Wednesday, July 22, 2020

Francesca Gaza - Palazzo Congressi Stresa


Foto: Francesca Gaza / Stresa Festival

Renzo Bellardone

FRANCESCA GAZA – Palazzo Congressi Stresa 23 luglio 2020 Lilac for People  Francesca Gaza, voce, tastiere, arrangiamenti, composizioni Jacopo Fagioli, tromba, flicorno Francesco Panconesi, sax tenore Federico D’Angelo, sax baritono, clarinetto basso Lorenzo Pellegrini, chitarra, voce Luca Sguera, tastiere, elettronica Alessandro Mazzieri, basso elettrico, elettronica Mattia Galeotti, batteria

Lilac for People è il progetto della cantante e compositrice Francesca Gaza, la quale racconta di viaggi sonori molto particolari che con contaminazioni elettroniche, pop e musica sintetizzata riesce a creare un’atmosfera d’ambiente e rendere la sua musica una sorta di Jazz da camera. L’ensemble è formato da amici ed ex compagni di studio, di conseguenza l’affiatamento e l’intesa sono  palpabili; ogni strumentista è singolarmente un valido artista con sensibilità decisamente affinate. Luca Sguera,suona su diverse  tastiere contemporaneamente riproducendo suoni in  elettronica; Francesco Panconesi al  sax tenore  e Alessandro Mazzieri al  basso elettrico e  elettronica emergono per carica interpretativa; Mattia Galeotti alla batteria non vuole imporre il suo strumento  come troppe volte succede ai batteristi, anzi si immerge nella totalità del suono d’insieme; Lorenzo Pellegrini chitarra e  voce sostiene armoniosamente e Jacopo Fagioli alla  tromba e  flicorno e virtuosistico, insieme a Federico D’Angelo ecletticamente al sax baritono e clarinetto basso che vive la musica con tutto sé stesso. L’inizio è soft e minimalista e da subito si ha l’idea dell’inconsueto, del nuovo con spirito di ricerca; a tratti i suoni sono così prolungati da evocare il basso continuo  sui cui si eleva la voce non comune di Francesca Gaza. Forse l’ascolto non è immediato, ma sicuramente è convincente e di li a poco si vive la musica insieme agli interpreti in un strana evocazione di suoni intimi frammisti a ricordi di terre esotiche  ed echi lontani. La voce e gli strumenti diventano sinuosi e voluttuosamente sensuali. Concerto decisamente interessante. La Musica vince sempre.


Tuesday, July 21, 2020

Anticipazioni Stagione 2020-2021 - Teatro Regio di Torino


Renzo Bellardone

Riceviamo e volentieri pubblichiamo le anticipazioni della Stagione 2020/2021 del Teatro Regio di Torino. E’ con particolare soddisfazione che si pubblica questa nota stampa, almeno per due motivi: l’uno perché è beneaugurante vista la situazione Covid 19 nel mondo e poi anche perché l’annuncio di stagione esce proprio nel giorno in cui la Sindaca Chiara Appendino è stata ascoltata dai magistrati circa la vicenda noir che riguarda l’ex sovrintendente Graziosi e l’impuntamento della stessa Appendino a richiedere il commissariamento del teatro. Questo significherebbe un declassamento del teatro  italiano che fino a qualche anno fa vantava il maggior numero di presenze e, con Noseda e Vergnano, delle belle tournèe all over the world che avevano portato il Teatro ad essere conosciuto ed amato ovunque. Un applauso a Sebastian Schwarz per il coraggio, la professionalità e la voglia di innovare proponendo titoli inusuali per sale come il Regio che porteranno nuovo pubblico, invoglieranno i giovani e favoriranno la lucentezza del teatro.

ANTICIPAZIONI STAGIONE 2020-2021

14 titoli, di cui 5 nuovi allestimenti e 5 opere mai rappresentate al Regio
Debutto all’opera per l’archistar Santiago Calatrava

Sebastian F. Schwarz 

«Esistono tanti modi per raccontare il teatro d’opera entro la cornice narrativa di una storia. Il punto di partenza ideale che ho scelto per la mia prima Stagione al Regio sarà la grande varietà di linguaggi estetici che genera l’incontro dello spettacolo lirico con la regia teatrale, nel rispetto della tradizione o nella ricerca della contemporaneità. Essendo per vocazione e studio un musicista, non metto assolutamente in secondo piano l’interpretazione musicale, ma ho pensato che – per fornire alcune anticipazioni sulla prossima Stagione – potessimo partire da quello che i registi creeranno sul palcoscenico». Con queste parole il Sovrintendente e Direttore artistico del Teatro Regio, Sebastian F. Schwarz, presenta in anteprima il fil rouge sotteso alla Stagione 2020-2021 con cui il Teatro Regio rialzerà il sipario a novembre, dopo il concerto d’apertura della Stagione sinfonica con l’Orchestra e Coro Teatro Regio Torino diretti dal maestro Stefano Montanari il 28 ottobre. Un itinerario di respiro internazionale con nuove produzioni e allestimenti inediti, proposti da importanti firme registiche, che spazierà dal Settecento viennese di Mozart, Salieri e Gassmann al contemporaneo inglese Adès, passando per i grandi classici del repertorio italiano, francese e mitteleuropeo dell’Otto-Novecento.
Il nuovo cartellone sarà composto da 14 titoli, di cui 5 nuovi allestimenti e 5 opere mai rappresentate al Regio come La scuola de’ gelosi di Salieri, La finta semplice di Mozart, L’opera seria di Gassmann, I dialoghi delle Carmelitane di Poulenc e Powder Her Face di Adès. La messinscena degli spettacoli sarà affidata ad affermati registi di differenti generazioni e sensibilità, fra cui Barrie Kosky, Sophie Hunter, Christof Loy, Francesco Micheli, Paolo Gavazzeni e Piero Maranghi – per la prima volta ospiti del Regio – e Laurent Pelly, Gabriele Lavia e Lorenzo Mariani, che ci hanno accompagnato in diverse stagioni. Protagonista di un atteso debutto operistico l’archistar Santiago Calatrava, che immaginerà l’allestimento de I dialoghi delle Carmelitane.
A inaugurare la Stagione 2020-2021 sarà Jenůfa di Janáček, assente dal nostro palcoscenico da ben 50 anni. Nel segno della continuità con la Stagione 2019-2020, interrotta lo scorso marzo a causa dell’emergenza sanitaria, saranno finalmente portati in scena: il nuovo allestimento de La bohème di Puccini, laPassione secondo Matteo di Johann Sebastian Bach e Don Pasquale di Donizetti, storica produzione “Made in Regio”, insieme a Un ballo in maschera di Verdi, che ottenne uno straordinario successo nella tournée in Giappone del 2013. Infine, mentre in teatro si svolgeranno dei lavori, abbiamo programmato un ciclo estivo en plein air dedicato a tre celebri titoli del melodramma italiano quali La traviata di Verdi, Il barbiere di Siviglia di Rossini e Pagliacci di Leoncavallo, prodotti dal Regio nelle scorse stagioni e rappresentati nel nuovo spazio post-industriale del Parco Dora. Un luogo che aprirà gli orizzonti della sala di Piazza Castello offrendo nuove opportunità per avvicinarsi al mondo dell’opera.
«Mi auguro che entro settembre ci venga data la possibilità di riaprire completamente la sala del Teatro, superando il limite attuale delle 200 persone – aggiunge Schwarz – e che potremo quindi presentare la Stagione e iniziare, da quel momento, la vendita degli abbonamenti e dei biglietti. Ringrazio fin d’ora tutto il pubblico che ci è stato vicino in questi difficili mesi, dandoci segni di tangibile affetto come i molti che hanno donato i propri biglietti. Siamo tornati, con tutta quella passione per la vita e per la musica che il periodo in cui siamo stati forzatamente chiusi in casa ci ha insegnato ad apprezzare ancora di più».

