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Monday, September 28, 2009

Madama Butterfly- Sferisterio Opera Festival, Macerata


Foto: Raffaella Angeletti (Cio Cio San), Massimiliano Pisapia (Pinkerton)
Credito: Alfredo Tabocchini

Giosetta Guerra

Per Butterfly Pier Luigi Pizzi (regia, scene e costumi) piazza al centro del palcoscenico dell'Arena un'elegante casetta bianca con vetrages scorrevoli, circondata da una fence e un unico alberello fiorito in un lato del giardino che viene poi arricchito con vasi di giunchiglie per il matrimonio. Sfilate di persone lungo il palcoscenico (marinai in divisa bianca, giapponesine con magnifici chimoni di raso color pastello) e la distribuzione del coro ai due lati della casetta ampliano la visione e creano magnifiche scene d’insieme, tipiche di Pizzi, nel contempo fanno da contraltare all’intimità della vita privata di Cio-Cio-San e della sua fedele Suzuki, entrambe con la faccia dipinta di bianco, che si svolge prevalentemente davanti alla casa, dove sono delle sedie per le scene di conversazione. L'allestimento vede una trasposizione agli anni 1920, ben indentificabile in particolare per la componente occidentale. Gli uomini americani fumano tutti. In palcoscenico i movimenti sono dosati e lenti, le due donne si muovono a piccoli passettini; nel duetto della prima notte d’amore le movenze dei due amanti che entrano in casa, impalpabili come le ali di una farfalla, quasi un rallenty, e il graduale abbassarsi delle luci conferiscono alla scena un alone di alto romanticismo. Fantastica l’idea di far eseguire il coro a bocca chiusa in modo totalmente nuovo: i coristi col capo coperto di un velo cantano sfilando lentamente in fila indiana da un lato all’altro in fondo al palcoscenico, accarezzato da una poetica mezza luce, che illumina l’interno della casetta; niente staticità, quindi, come siamo abituati a vedere, e in più in questa scena c’è anche un balletto. Coreografia di Roberto Pizzuto, disegno luci di Sergio Rossi. La scena molto forte del finale dell’opera vuol proprio lasciare il segno: Cio-Cio-San fa carachiri di spalle e, siccome il carachiri è permesso solo agli uomini e non alle donne, che devono invece trafiggersi al collo, Suzuki toglie la lama di mano a Cio-Cio-San e le trapassa il collo: raccapricciante ma realistico, non si era visto mai. Daniele Callegari debutta nella direzione di Madama Butterfly; sotto la sua guida la Fondazione Orchestra Regionale delle Marche esegue con grande sensibilità una partitura di grandissimo spessore sinfonico dove Puccini elabora una tavolozza di colori ineguagliabile appartenente più al repertorio sinfonico che lirico e fa emergere i sentimenti ed i colori estremamente importanti per la resa della tinta pucciniana (magia e delicatezza per i momenti d’amore e di speranza, fili di seta per il coro a bocca chiusa, funeree e cupe sensazioni all’arrivo di Kate). Molto bravo e partecipe è il coro Lirico Marchigiano “V. Bellini”, diretto da David Crescenzi. Raffaella Angeletti (Cio-Cio-San in bianco) è un’interprete di prestigio: soprano dotato di bel corpo vocale e di spessore, ha un corretto modo di porgere, è capace di ammorbidire il canto e di usare la messa di voce con filati che si ingrandiscono e si riempiono d’intensità espandendosi nell’acuto; il suono corre in arena anche nel canto a mezza voce, dolcissima è la linea di canto, sostenuta da un’orchestra sensibilissima. Nella pagina solistica “Un bel dì vedremo” fa un bell’attacco con un fil di voce, lo spessore nel registro grave è buono, ma i fiati non sono molto lunghi e gli acuti un po’ gridati. Anche nell’aria finale “Tu, tu piccolo iddio” dedicata al figlio la voce è troppo gridata. Brava interprete risulta Annunziata Vestri (Suzuki con un chimono rosa antico), un mezzosoprano dalla bella voce di colore scuro e pasta morbida. Il tenore Massimiliano Pisapia (Pinkerton vestito di bianco) ha un bel getto di voce, linea di canto pulita, canto in maschera, dizione chiara, bello squillo, voce luminosa ed estesa nello spiegamento dell’acuto, ma quando canta di forza la voce ondeggia (“Addio fiorito asil”). Alto, slanciato, distinto, Claudio Sgura, (Sharpless in abito grigio) è una bella figura, dotato di bella voce baritonale che si espande nell’acuto in modo deciso e luminoso, dipana con morbidezza una buona linea melodica, ma a volte il canto è un po’ chiuso. A completamento del cast: Thomas Morris (tenore vocalmente e scenicamente sciolto per Goro vestito di nero), Enrico Cossutta (Principe Yamadori), Enrico Iori (voce sonora per Lo Zio Bonzo arrabbiato), Antonio Maria Golini (Yakusidé), Matteo Ferrara (Il Commissario Imperiale), Alessandro Pucci (L'Ufficiale del Registro), Mirela Cisman (La Madre), Maria Elena Marinangeli (La Cugina), Roberta Carota (La Zia). Nino Batatunashvili (Kate Pinkerton). Uno spettacolo bello da vedere e da ascoltare, senza tante cianfrusaglie, dove domina Puccini.

