viernes, 30 de diciembre de 2011

Orchestra of St. Luke's Names Pablo Heras-Casado Principal Conductor

Photo: Pablo Heras Casado - Sonja Werner


Orchestra of St. Luke’s (OSL) announced the four-year appointment of Pablo Heras-Casado as Principal Conductor, effective immediately. At 34 years old Heras-Casado has already made a remarkable impact on the international conducting stage. His unique talents will help to shape OSL’s artistic course during a period of tremendous growth for the institution. This is Heras-Casado’s first titled appointment with a major international orchestra. Maestro Heras-Casado, who hails from Granada, Spain, made his debut with OSL in the summer of 2011 at Caramoor International Music Festival, where the orchestra was founded in 1979. His first performance as OSL’s Principal Conductor will also be at Caramoor in July 2012. Heras-Casado is OSL’s fourth titled conductor, joining company with Roger Norrington (1990-1994), Charles Mackerras (1998-2001) and Donald Runnicles (2001-2007). A consummate musician who has won praise for his energy and expertise across a broad range of musical styles, Heras-Casado has performed with many of the world’s finest orchestras, such as the Berliner Philharmoniker, the Boston Symphony Orchestra, the Chicago Symphony, the Mariinsky Theater Orchestra, the Staatskapelle Dresden, Freiburger Barockorchester and the Cleveland Orchestra. He has developed relationships with the Los Angeles Philharmonic, San Francisco Symphony, Tonhalle-Orchester Zürich, Orchestre Philharmonique de Radio France and the Mostly Mozart Festival. His opera collaborations include Teatro Real Madrid, La Monnaie in Brussels, English National Opera, Welsh National Opera, Opéra National de Paris, Canadian Opera Company and Opéra National de Bordeaux. Next summer, he will conduct at both the Salzburg and Lucerne Festivals. “The spirit of this orchestra is deeply inspiring, and I feel privileged to have the opportunity to work together on a regular basis,” said Pablo Heras-Casado. “I am excited to explore all the possibilities presented by St. Luke’s beautiful new home, and I look forward to becoming better acquainted with audiences in New York City through my work with this esteemed orchestra.” Heras-Casado will serve as OSL’s Principal Conductor from 2011 through 2015. He will lead OSL each year at Carnegie Hall and Caramoor International Music Festival. He will also help to select programs and soloists and will work closely with OSL to develop special projects such as tours, recordings and commissions.

jueves, 29 de diciembre de 2011

Serse di Haendel - San Francisco Opera

Foto: Sonia Prina (Amastre) Cory Weaver.

La celebre e storica produzione che Nicholas Hytner creò nel 1985 all’ENO di Londra, è servita per introdurre per la prima volta l’opera Serse di Haendel nel repertorio di San Francisco. Le scene eleganti che situavano l’azione in un brillante salone e nei giardini Vauxhall miscelavano elementi moderni con disegni basati sulle antiche costruzioni di Persepoli creando immagini molto suggestive. La regia di Michael Walling  ha confezionato uno spettacolo di alto livello, lasciando scorrere una trama piacevole con situazioni di sottile e bella comicità ed ironia. A questo si aggiunge una solida compagnia vocale capeggiata da Susan Graham che con la sua realizzazione ha esaltato il realismo del personaggio principale col suo canto rilucente, agile e raffinato. David Daniels ha dato sicurezza  al ruolo di Arsamene adornando ogni suo ijntervento in modo soave e con estrema fluidità. La passione e l’emozione sono state portate in scena dal contralto Sonia Prina e la sua caratterizzazione di Amastre si distingueva per la brunitura del timbro col quale ha esaltato il pubblico dopo la sua Aria Saprà delle mie offese. Il soprano Lisette Oropesa ha esibito chiarezza e ammirevole convinzione vocale come Romilda e Heidi Stober è stata una corretta Atalanta.Il resto del cast, il Coro e gli attori in scena si sono disimpegnati onorevolmente. L’orchestra del teatro rinforzata da clavicembalo, liuto, tiorba e chitarra barocca ha emesso un suono stilizzato, omogeneo, e dinamico sotto la briosa bacchetta di Patrick Summers. RJ