Monday, July 20, 2020

Stresa Festival 2020 - Midsummer concerts


Foto: Stresa Festival

Renzo Bellardone

Stresa – Lungo lago La Palazzola 18 luglio 2020-07-19 fellinijazz
Omaggio a Federico Fellini
ENRICO PIERANUNZI TRIO
Enrico Pieranunzi –pianoforte
Luca Bulgarelli – contrabbasso
Mauro Beggio – batteria

In presenza di varie misure di sicurezza dettate dal rispetto delle norme imposte  a causa del Covid 19, Lo STRESA FESTIVAL  ha messo in piedi un cartellone di tutto rispetto e di grandi contenuti. Sabato 18 luglio, la prima serata dei Midsummer Concerts, ha visto la partecipazione di Enrico Pieranunzi Trio, nella suggestiva cornice del Lungo Lago La Palazzola con vista lago e Isola Bella. Il programma, particolarmente ricco di ritmo, poesia ed eclettici virtuosismi racconta Fellini attraverso le musiche di Nino Rota, fil rouge nella produzione felliniana. Enrico Pieranunzi con la simpatica semplicità che lo contraddistingue, ha raccontato aneddoti e ricordi presentando i vari brani, a cominciare dal primo, ovvero il tema da ‘I Vitelloni’ del 1953 dove si può dire che ha visto la luce il genio creativo del Maestro.  Poi il Trio interpreta i due temi dal ‘Bidone’ che, titolo premonitore, non ha avuto fortuna ed è stato considerato un vero flop, mentre la musica con ritmo incalzante   il primo branco e con accenti poetici il secondo, è rimasta tra le belle composizioni di Rota. Enrico Pieranunzi al pianoforte è davvero bravissimo ed ascoltandolo,  non ci si accorge che il tempo scorre, ma anche gli altri due artisti sono di notevole levatura ed in perfetta simbiosi la puntualità di Mauro Beggio alla batteria che vive con sicura professionalità, ben si unisce alla voce profonda del contrabbasso virtuosistico suonato da Luca Bulgarelli. La carrellata di successi propone poi ‘Le notti di Cabiria’ con un ricordo a Giulietta Masina, sceneggiatura scritta a quattro mani da Fellini con Ennio Flaiano, che si sono gettati a descrivere un volto delle notti romane. Dopo la citazione del primo premio Oscar, ecco che Pieranunzi annuncia il tema da ‘La Strada’ che valse al maestro il secondo  Oscar: a due voci, pianoforte e contrabbasso viene estrapolato lo straordinario tema musicali con delle improvvisazioni magistrali, che anticipano la dedica di un valzer e poi ‘Amarcord’ che diventa evocativamente commovente cui segue il capolavoro de ‘La dolce Vita’. La serata molto piacevole, con anche un delicato ricordo di Ennio Morricone,  e di altissimo livello interpretativo  ha dato agli spettatori entusiasti la speranza di poter tornare a vivere le intime emozioni della musica condividendo con gli altri uno sguardo di soddisfazione e di gioia per  essere ancora insieme ed insieme vivere la musica. La Musica vince sempre.



Sunday, July 19, 2020

Reseña del CD de Leçons de Ténèbres con Les Nouveaux Caractères


Renzo Bellardone

LEҪONS DES TÉNÈBRES (Paris 1714)
Franҫois Couperin
Caroline Mutel  (mezzosoprano)
Karine Deshayes (soprano)
Le Nouveaux Caractères 
Sébastien d’Herin – director musical.
Glossa Music.
GCD 922703
Duración 50:00

Le Nouveaux Caractères la orquesta barroca con sede en Lyon Francia, fundada en 2006 por Caroline Mutel y por Sébastien D'Herin, es la protagonista de este CD editado por el sello Glossa. Es una agrupación que cuenta con instrumentos históricos que favorecen al repertorio barroco, pero que busca ofrecer óperas y diferentes formas musicales de inspiración teatral con el fin de mejorar el placer de la invención y el reencuentro. En esta grabación, el director y clavecinista D’Herin muestra aquí ser un intérprete ecléctico que gracias a su carácter y temperamento logra irradiar una sonoridad libre de imposiciones y costumbres, redescubriendo y extrayendo un nuevo sonido, en una especie de encuentro con una teatralidad desconocida. Karine Deshayes la mezzosoprano francesa conocida por sus interpretaciones de ópera y hoy una de las grandes figuras del arte lírico francés ya que es conocida en todo el mundo, cabe recordar sus apariciones en el Metropolitan de Nueva York, expresó con su canto una sólida técnica y cuidados agudos en la respiración que le permitieron una emisión controlada que favoreció al espíritu del barroco francés, con un carácter interpretativo de absoluta importancia. Su relevante participación en esta grabación reforzó y apuntaló la ejecución de Les Nouveaux Caractères. Caroline Mutel, quien formó parte de la Opéra National de Lyon donde comenzó a pisar el escenario como solista y ha sido invitada a diversos festivales en Francia y en el extranjero, demostró ser una soprano de amplitud vocal con una instrumento fresco y primaveral que no se retrae para ofrecer brillantes coloraciones. Pasional y en equilibrio con el estilo barroco, enunció sus frases con gracia y al mismo tiempo con claro fraseo y firmeza. Esta interpretación de Leçons de Ténèbres, obra maestra de François Couperin en su versión de Paris de 1714, nos da la oportunidad de experimentar sentidas y sensibles variaciones envueltas por la dulzura interpretativa del clavecín de Sébastien D'Herin y de las voces.