VERSIÓN EN ESPAÑOL

Para Madama Butterfly, Pier Luigi Pizzi (dirección escénica, escenografía y vestuario) colocó una plaza en el centro del escenario de la Arena y una elegante casita blanca con vitrales corredizos y rodeada de una cerca un solo árbol a un lado del jardín que fue enriquecido con vasijas para el matrimonio. Filas de personas a lo largo de escenario, marineros en blanco, y japoneses con magníficos quimonos y la colocación del coro a los dos lados de la casita ampliaron la visión y crearon magnificas escenas en conjunto, típicas de Pizzi sin alterar la intimidad de la vida privada de Cio Cio San y de su fiel Suzuki, ambas con las caras pintadas de blanco. La realización escénica fue trasladada al año 1920, bien identificable en particular por su componente occidental. Los hombres americanos fumaban todos. En escena los movimientos fueron dosificados y lentos, las dos mujeres se movieron con pequeños pasos; en el dueto de la primera noche de amor el movimiento de los dos amantes que entran a la casa, impalpable como las alas de una mariposa y la gradual disminución de las luces confirieron a la escena un halo de alto romanticismo. Fantástica fue la idea de hacer ejecutar el coro a boca cerrada en modo totalmente nuevo. Con la cabeza cubierta por un velo los coristas cantaron desfilando lentamente en fila india de un lado al otro del escenario y una poética media luz iluminaba la casita, nada de estatismo, como estamos habituados a ver, y además en esta escena hubo un ballet. La coreografía fue de Roberto Pizzuto y el diseño de luces de Sergio Rossi. Daniele Callegari debutó en la dirección de Madama Buttefly, bajo su guía la Fondazione Orchestra Regionale delle Marche ejecutó con gran sensibilidad una partitura de grande espesor sinfónico, en la cual Puccini elaboró una paleta de colores inigualable pertenecientes mas al repertorio sinfónico que lirico y que hace emerger los sentimientos y colores extremadamente importantes por realizar la tinta pucciniana (magia y delicadeza para los momentos de amor y de esperanza). Muy bien y muy participativo estuvo el coro Lirico Marchigiano “V. Bellini”, dirigido por David Crescenzi.
Raffaella Angeletti (Cio-Cio-San en blanco) es una intérprete de prestigio, soprano dotada de agradable cuerpo vocal y de espesor. Tiene un modo correcto de transmitir, y es capaz de suavizar el canto y utilizar la media voz con filados que se ensanchan y se intensifican expandiéndose en el agudo. Il sonido corrió por la arena también en el canto a media voz, dulce en la línea de canto, apoyada por una sensible orquesta. Buena interprete resultó Annunziata Vestri (Suzuki con quimono rosa antiguo) una mezzo soprano de bella voz de color oscuro y suave pasta. El tenor Massimiliano Pisapia (Pinkerton vestido de blanco) tuvo una buena proyección de voz, pulida línea de canto, clara dicción, buen squillo, voz luminosa y pareja en el despliegue del agudo. Alto, delgado, distingo Claudio Sgura, (Sharpless) posee una bella figura, dotado de una agraciada voz barítonal que se expande en el agudo de modo decidido y luminoso, extrae con suavidad una buena línea de canto melódica pero en momentos su canto fue un poco cerrado. Completaron el cast: Thomas Morris (Goro), Enrico Cossutta (Principe Yamadori), Enrico Iori (Bonzo), Antonio Maria Golini (Yakusidé), Matteo Ferrara (Il Commissario Imperiale), Alessandro Pucci (L'Ufficiale del Registro), Mirela Cisman (La Madre), Maria Elena Marinangeli (La Cugina), Roberta Carota (La Zia). Nino Batatunashvili (Kate Pinkerton).

