquesta mecánica en el acto de Antonia, o una locomotora en el segundo acto. La obra se complementó con trajes misteriosos, irreales y cercanos a la pintura de Francesca Squarciapino, dando a la escena un carácter real y misterioso. La dirección de Nicolas Joel, fue directa, sin alteraciones, y exaltando la jocosidad y el dramatismo en lo posible. La dirección musical fue de Emmanuel Villaume, con resultado óptimo, y lectura entusiasta y dinámica. El coro jugó un papel importante en la función. Como Hoffmann, el tenor mexicano Arturo Chacón-Cruz, caracterizó un juvenil personaje, atrevido en la manera segura de afrontar el papel. Su voz es de tonalidad clara y de agradable y colorido timbre, que manejo con adecuada proyección y dicción francesa. Como los cuatros personajes maléficos, el baritono Alfonso Antoniozzi, fue un actor vivo y lleno de energía que cantó correctamente. La soprano Désirée Rancatore, recreó su conocida caracterización de Olympia, deliciosa, vocalmente ágil, y siempre en tono con sobreagudos generosos. Rafaella Angeletti otorgó al papel de Antonia calor y emoción, y Nino Surguladze fue un correcto Nicklausse en lo vocal, pero en lo actoral, de poca gracia. La mezzosoprano Mónica Bacelli dio vida al personaje de Giulietta con voz expresiva que la llevó a cantar los momentos intensos, dramáticos, y ligeros de su personaje con acierto.