Incontro con il tenore sardo Gianluca Moro

Ramón Jacques / Jordi Pujal

Chi è Gianluca Moro? Come ti definiresti: tipologia vocale, personalità artistica, ...? Sei sardo: pensi che le voci della tua terra abbiano delle caratteristiche speciali che le differenziano dalle altre? Per favore, parlaci dei tuoi inizi, dei tuoi studi, perché ti sei dedicato al canto.

Gianluca Moro è un ragazzo a cui piacciono le sfide, è un bambino che non smette di stupirsi, è un uomo saldo sui propri obiettivi, conscio dei propri limiti e sicuro del fatto che il duro lavoro porti a una crescita e ad un tanto ricercato superamento di quegli stessi limiti. Il bello è proprio questo, ogni volta se ne presentano di nuovi, ogni volta l’asticella si alza, ogni volta l’obiettivo è più grande e importante, ogni volta si ha altro materiale per crescere e migliorarsi. Direi che non dico nulla di nuovo, è semplicemente la vita.

La mia vocalità è quella del tenore lirico-leggero incastonata in una personalità piuttosto romantica. Queste credo siano le giuste parole per definirmi. Certamente si può spaziare, si può essere tante cose in un universo artistico parallelo alla persona che si è nella vita di tutti i giorni, ma la parola “romantico” è quella che, artisticamente parlando, utilizzerei per definire il nucleo del mio essere. Sono nato, anzi ho avuto la fortuna di nascere e crescere in una terra a dir poco favolosa. La Sardegna è la mia casa, la mia isola da sogno, il paradiso in cui tutti vorrebbero vivere ma che in pochi hanno poi il piacere di scoprire. Il mio paese si chiama Tortolì, in Ogliastra, situato nella costa centro-orientale. L’Ogliastra, oltre a essere una delle cinque zone blu dell’intero pianeta, viene anche considerata l’isola nell’isola, una piccola regione del territorio sardo  che ancora presenta caratteristiche naturali spettacolari e incontaminate. Non ci passa nemmeno il treno, e per quanto possa essere un disagio per certi versi, io credo che invece sia bellissimo. Da noi il tempo si ferma, è surreale, surreale ma bello (cit.).

Mi sono dedicato al canto quando ho scoperto di avere una voce e di provare piacere nell’utilizzarla. Mi ricordo che da piccolo, dopo la muta della voce, cantavo sempre nelle rampe delle scale: c’era un eco pazzesco e mi dava l’impressione di avere una voce gigantesca. Facevo dei gran concerti privati nelle scale di casa così come in cameretta, e un po’ come per tutti noi, ogni intimo posticino era buono per aprir bocca e cantare. A parte ciò, ho iniziato a studiare il pianoforte a sette anni, studi che si interruppero però presto. Ripresi qualche anno più tardi, e dopo il liceo e altre vicende musicali ancora lontane dall’opera, inizia il mio percorso di studio presso il Conservatorio di Cagliari, dove presi il primo titolo ufficiale, per poi conseguirne un secondo presso il Conservatorio di Bologna, città dove attualmente vivo.

Il canto, anzi la musica, per me è l’espressione artistica che più mi rappresenta, forse quella più completa almeno secondo il mio punto di vista, che mi da piene possibilità di espressione e di sviluppo personale. L’ho scelta per questo motivo, anzi, mi correggo, forse è stata la musica a scegliermi come suo mezzo di comunicazione… e non c’è che dire, bisogna essere all’altezza del compito assegnatoci. Questo vale per tutti, è un regola universale!

L'elisir d'Amore / Alessia Santambrogio
Come si è sviluppata la tua voce? Pensi di aver raggiunto quel punto in cui conosci perfettamente il tuo strumento e sai come risponderà, come risolvere eventuali problemi tecnici che possono sorgere? O sei in pieno -emozionante- processo di autoconoscenza vocale? Quale pensi sia il repertorio che attualmente ritieni più adatto alla tua vocalità? Pensi che sarà lo stesso in futuro? Ti piacerebbe tenerlo nel corso degli anni - in questo senso il tuo ammirato Alfredo Kraus è un esempio paradigmatico -? Quali ruoli vorresti interpretare su misura per la tua vocalità e il tuo temperamento? Ci sono personaggi con cui ti senti drammaticamente (non vocalmente) identificato?

La voce è qualcosa di meraviglioso, è in costante sviluppo proprio perché il corpo stesso lo è, o meglio in costante cambiamento. Dal punto di vista più tecnico si può certo raggiungere un livello di conoscenza del proprio strumento tale da sentirsi sicuri di aver in mano tutti gli strumenti per poterla gestire al meglio, per riuscire a non abbassare il livello raggiunto, però è anche vero che si cresce, il corpo stesso cresce e così facendo cambia, ed è qui che la tecnica affinata durante lo studio  - che non finisce mai - ci aiuta e accompagna il corpo nel suo naturale cambiamento. Io personalmente, come tutti credo, faccio sempre ricerca su me stesso, studio, provo, scovo spunti nuovi per migliorare, e credo sia uno tra gli aspetti più affascinanti di questo mondo.