Saturday, September 12, 2009

Les Contes d’Hoffmann (cast 2) – Teatro Regio di Torino

Fotos: Ramella & Giannese © Fondazione Teatro Regio di Torino

Massimo Viazzo

Dal punto di vista visivo questi Contes d’Hoffmann sono piaciuti moltissimo. Nicolas Joël (la sua regia è stata ripresa per l’occasione da Stephane Roche) li ha ambientati al tempo della 1° Esposizione Universale londinese. Un sipario dipinto su cui campeggiava la scritta Crystal Palace -il nome della costruzione di vetro e metallo eretta in Hyde Park nel 1851 e qui riprodotta con eleganza dalla scenografo Ezio Frigero- e sul quale si potevano anche ammirare, sempre dipinti, cani ammaestrati, donne serpente e persino un enorme King Kong, faceva da trait d’union, alzandosi ed abbassandosi rispettivamente all’inizio e alla fine delle scene. Tutti ci siamo così sentiti parte di questa straordinaria Fiera. Oltre ad Olympia, la bambola meccanica (esilarante la sua “camminata” resa scorrevole da un carrello sottostante), si potevano così ammirare altri oggetti meravigliosi. Sbalorditiva ad esempio l’orchestrina –un’arpa, un contrabbasso e una batteria- perfettamente automatizzata con tanto di arti e mani semoventi, che ha accompagnato la tragica fine di Antonia. All’opposto non ha convinto la bacchetta un po’ anonima di Emmanuel Villaume. La sua è stata una direzione inficiata da qualche pesantezza, attacchi imprecisi e scarsa teatralità. Il capolavoro di Offenbach è così scivolato via senza lasciare una traccia profonda. In questo secondo cast, venendo ora ai cantanti, vorrei segnalare l’Hoffmann morbido, delicato, intimo di Marc Laho, non sempre a fuoco in alto, ma comunque espressivo. Estroversa, disinvolta sulla scena e vocalmente Manuela Custer. L’eclettico mezzosoprano italiano ha tratteggiato un Nicklausse affabile, simpatico, ma commosso (ultima scena, nei panni della Musa). Diabolico, luciferino, caustico invece Simone Alberghini che ha interpretato con grande consapevolezza e sicurezza vocale i quattro ruoli “malvagi” dell’opera, Lindorf, Coppélius, Docteur Miracle e Dapertutto. La sua è stata una prova teatralmente davvero maiuscola. Dalle “tre donne” di Hoffmann giungono invece note più contrastanti. L’Olympia simpaticissima di Anna Skibinsky, sicura nel registro sovracuto, ha mostrato qualche incertezza nell’intonazione e una certa fretta nell’affrontare la coloratura. Deludente poi l’Antonia di Raffaella Angeletti (unico elemento facente parte anche del primo cast). Poco calore, una linea di canto un po’ scomposta, qualche problema di appoggio non le hanno permesso di delineare un personaggio credibile e coinvolgente. Un po’ anonima anche la Giulietta di Patrizia Orciani. Tra i ruoli secondari segnalo infine la buona prova di Alessandro Guerzoni, un Crespel dall’accento nobile e commosso, lo Spalanzani straniato e stordito di Emanuele Giannino, e Carlo Bosi che ha impersonato i ruoli buffi di Cochenille, Frantz e Pitichinaccio con una voce ben sonora nei centri. Buon successo di publico.
Versión en Español

