Thursday, May 7, 2026

Pelléas et Mélisande - Teatro alla Scala, Milano

 

Foto: Monika Rittershaus

Massimo Viazzo

Finalmente Pelléas et Mélisande alla Scala! Uno dei più straordinari capolavori del teatro musicale del Novecento (e non solo) non è mai stato rappresentato con continuità presso la sala del Piermarini. La prima scaligera, diretta da Arturo Toscanini nel 1908, fu naturalmente in versione ritmica italiana. Nelle riprese successive, non numerose, si sono alternati sul podio comunque nomi di spicco della direzione d’orchestra, quali Victor De Sabata, Claudio Abbado e Georges Prêtre. Proprio a quest’ultimo, responsabile dagli anni settanta di tre produzioni, è stata affidata l’ultima proposta nel 2005. L’opera Pelléas et Mélisande di Claude Debussy (1862-1918) è basata sull’omonimo dramma simbolista di Maurice Maeterlinck. Claude Debussy musicò direttamente il testo del poeta belga, affermandosi come uno dei primi musicisti a mostrare interesse per la Literaturoper, ovvero l’adattamento di un testo letterario in libretto d’opera senza modifiche significative. Debussy si immerse con grande dedizione in questo progetto a partire dal 1893, anno in cui vide in teatro la rappresentazione del dramma di Maeterlinck. Ne rimase folgorato, trovandolo perfettamente in sintonia con la propria sensibilità artistica. Il 30 aprile 1902, dopo circa un decennio di lavoro, poté finalmente assistere alla messa in scena della sua opera all’Opéra-Comique di Parigi, con Mary Garden nel ruolo principale. Pelléas et Mélisande si presenta come un’opera singolare, in grado di rompere con i canoni tradizionali del melodramma. La vicenda sembrerebbe costruita a prima vista sul solito triangolo amoroso tra soprano, tenore e baritono. Niente di più sbagliato! La narrazione si dipana in un contest temporale sospeso caratterizzato da memorie arcane, figure ataviche, gesti impercettibili, frasi sfuggenti e significati criptici, un’età avvolta nel mistero e nell’oscurità. La musica e il libretto si integrano in modo eccezionale offrendo un raro connubio nell’ambito di tutta la storia dell’opera. Attualmente, ci sono pochi registi in grado di districarsi con lucidità, creatività e immaginazione attraverso simboli, metafore e allegorie. Uno di questi è Romeo Castellucci, chiamato sorprendentemente solo ora ad allestire uno spettacolo in Italia, lui che in tutto il mondo è considerato un vero maestro dagli amanti del teatro concettuale. E Castellucci con il simbolismo di Pelléas et Mélisande ci è andato a nozze. Castellucci, che ha curato come di consueto regia, scene, costumi e luci (con la drammaturgia di Christian Longchamp) ha allestito uno spettacolo di una Bellezza mozzafiato, una eleganza algida, del tutto intellettualistica ma di grande impatto visivo. L’universo creato da Castellucci si configura come un’entità onirica, evanescente, rarefatta, a tratti quasi incorporea, in cui la Potenza evocativa delle immagini si impone con forza preponderante. Allemonde, il regno immaginario in cui è ambientata l’opera, si presenta come luogo custode della memoria collettiva, in cui ogni evento pare si sia già compiuto. L’osservatore si trova di fronte ai resti fossili di un passato lontano che si ripresenta in palcoscenico al punto da suscitare interrogativi sulla reale esistenza del tempo. La descrizione dell’esperienza scenica risulta complessa, data la molteplicità di stimoli visivi, non sempre di immediate lettura, una esperienza che ha letteralmente sopraffatto, stordito e disorientato il pubblico. L’elemento equoreo pervadeva l’intera rappresentazione, fungendo da leitmotiv scenico, all’interno del quale personaggi e situazioni si muovevano tra reminiscenze e ricordi, spesso evidenziati dalla purezza del colore bianco che ne delineava le figure. Un allestimento di tale natura, arcano, inafferrabile e visionario, non deve essere oggetto di razionalizzazione. La sua peculiarità e la sua cifra vincente, risiedono proprio nella sua incommensurabilità, che genera delle fratture nella mente dello spettatore, stimolandolo a un’introspezione critica. Come ha affermato lo stesso regista, il teatro di Maeterlinck è caratterizzato da un’atmosfera gelida che impiega elementi e oggetti prevalentemente freddi, con le emozioni che vengono mantenute a un livello quasi impercettibile. Tuttavia, questo freddo di facciata può celare un calore bruciante. Ed è proprio quello che è successo nello spettacolo firmato da Romeo Castellucci. Tra i numerosi momenti degni di nota, desidero sottolineare in particolare la conclusione del quarto atto, il momento in cui I due protagonisti riescono finalmente ad aprirsi intimamente l’un l’altro. Ciò, tuttavia, non si manifestava in modo realistico, bensì attraverso un artificio teatrale, un camuffamento ottenuto indossando la maschera di Pierrot. Tale artificio conferiva alla scena una connotazione intrisa di innocenza e malinconia, veicolando un’emozione straniante a cui era difficile resistere. Purtroppo la bacchetta di Maxime Pascal è parsa solo in parte all’altezza del difficile compito, quello cioè di interagire e dialogare con ciò che si ammirava in palcoscenico. Il direttore francese ha mostrato sicuramente efficienza, ma non è stato molto personale. La sua direzione è parsa più scorrevole che approfondita. Cast ottimamente distribuito, a cominciare dalla Mélisande espressiva e vocalmente presente di Sara Blanch. Il soprano catalano ha interpretato il ruolo con intensità e concretezza, enfatizzando le inflessioni di ogni frase. Ne è emerso un personaggio in cui la leggiadria della dizione si armonizzava con una timbrica pastosa e sfumata. Al suo fianco, Bernard Richter ha delineato un Pelléas immaginativo, giovanile e sognante, solo apparentemente a tratti distaccato, dalla timbrica chiara e vocalmente sicuro. Simon Keenlyside ha invece interpretato un Golaud ardente, inquieto, e umanissimo, cantato con voce morbida e ben proiettata. Il baritono inglese ha mostrato di essere un grande artista, con musicalità e doti attoriali fuori dal comune. John Relyea, nei panni di Arkel, ha offerto un’interpretazione non sfumatissima. Il bassocanadese ha messo in risalto una vocalità profonda, un po’ ruvida, costruendo comunque il suo personaggio con una certa nobiltà. La presenza di Marie-Nicole Lemieux ha arricchito ulteriormente la produzione. Con voce morbida e dizione impeccabile, il contralto canadese ha delineato una Geneviève umana ma anche autorevole. Una nota di freschezza e candore, infine, è stata apportata dalla prova di Alberto Tibaldi, solista del Coro di voci bianche dell’Accademia Teatro alla Scala preparato da Bruno Casoni, che ha interpretato il delicato ruolo del piccolo Yniold. Un allestimento da ricordare per un’opera non certo facile e immediata, che alla fine ha comunque riscosso un grande successo.






 

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