Attualmente il repertorio che canto spazia tra il classico e il romantico, con qualche punta di verismo e contemporaneo oserei dire: Mozart, Donizetti, anche qualche Rossini.  Questa voce da lirico-leggero mi permette di affrontare dal punto di vista del repertorio ciò che a me davvero piace, per questo mi ritengo fortunato.  In futuro non saprei, mi piacerebbe stare in queste “acque” ma non è detto che la voce non si sviluppi verso una direzione più lirica, dandomi la possibilità di toccare un repertorio che in questo momento non sarebbe assolutamente fattibile. Il mio amore è "La bohème", ma chissà…  …quando ascoltai per la prima volta “Che gelida manina” mi conquistò.  “… per sogni e per chimere e per castelli in aria l’anima ho milionaria.”, a vent’anni fantasticavo con queste parole, con questa melodia. C’è una voce di spicco, un esempio che considero per me un grande punto di riferimento, Alfredo Kraus, il quale insegna che la longevità della voce è data anche dall’essere in grado di identificare sapientemente il repertorio più adatto alla nostra pelle, per mantenere una voce sana e, se si ha fortuna, per forgiare una carriera ad hoc. Per questo forse vestire i panni e dar voce a Rodolfo rimarrà semplicemente un sogno!

Tra i personaggi in cui più mi identifico sarei combattuto tra Nemorino e Tamino. Non so chi avrebbe la meglio. Posso tenerli entrambi? Tra tutti i ruoli che possono capitarci, questi due sono quelli a cui sono più legato e quelli in cui ora mi rispecchio maggiormente. Sono quei ruoli in cui non si fa un lavoro troppo grosso per entrare nel personaggio, perché paradossalmente ci sei già, è tutto lì.

Potresti dirci secondo te quali pensi  siano i componenti e i requisiti essenziali per fare una carriera da primo tenore?

La ricetta corretta e universale non esiste. Esiste una ricetta per ognuno di noi, io ancora però non ho capito quale sia la mia! Credo che sia necessario essere curiosi, svegli nel saper cogliere i segnali che per noi possono essere congeniali per raggiungere un dato risultato, pazienti, devoti nel concedersi giornalmente allo studio, tanto umili da saper ascoltare e saper applicare i consigli e nel contempo essere originali e onesti verso se stessi, pronti a tutto, e in ultimo, ma non per importanza, ci vuole anche tanta fortuna. Tutti hanno avuto qualcuno che ha creduto in loro così tanto da convincere l’intero mondo, ma finché questo non accade bisogna fare da soli, crederci e non smettere mai di pensare che c’è un posticino da poter ritagliare per ognuno di noi. Siamo tutti diversi, con alcuni aspetti che però vanno condivisi: “la carriera si fa con la testa e non con la voce”,  mi ripete sempre una mia cara amica, e mai parole furono più vere e pertinenti. La voce è importante, ma  ci vuole testa, sempre e in ogni caso!

Quali cantanti ti hanno segnato profondamente e che nei tuoi anni formativi - anche oggi - sono stati in grado di servire da modello e fonte di ispirazione? Per quali ragioni?

Premesso che bisogna sempre essere aperti all’ascolto, è sicuramente altrettanto importante avere dei punti di riferimento, o dei modelli se vogliamo, a cui potersi ispirare e da cui poter  imparare. Alfredo Kraus per me è uno di questi, assieme a Luciano Pavarotti, Rockwell Blake, Javier Camarena e Juan Diego Flórez, che adoro davvero tanto. Senza dimenticare Francisco Araiza: il suo Tamino e la sua "Winterreise" li ho ascoltati tanto per studiare! Ne cito alcuni, però tutti hanno qualcosa che possono regalarci. E’ il bello della musica, la condivisione di se stessi con il pubblico.

Nemorino - L'Elisir d'Amore 
Come stai vivendo questo periodo Covid19? Pensi che il mondo dell'opera  ne uscirà più forte, da questo momento critico?

Il periodo Covid19 ci ha insegnato tanto. Parlo al passato perché spero e credo che il peggio sia passato, ciò non toglie che dobbiamo continuare ad essere molto attenti e vigili, tenere duro e riuscire con intelligenza a chiudere definitivamente questo capitolo della nostra storia, che certamente non riporterà tutto come un tempo. Ne usciremo più forti? Non lo so questo, quello di cui sono certo è che ne usciremo diversi, cambiati, in meglio e in peggio, perché poi ognuno di noi fa ciò che può e con i mezzi che possiede.

L’opera sta subendo, più di tanti altri settori, un duro colpo, e ahimè la fascia che pagherà maggiormente le conseguenze di tutto ciò sarà quella dei giovani, degli emergenti - dove sto dentro anche io - che non guadagnano cifre astronomiche ma soltanto il tanto giusto per vivere, e che in una situazione tale si ritrovano a casa, nulla facenti, praticamente senza soldi, costretti ad appigliarsi alle sole speranze per andare avanti e a una classe politica dirigente di cui non importa nulla delle sorti della musica e della cultura italiana. Questo è quanto c’è da dire a mio avviso, con profondo rammarico e con una positività di fondo che mi porta a sperare in una ripresa delle più rosee, ma che prevede comunque l’attraversamento di una fase che non sarà affatto facile, anzi critica e buia.

A causa del tuo background accademico sei una persona di grandi interessi filosofici e vasta cultura, avendo composto le tue canzoni (inedite), scritti articoli (recentemente uno ammirevole dedicato a Kraus), partecipato con successo al mondo del "crossover", eseguito un repertorio operistico eclettico (da Mozart a Castelnuovo Tedesco passando per Rossini, Donizetti, ...), oratori, musica sinfonica, ..., sempre con un atteggiamento discreto ed elegante degno di lode. Si potrebbe dire che Gianluca Moro è un aspirante a "uomo del Rinascimento" del 21° secolo, qualcosa di certamente insolito oggi? Sei d'accordo con questa valutazione?

Prima dell’essere o meno d’accordo con te mi sento in primis lusingato per la candidatura a “Uomo del Rinascimento del 21° secolo”, direi che è qualcosa di quasi impensabile al giorno d’oggi, singolare e decisamente affascinante. Per questo ti ringrazio, fa sempre bene allo spirito ricevere questo genere di complimenti, di questo calibro intendo dire. Si fa presto a dire “ sei bello”, per fare un esempio, ma qui siamo ben lontani dall’essere scontati e proiettati su dei banali luoghi comuni, e per questo mi sento doppiamente riconoscente. Grazie, ne sono lusingato!!!