Foto: Ramella & Giannese © Fondazione Teatro Regio di Torino
Massimo Viazzo

Desde el punto de vista visual, estos Cuentos de Hoffman han agradado bastante. Nicolas Joël (cuya regia fue repuesta en esta ocasión por Stephane Roche) la ambientó en el tiempo de la 1ra exposición universal londinense. Una cortina pintada en el cual resaltaba el Crystal Palace –la construcción de vidrio y metal erecta en el Hyde Park en 1851 y aquí reproducida con elegancia por el escenográfo Ezio Frigerio – y sobre la cual se podían admirar, pinturas, de perros amaestrados, mujeres serpientes y un enorme King Kong, funcionaba como trait d’union, subiendo y bajando respectivamente, al inicio y al fin de cada escena. Todos los presentes presenciamos esta extraordinaria feria. Además a Olympia, la muñeca mecánica (excitante como caminaba alrededor con un carrito mecánico), se admiraron también otros objetos maravillosos. Sorprendió, por ejemplo la pequeña orquesta con un arpa, un contrabajo y una batería- perfectamente automatizada con arte y manos movientes, que acompañaron el trágico fin de Antonia. Al contrario, la baqueta un poco anónima de Emmanuel Villaume no convenció. Su dirección fue invalidada por cierta pesadez, impresiones y escasa teatralidad. La obra de Offenbach pasó sin dejar una huella profunda. En cuanto a los cantantes es necesario señalar al Hoffman mórbido, delicado, íntimo de Marc Laho, no siempre enfocado, pero sin embargo expresivo. Extrovertida, desenvuelta en escena y en lo vocal estuvo Manuela Custer. La ecléctica mezzosoprano italiana delineó una Nicklause afable, simpática, pero conmovedora (como en la última escena en el papel de la musa). Diabólico, luciferino, cáustico a su vez, fue Simone Alberghini que interpretó con gran conciencia y seguridad vocal los cuatro papeles malvados de la opera. Lindorf, Coppélius, Docteur Miracle y Dapertutto. La suya fue una prueba teatralmente mayúscula. Las otras tres mujeres de Hoffman fueron a su vez contrastantes. La simpatiquísima Olympia de Anna Skibinsky, segura en el registro sobre agudo, mostró inseguridad en la entonación y cierta rapidez para afrontar la coloratura. Desilusionó la Antonia de Rafaella Angeletti. Poco calor, una línea de canto un poco descompuesta, algunos problemas de apoyo no le han permitido delinear un personaje creíble y desenvuelto. Un poco anónima fue también la Giulietta de Patricia Orciani. Entre los papeles secundarios señalo la buena prueba de Alessandro Guerzoni un Crespel de acento noble y emocionante, el Spalanzani extraviado y aturdido de Emanuele Giannino, y Carlo Bosi que recrearon los papeles buffos de Cochenille, Frantz e Pitichinaccio con una buena voz sonora en el centro. Buen éxito para el público.

Thursday, September 10, 2009

Les Contes d'Hoffmann (cast 1) - Teatro Regio di Torino

Fotos: Arturo Chacón-Cruz (Hoffmann) y Désirée Rancatore (Olympia)
Credito : Ramella & Giannese © Fondazione Teatro Regio di Torino


Ramón Jacques

El Teatro Regio de Turín, presentó la obra póstuma de Offenbach, que fue representada con la realización escénica, coproducida entre los teatros: Théâtre du Capitole de Toulouse, la Opera de Tel Aviv y el Teatro Real de Madrid. La escenografía de Ezio Frigerio unió los diferentes actos en el mismo lugar geográfico, en un tiempo a principios del siglo XX, y la acción se desarrolló dentro de una estructura metálica, de estilo arquitectónico como el el de la torre Eiffel de Paris, o el Crystal Palace de Londres. Lo cierto, es que evocó la invención mecánica y la cultura del hierro de la época, encajando con el mundo mágico, y la visión desordenada de la opera. La escenografía, no cambia en los actos, y solo se agregaron algunos elementos para diferenciar las escenas, como la orquesta mecánica en el acto de Antonia, o una locomotora en el segundo acto. La obra se complementó con trajes misteriosos, irreales y cercanos a la pintura de Francesca Squarciapino, dando a la escena un carácter real y misterioso. La dirección de Nicolas Joel, fue directa, sin alteraciones, y exaltando la jocosidad y el dramatismo en lo posible. La dirección musical fue de Emmanuel Villaume, con resultado óptimo, y lectura entusiasta y dinámica. El coro jugó un papel importante en la función. Como Hoffmann, el tenor mexicano Arturo Chacón-Cruz, caracterizó un juvenil personaje, atrevido en la manera segura de afrontar el papel. Su voz es de tonalidad clara y de agradable y colorido timbre, que manejo con adecuada proyección y dicción francesa. Como los cuatros personajes maléficos, el baritono Alfonso Antoniozzi, fue un actor vivo y lleno de energía que cantó correctamente. La soprano Désirée Rancatore, recreó su conocida caracterización de Olympia, deliciosa, vocalmente ágil, y siempre en tono con sobreagudos generosos. Rafaella Angeletti otorgó al papel de Antonia calor y emoción, y Nino Surguladze fue un correcto Nicklausse en lo vocal, pero en lo actoral, de poca gracia. La mezzosoprano Mónica Bacelli dio vida al personaje de Giulietta con voz expresiva que la llevó a cantar los momentos intensos, dramáticos, y ligeros de su personaje con acierto.