Carmen en la Ópera de San Francisco

Foto: Cory Weaver - Carmen

El celebre diseñador y director Jean Pierre-Ponnelle mantuvo durante muchos años una relación muy estrecha y significativa con este teatro. Es por ello que Carmen continúa escenificándose con la producción que el mismo creó y estrenó en este escenario en 1981. A pesar de la brillantez y el colorido mediterráneo con el que se representan cada uno de los actos, los rígidos escenarios resultan ser obsoletos y poco prácticos; por lo que con cada cambio de escena la función se extendió cuatro horas. La opera se presentó en su versión original de 1875 con diálogos hablados y la animada acción y constantes movimientos marcados por el director argentino José María Condemi ayudaron a que la función transcurriera con mayor fluidez. Musicalmente, la dirección de Nicola Luisotti  fue poco sutil y dispareja en los tiempos y la dinámica, creando notables desfases con el escenario. Si bien condujo con emoción y entusiasmo el fuerte sonido que por momentos emanó del foso cubrió las voces. El papel de Don José fue encomendado al tenor brasileño Thiago Arancam de discreto desempeño vocal y poca presencia escénica, igual a la de su compatriota el barítono Paulo Szot, quien sobreactuó el papel de Escamillo y mostró  argumentos vocales poco convincentes. Ambos mostraron un nivel artístico inferior al que se requeriría en un teatro de este nivel. Por su parte, la soprano Sara Gartland, mostró convicción para crear una conmovedora Micaela, y en su canto mostró brillo, elegancia en el fraseo y claridad en la dicción. Finalmente, la atención se centró en la Carmen de Anita Rachvelishvili, mezzosoprano de oscuro musical timbre y profusa emisión, quien con su largo cabello oscuro y seductores movimientos, mostró compenetración con el papel y convenció. Correctos estuvieron el resto de los cantantes del elenco y el coro.  RJ

miércoles, 28 de diciembre de 2011

Agrippina di Haendel - Opera di Lille

Foto: Opera de Lille

L’Opéra di Lille in coproduzione con l’Opéra di Dijon ha presentato Agrippina l’opera che Haendel scrisse per Venezia nel 1709, ad appena ventiquattro anni. Questo dramma per musica che si distingue principalmente per l’abbondanza e la varietà della sua brillante e raffinata musica combina con una efficenza drammatica l’epica con la tragedia e la commedia. Il successo di questa produzione parte dalla buca orchestrale, dalla mano della giovane direttrice d’orchestra Emmanuelle Haïm, che dal cembalo mostrava autorità e ampia conoscenza del repertorio che la appassiona e con mano sicura, energia contagiava i musicisti della sua orchestra Le Concert d'Astrée   per estrarre il meglio da loro stessi, con un suono omogeneo e compatto, colore e soprattutta un’enorme carica di emotività. Ha brillato particolarmente il soprano Sonya Yoncheva che incarnava il personaggio di una Poppea tentatrice e seducente mostrando un’ammirevole uso pirotecnico della voce dal timbro brillante, leggero e cristallino. A sua volta il soprano Alexandra Coku attuava con eleganza e disinvoltura il ruolo dell’intrigante Agrippina, con voce profusa e penetrante, brillante negli acuti. Renata Pokupić cantava molto bene con timbro scuro da mezzosoprano il ruolo di Nerone ma la sua partecipazione scenica era un po’ anonima. Emotivo e commovente per doti canore e attoriali si mostrava il controtenore Tim Mead Il ruolo dell’ossessionato e nevrotico Claudio era assegnato al basso inglese Alastair Miles che esibiva solidità vocale e buona linea di canto. Scenicamente divertiti e vocalmente corretti sono stati anche il controtenore Pascal Bertin come Narciso e il baritono Riccardo Novaro  come Pallante. Scenicamente il regista Jean-Yves Ruf ha situato la vicenda in epoca moderna, verso gli anni ’50 con abiti eleganti, pochi elementi scenici e alcune trovate ingegnose come quella di mettere un uomo-cane In scena che accompagnava sempre il personaggio principale. Sorprendeva la entusiasta reazione del pubblico, formato da molti giovani, che dimostrava il gusto e la validità che tiene l’opera barocca in Francia. RJ

martes, 20 de diciembre de 2011

Filarmonica ’900 Teatro Regio di Torino

Foto: Gianandrea Noseda

Renzo Bellardone

TEATRO REGIO di TORINO 19 dicembre 2011 ore 20,30. Filarmonica ’900 Teatro Regio di Torino Direttore Gianandrea Noseda. Contrabbasso Davide Botto. Pianoforte Barry Douglas. Nino Rota  - Ballabili da Il Gattopardo - Divertimento concertante per contrabbasso e orchestra ** - Concerto Soirèe per pianoforte e orchestra - Sinfonia n. 3 in do. Nino Rota (1911-1979) – Cento anni dalla nascita