Il mio percorso o background, come dir si voglia, inizia presto e ben lontano dal mondo dell’opera. A dieci anni volevo fare il regista, lo show man, poi il ballerino, e infine sono approdato alla musica. Nel contempo cominciavo a nutrire un forte fascino per il mondo anglosassone e per la lingua inglese ad esempio, che decisi di utilizzare per scrivere le prime strofe e i primi ritornelli. Ricordo che il mio inglese era pessimo, però lo preferivo all’italiano, probabilmente perché credevo che nessuno potesse capirlo… chissà, anzi WHO KNOWS?

Lo scrivere per me è sempre stato un modo per catturare i ricordi più preziosi, quelle sensazioni che voglio portare con me nel futuro rendendole necessariamente indelebili. Ho iniziato a farlo senza alcun tipo di studio e lo faccio tutt’ora. Ciò che scrivevo,  mescolato alle prime nozioni musicali imparate a lezione di solfeggio e pianoforte mi portarono, un po’ per istinto un po’ per incoscienza data dall’essere adolescente, a scrivere le prime melodie, le prime canzoni. E’ qualcosa di semplicemente bello, ad ogni emozione riportata in musica e parole corrisponde un momento del vissuto, e da nostalgico il valore di tutto ciò per me è inestimabile.

Ricordo ancora la prima canzone che completai, si chiama “Remember the day”, e pensa te, la canticchio ancora!!! Oserei dire che è un mondo che si evolve giorno per giorno, cresci assieme alle parole, constatando che anche in questo caso le possibilità di espressione sono esattamente pari all’infinito. Dopo il liceo ho cominciato l’università, ho studiato lettere moderne alla Sapienza di Roma, ma per motivi di varia natura non ho mai concluso il percorso di studi.  In parallelo, sempre nel periodo romano, entrai in un coro gospel dell’università americana a Roma e li cominciai ad avere le prime grosse soddisfazioni sul palco, poi le apparizioni tv e tutto ciò che la musica pop poteva regalare ad un ragazzino che voleva diventare una pop-star. Qualcosa poi mi spinse verso altri contesti - forse ero spaventato da quel mondo troppo grande da gestire - e così cominciai ad esplorare l’altra faccia del mondo musicale romano, scoprendo l’opera e il suo vasto impero, che trovo decisamente più congeniale al mio essere.

Ritengo che il mio è un percorso di vita come tanti, in fondo non credo di essere troppo diverso dagli altri giovani là fuori che come me cercano se stessi e il proprio migliore modo di esprimere ciò che hanno. Siamo figli di un momento storico non troppo fortunato, ma è anche vero che dalle difficoltà non può che venirne fuori il meglio. La vita ci mette a disposizione tutto ciò di cui si può disporre, il nostro compito è quello di riuscire ad utilizzare al meglio i mezzi offerti. E’ un po’ come per l’arte, è vastissima, ed ognuno che si avvicina a questo mondo ha il compito di constatare quale sia il mezzo migliore per convogliare la propria espressione artistica. Nulla ci viene regalato e tutto ci viene offerto con il dovuto prezzo. Sta a noi tirare fuori il coraggio per conquistare ciò che davvero meritiamo!

Progetti? Stai preparando qualcosa di nuovo? Vuoi commentare qualcos'altro?

Sto studiando tanto, mi metto costantemente in discussione, vado alla ricerca di qualsiasi cosa che mi possa dare una mano a scoprire una piccola e nuova parte di me. Provo piacere in questo, ci provo tanto gusto e in egual modo credo sia l’elemento di base, il fuoco, che mantiene accesa la fiamma che mi porta avanti. C’è da dire che sono uno piuttosto testardo - mia madrina me lo dice sempre - ed è un lato del mio carattere che mi aiuta tanto soprattutto nei momenti di sconforto, perché purtroppo anche quelli ci sono, servono e bisogna farci i conti. Dei progetti futuri, poiché sono giustamente scaramantico, preferisco non proferire parola finché tutto non è ben chiaro e definito. Lontano dalla musica mi piacerebbe  approfondire il discorso sulla scrittura, ho qualche idea messa da parte, e chissà che un giorno si possa trasformare in realtà. Mi viene in mente una frase di Roberto Gervaso, giornalista e scrittore italiano: “A far fallire tanti progetti, più che le difficoltà, è la nostra incostanza”. Io mi sento un po’ così, sono consapevole che con la costanza e con qualche altro ingrediente si possa raggiungere qualsiasi meta prefissata, e sono altresì conscio del fatto che lungo il percorso ci sarà per certo qualche fallimento ad attenderci, ma che predispone la base per raggiungere la nostra più splendida grandezza!


Wednesday, July 15, 2020

Leçons de ténèbres de Couperin CD - Le Nouveaux Caractères


Renzo Bellardone

LEҪONS DES TÉNÈBRES (Paris 1714) Franҫois Couperin. Caroline Mutel e Karine Deshayes. Le Nouveaux Caractères  - Sébastien d’Herin

Le Nouveaux Caractères è stata fondata nel 2006 da Caroline Mutel e Sébastien D’Herin protagonisti in questo cd inciso per Glossa, che vanta esecuzioni con strumenti storici privilegiando un repertorio barocco attraverso l’opera e diverse forme musicali d’ispirazione teatrale cercando di valorizzare il piacere dell’invenzione e del reincontro. Il direttore e clavicembalista d’Herin infatti è eclettico interprete che grazie ad una forte tempra caratteriale riesce a liberare sonorità scevre da imposizioni e consuetudini che non gli si addicono, andando invece alla ricerca della riscoperta del suono in una sorta di nuovo incontro, di sconosciute teatralità. Karine Deshayes mezzosoprano, affermata interprete d’opera, vanta diverse esibizioni in particolare in Francia dove infatti è conosciuta come una delle grandi figure dell’arte lirica francese, ma nota in tutto il mondo, ricordando partecipazioni anche al Metropolitan di New York.  Con il suo canto esprime tecnica solida ed accorgimenti acuti per la respirazione che le consente una emissione controllata, favorendo lo spirito del barocco francese, con un carattere interpretativo di assoluto rilievo. E’ rilevante la sua rafforzativa partecipazione e sostegno alle interpretazioni del  Nouveaux Caractères. Caroline Mutel, dopo un master in Radio-Francia si aggrega all’Opéra National de Lyon dove ha iniziato a salire sul palco come solista ed acquistando fama da essere invitata in diversi Festival in Francia ed all’ester.  Apprezzata per l'ampiezza della sua voce e il suo impegno scenico, interpreta sia eroine mozartiane che il grande repertorio lirico da Bizet a Wagner. Cofondatrice del Nouveaux Caractères  è un soprano dalla voce fresca e primaverile che non si ritrae nell’offiree colorazioni scintillanti. Passionale in equilibrio con lo stile barocco porge le parole con grazia ed al tempo stesso con chiaro fraseggio e sicura fermezza. Queste Leçons de ténèbres danno l’opportunità di offrire variazioni accorate e sensibili coinvolgimenti con la dolcezza interpretativa al cembalo. La Musica vince sempre.


Saturday, July 11, 2020

Los cuatro ejes de Beethoven


Ludwig van Beethoven
Por José Noé Mercado

En términos de conmemoración musical, 2020 era el año de Ludwig van Beethoven. Pero no lo fue y no lo será. Los festejos sonoros, artísticos y culturales por el 250 aniversario de esta referencial figura nacida en Bonn, Alemania, entre el 15 y 16 de diciembre de 1770, planeados alrededor del mundo por diversas orquestas, compañías de ópera e intérpretes —por sus públicos e incluso por editoriales y sellos discográficos—, se interrumpieron de manera abrupta y quedaron cancelados ante el estridente impacto sanitario, económico y social provocado por la pandemia del virus SARS CoV-2 causante del Covid-19.

El corazón de los melómanos ha tenido que lidiar con el cierre de teatros líricos y salas de concierto que en 2020 incluirían numerosos programas con diversas obras del catálogo musical de Beethoven que, si bien nunca han escaseado en las carteleras musicales, en esta conmemoración sería posible apreciar con artistas y agrupaciones relevantes y consagradas en este repertorio; en la diversidad e importancia de sus múltiples géneros y dotaciones instrumentales, que acometen sólo en ocasiones relevantes, casi siempre como parámetros o puntos de comparación en la cumbre de las ejecuciones del compositor.

La universalidad de Ludwig van Beethoven venció al paso del tiempo, incluso a críticas que recurren a señalamientos de sobrevaloración, extrema popularidad u omnipresencia para refutar su estatura artística.

Pero es claro que a un cuarto de milenio de su nacimiento y de cara a un periodo complejo e histórico para la humanidad, como el que ha generado la pandemia, la relevancia de su obra y el alcance de su impacto cultural cobran mayor relieve justo porque pueden contrastarse y por lo imprescindibles que resultan en el espectro sonoro.

Impacto cultural que puede explicarse transversalmente a través de cuatro ejes que cruzan la figura de Beethoven.

1. Fama

La notoriedad no siempre va acompañada del mérito.

Ya desde mitologías clásicas como la griega o la romana, la representación de la fama podía ir por carriles humanos muy distintos a los del talento, la verdad o la justicia.

Se podía estar en boca de otros, de la colectividad entera, por rumores, mentiras o calumnias francas. En las actuales redes sociales, en los medios de comunicación masiva, abundan los ejemplos de que un famoso puede ser muestra de la desgracia, de lo despreciable, de aquello que la comunidad desea evitar; de la frivolidad o de todo tipo de carencias que no acarrearán ninguna gloria aunque las ostente una auténtica celebridad.

Pero esa personificación mitológica de la fama tenía también su reverso, pues no había personaje, gobernante o pueblo que le cerrara abiertamente las puertas o le escatimara aprecio; era la fama la encargada de difundir las gestas heroicas, las proezas, la distinción en una comunidad, en una época o en la historia misma.

Ludwig van Beethoven ostenta diversos créditos en las esferas de la fama. Hay etiquetas típicas que lo ubican como uno de los mejores compositores de la historia; una de las mayores potencias creativas; de los primeros artistas no sólo freelance, sino independientes —dotado incluso de irreverencia— al poder que acotó la voluntad de innumerables colegas en el pasado; y que aun así, podía ser financiado por su trabajo musical como quedó demostrado en Viena, a finales del siglo XVIII y en las primeras décadas del XIX.

Beethoven también acarrea fama como un intérprete y compositor que si bien era consumado exponente de las formas clásicas, era lo suficientemente romántico —o revolucionario, si así se desea consignar— para nutrirlas, remecerlas o redefinir los parámetros de un género o instrumento, a través de su genio, capacidad técnica e incluso un temperamento tempestuoso.

La inclusión de la voz en una sinfonía es un aporte astronómico —en su momento impensable, insolente y descabellado incluso en términos financieros. La Novena ha sido motor para numerosos ensayos que abordan la importancia de su irrupción creativa y significado humano global—; sin él, resultaría incompleto el rostro de compositores ulteriores tan disímbolos como Hector Berlioz, Gustav Mahler, Dmitri Shostakóvich o Henryk Górecky.

El tratamiento y la redacción de la voz cantada beethoveniana es a una vez expresión dramática, orquestal y poética tan contundente como vehículo musical, que influiría de forma sustantiva en autores del calibre de Carl Maria von Weber o Richard Wagner; y contribuiría, sin ninguna duda, a la solidificación de toda la escuela lírica alemana.

De hecho, a través de su incursión musical, retomada en las páginas de la historia universal y artística, de los libros, de las pantallas del cine y la televisión, de una generosa disco y videografía que alienta su programación diaria en escenarios de todo el mundo, Beethoven es reconocido como el famoso autor de piezas referenciales, cimeras, en cada género que abordaba y que podían sintonizarse con las turbulencias personales, sociales y políticas de su época: cambios de regímenes y mentalidades de gobierno; revoluciones armadas o intelectuales; invasiones militares; pérdidas europeas de colonias; industrialización; crisis de clases y surgimiento del proletariado.

Tempestades, todas ellas,  que sin duda le reservarían a Ludwig un sitio en el mundo contemporáneo, al grado de identificar a un popular San Bernardo con su nombre o estar presente en las actuales máquinas de baile Pump It Up con el ya canónico Beethoven virus, variación electrónica de alta energía del tercer movimiento de su Sonata para Piano número 8 opus 13, conocida como Patética.

Porque la fama de Beethoven no se limita al ámbito musical ni se circunscribe al pasado. Aun en décadas recientes, el impacto de sus composiciones han llegado a los primeros sitios de la revista Billboard, entre otras razones por el celebrado soundtrack de la película La amada inmortal (1994) de Bernard Rose protagonizada por Gary Oldman; o la cinta de Agnieszka Holland con Ed Harris Copiando a Beethoven (2006). 

2. Obra

En el caso de Ludwig van Beethoven, la fama no sólo dista de ser gratuita sino que parte de una labor musical de primer orden ampliamente documentada como pianista, director musical y compositor.

El pequeño Ludwig, en estricto sentido, no fue un niño prodigio. Su primer concierto público lo ofreció a los 8 años de edad, el 26 de marzo de 1778 —aunque su padre intentó quitarle un par de años para hacerlo aparentar más pequeño e impresionante, pues quiso replicar los exitosos pasos de Leopold y Wolfgang Amadeus Mozart—, pero el fuelle creativo de Beethoven se dispararía en el segundo y tercer periodo de su vida creativa.

El primero de ellos, en el que tuvo a diversos maestros —entre ellos su padre, varios de sus amigos, y en especial Christian Gottlob Neefe, quien lo motivó para dar el salto de intérprete a compositor—, Beethoven pudo aprender y catar las fórmulas clásicas que habría de intervenir con su talento y determinación artística.

Su primera composición llegaría poco después de los 10 años de edad, bajo el título de Nueve variaciones sobre una marcha de Ernst Christoph Dressler. La técnica de la variación en Beethoven no sólo habría de ser fructífera como forma musical, sino también como método de trabajo.

Los cambios en una melodía, en el ritmo, en los timbres, en la orquestación y sus múltiples combinaciones y posibilidades, incluyendo la ampliación como parte de una nueva obra, serían útiles para el compositor en lo referente a perfilar versiones previas para —por razones estéticas, discursivas o hasta de especificidad de público— luego consolidar otras definitivas. Varios lieder o su decena de oberturas son prístinos ejemplos de ello.

Además de esa música concebida para la escena —lírica, ballet, teatro—, la copiosa pero sobre todo aquilatada obra beethoveniana incluye 16 cuartetos de cuerdas, 9 sinfonías, 32 sonatas para piano, una ópera, cinco conciertos para piano, 10 sonatas para violín y piano, música sacra, canciones y coros.

No se trata sólo de un catálogo más o menos destacado, como el que podría presumirse en una enorme cantidad de casos relevantes de la historia musical, sino de pruebas contundentes de una mina de valor incalculable que incluye obras monumentales que son auténticos himnos, oportunidades de virtuosismo y consagración; misterios sonoros que exploran las inquietudes vitales del hombre, que sintetizan su ciclo de existencia o se convierten en cartas de presentación humana al destino o saludos enviados al cosmos a través de las sondas Voyager 1 y 2.

Un puñado de obras como sus sinfonías (la Tercera, la Quinta, la Novena, que a su vez son caminos para entender las otras seis); sus sonatas (la Claro de Luna, la Apasionada, la Patética; la Número 32, junto con las Variaciones Diabelli, cima y despedida del piano); su Fidelio (más que fidelidad conyugal, un estandarte de libertad, justicia y arrolladora expresividad política); sus últimos cuartetos (en los que las pasiones humanas de una personalidad vehemente cedieron su lugar a un elevado diálogo con el universo); sus conciertos (Cuarto y Quinto, el Emperador), así como algunas bagatelas (Para Elisa, Para Teresa o para el mundo entero) y otra piezas inmortalizadas por la cultura pop, son irrefutables semillas de la fama de mayor mérito creativo en la historia.

A partir de los 30 años de edad del compositor (poco antes de sus problemas de audición que lo arrastrarían a la desesperación por un destino trágico que incluyó la incomprensión artística, los chubascos familiares; el desprecio amoroso y la enfermedad), la obra de Beethoven cobró una relevancia de tintes heroicos; una segunda etapa creativa preñada de romanticismo y epicidad indomable, con aportaciones precisas a las formas clásicas de las que partió y que allanarían el camino para autores futuros.

La madurez de su tercera época compositiva, cada vez más afectado como intérprete, huraño, solitario y con múltiples padecimientos, habría de resplandecer hacia el final de su vida con un dominio técnico absoluto, que permitió una profunda transformación sonora y espiritual, una vez superadas las tormentas mundanas y acaso superficiales.

3. Narrativa

La obra de una figura titánica en el quehacer musical, como en el caso de Beethoven, sería suficiente para explicar su trascendencia 250 años después de su nacimiento. Pero hay personajes, como él, que se configuran de forma aún más compleja y sólida en la colectividad por medio de una interesantísima narrativa.

La vida de Beethoven no sólo puede contarse con tintes estrictamente cronológicos, sino que en cada etapa vital o de creación pueden encontrarse pasajes de atractivo humano, artístico, social o biográfico. Florecen las anécdotas.

Desde su entraña familiar (el origen de su apellido, la tutela y el alcoholismo de su padre, las peleas fraternas, el apuro con su sobrino) y su apartado sentimental (los constantes rechazos por su condición de músico y su ninguneada estatura socioeconómica, pese a ser uno de los mayores genios creativos de la humanidad), la riqueza biográfica de Beethoven es innegable.

Y es tan narrable como sus procesos de creación, su valiosa labor en la capital musical austriaca, su inigualable independencia o su abismo trágico a la sordera; o como las insoportables dolencias de estómago y la cefaleas recurrentes que lo minaban, pero que sólo hasta el borde de la muerte pudieron acabar con una naturaleza creadora de su envergadura.

Sus admiraciones, secretos y dedicatorias, sus momentos depresivos que contemplaron la miseria de su destino e incluso el suicidio como consta en el Testamento de Heiligenstadt, son sustantivas premisas para comprender su inspiración y aproximarse a un personaje fascinante, enigmático y admirable.

Porque por más o por menos que se le conoce, a Beethoven se le mira hacia arriba; está en lo profundo, se divisa en lo universal y en la enigmática genialidad; es decir, se le intuye como un personaje único e irrepetible.

4. Leyenda

Es probable que mucho de lo que se supone de Ludwig van Beethoven pertenezca, más bien, al terreno de lo mítico; a ese espectro en el que lo estrictamente humano y comprobado se funde con el resplandor portentoso de la ficción, con lo que no hay forma de afirmar con certeza o desmentir con reservas.

Así son esa clase de figuras cúspides de la humanidad que se transforman en mesías, en dioses, en leyendas, que se nutren de la imaginación, de la fe, de la necesidad de creer que existen entre nosotros y nos iluminan como faros en la cruda y mundana existencia.

En el caso de Beethoven, con numerosas biografías más o menos aceptadas durante años, aunque con claras limitaciones de raíz, hay interrogantes abiertas y que seguramente jamás se resolverán.

No sólo porque buena parte de la narrativa partió de Anton Felix Schindler, músico austríaco y exasistente de Beethoven, que por múltiples razones es una fuente directa no del todo confiable producto de sus falsificaciones, inventos, acomodo a conveniencia de la historia del músico y de las perspectivas, exageraciones, ocultamientos, insertos apócrifos, entre otras adulteraciones; los enigmas de Beethoven también permanecerán en esa condición irresuelta porque ciertamente poseía un genio creativo que pocos seres humanos han demostrado y desentrañar su mecanismo es una tarea que escapa a toda exactitud.

Sin perder de vista que Beethoven tenía de igual forma una vida interior intensa y rica, reservada, de mucho mayor significado que su cotidianidad externa.

¿De qué murió? ¿Un cabello de su frondosa y salvaje cabellera puede descifrarlo? ¿Recibía terapias médicas heterodoxas, bebía brebajes infortunadamente tóxicos con ansias de sanar sus males físicos? ¿Quedó completamente sordo? ¿Tiene algún sentido deconstruir su espíritu?

¿Quién fue su amada inmortal?

Los secretos de Beethoven se encuentran en su expresividad sonora, en la inagotable riqueza de su obra musical. Y esa, por fortuna, sí quedó a nuestro alcance, es vigente y continúa brindando significado a un arte, a un mundo, a la humanidad, 250 años después del nacimiento de su autor.

En un año de celebración que no fue. 

Ludwig van Beethoven falleció el 26 de marzo de 1827, a los 56 años de edad; un 26 de marzo, curiosamente, como el día en el que ofreció su primer concierto al público cuando era niño.

Monday, July 6, 2020

Falleció el compositor italiano Ennio Morricone


Crédito Foto: Acervo Auditorio Nacional. Foto: Fernando Aceves

El músico italiano compuso más de 450 piezas para cine, teatro, radio y televisión

El mundo de la música se llena hoy de luto, ante la muerte del maestro italiano Ennio Morricone (1928-2020), uno de los compositores más influyentes del cine, el teatro, la radio y la televisión, quien también destacó como director de orquesta. Tras graduarse en el Conservatorio de Santa Cecilia, su ciudad natal, Morricone inició su carrera como compositor de música para películas en 1961, con el filme El federal, dirigido por Luciano Salce. Posteriormente trabajó en algunas de las piezas cinematográficas más icónicas de Sergio Leone, entre ellas, Por un puñado de dólares (1964), El bueno, el malo y el feo (1966) y Érase una vez en el Oeste (1968). Durante más de cinco décadas, Morricone realizó la banda sonora de aproximadamente 450 películas y trabajó con directores de la talla de Brian De Palma, Giuseppe Tornatore, Oliver Stone, Pedro Almodóvar, Pier Paolo Pasolini, Quentin Tarantino y Terrence Malick.Su destacado trabajo en el mundo del cine fue premiado con diversos galardones como dos Grammy, tres Globos de Oro, seis premios BAFTA, ocho Nastri D'Argento, un León de Oro, un Óscar a Mejor banda sonora por la película Los 8 más odiados (2016) y un Óscar honorífico en 2007. En 2009 fue nombrado Caballero de la Orden de la Legión de Honor en Francia y recientemente se le otorgó el premio Princesa de Asturias de las Artes 2020. Debido a la calidad de su obra y a la gran recepción de ésta entre el público, esta gran figura de la música instrumental recibió 27 discos de oro y siete discos de platino. Actualmente cuenta con más de dos millones de oyentes mensuales en la plataforma de streaming Spotify. Como compositor de música absoluta, realizó más de 100 piezas musicales entre 1946 y 2020; muchas de las cuales interpretó junto a su trabajo realizado para el cine, en los más de 100 conciertos sinfónicos y polifónicos que realizó por todo el mundo. Entre 2016 y 2019 realizó su última gira como parte de la celebración por sus 90 años de vida y 60 de trayectoria. En ella ofreció 50 conciertos en 35 países como Polonia, Dinamarca, Hungría, Suecia y finalmente el 22 de junio se presentó en las Termas de Caracalla en Roma. Con estas presentaciones logró sumar más de 650 mil espectadores en el tour. Durante su primera visita a México en 2008, Ennio Morricone realizó una presentación especial en el Auditorio Nacional junto a la Orquesta Roma Sinfonietta y el Coro de México. El repertorio de la gira Musica per il Cinema incluyó piezas de las películas El bueno, el malo y el feo (1966), La Misión (1986), Los intocables (1987) y Cinema Paradiso (1988). En ese mismo año, Morricone recibió un galardón de las Lunas del Auditorio en la categoría Espectáculo clásico. El compositor tenía agendada una nueva presentación en el Auditorio Nacional en febrero de 2015, pero fue cancelada debido a cuestiones de salud que le impidieron viajar fuera de Europa. El álbum tributo We All Love Ennio Morricone fue lanzado en 2007 como parte de un homenaje ofrecido por artistas mundialmente reconocidos y exponentes de diversos géneros musicales. En este proyecto participaron Celine Dion, Quincy Jones, Andrea Bocelli, Roger Waters, Metallica, Bruce Springsteen y otros nueve artistas más que reversionaron algunas de sus composiciones más reconocidas.