Anche Google il 3 dicembre scorso, per onorarne la memoria nei cento anni dalla sua nascita, ha dedicato a Nino Rota un simpatico doodle che lo raffigura sognante ed ispirato al pianoforte. Con la consueta sensibile attenzione, il Teatro Regio di Torino ha ospitato la speciale proposta dalla ‘Filarmonica’ diretta dal direttore musicale del Teatro, il Maestro Gianandrea Noseda. Questi ha condotto l’orchestra con il solito fervore, ma con accenti più rarefatti come si confà alla scrittura offerta ed è risultato più che naturale lasciarsi coinvolgere e trasportare per rivivere i momenti lirici del film di Luchino Visconti e ripercorrere poi altri momenti di grande cinema rimasti nelle memorie e nei cuori grazie anche alle colonne sonore composte dal Maestro Rota. Il Contrabbasso, inconsueto solista, è qui assurto proprio a questa funzione virtuosistica nell’offerta sobria, ma piacevolmente agile e veloce di Davide Botto nel ‘Divertimento concertante per contrabbasso e orchestra’ L’orchestra insieme a Barry Douglas, al pianoforte risulta d’ambiente nell’esecuzione della composizione del 1962 ‘Concerto Soirée’ elegantemente interpretato con una calibrata amalgama, che dissolve e cementa vageggiate sensazioni e ricordi. Certamente Nino Rota ha avuto maggiore fama con le composizioni delle colonne sonore di celebri film, ma la prestigiosa orchestra della Filarmonica del Teatro Regio insieme alla direzione di Gianadrea Noseda hanno amplificato il sapore delle composizioni rotiane sussurrando le ispirazioni (Prokofieff), ma esaltando l’indipendenza creativa. La Musica vince sempre.

domingo, 18 de diciembre de 2011

BALLET DE SANTIAGO CIERRA CON BRILLO TEMPORADA 2011 CON "MADAME

Foto: Marcela Poch

Johnny Teperman.

Con clamoroso éxito en cuatro presentaciones a tablero vuelto de la obra "Madame Butterfly", el Ballet de Santiago cerró la temporada 2011. Basado en la ópera homónima, este hermoso ballet revive la trágica historia de Cio-Cio San, la geisha japonesa traicionada en su amor por un frívolo oficial de marina norteamericano. La coreografía es de Jaime Pinto, y la escenografía y el diseño de los más de 150 finos trajes, son obra de Germán Droghetti. Dirigió la Orquesta Filarmónica de Santiago, José Luis Domínguez. Además, en la escena final se contó con la participación de la soprano Pamela Flores, interpretando en forma exquisita, el aria “Tu, tu piccolo iddio” de la  ópera "Madame Butterfly". Después de una exitosa serie de presentaciones con "Cascanueces", en el Teatro "Julio Mario Santo Domingo", de Bogotá, Colombia, regresó el Ballet de Santiago a su escenario del Teatro Municipal y ofreció cuatro representaciones de "Madama Butterfly", con notable participación en el rol principal, de la primera bailarina, la brasileña Andreza Randisek en el rol de la desafortunada geisha. Destacaron como acompañantes, Rodrigo Guzmán y Agustín Cañulef. Jaime Pinto, al referirse a la creación de la obra, relata: “Hice algunas adaptaciones en la estructura de la obra. Introduje un prólogo que transcurre en una Casa de Té donde están las geishas esperando ser compradas por los Samurai. Cuando ella muere, una soprano traduce en un aria todo el dolor de la situación. Con Germán Droghetti, buscamos soluciones atractivas para momentos claves. Para hacer presente el paso del tiempo, creamos cuadros con mujeres que cambian su vestuario dependiendo de la hora del día, con máscaras japonesas maravillosas y tules de ocho metros que se juntan al amanecer. La propuesta tiene algo muy poético y bello…… “  Sobre el vestuario, Droghetti explica: “En total creamos ciento cincuenta trajes, todos pintados a mano, en seda y otras telas parecidas. Los tocados están adornados con perlas, flores, en un trabajo muy hermoso que, sin duda, recreará con justicia la belleza de un estilo que está marcado por la simpleza y pureza de las líneas”.  Estrenada en Paraguay en 2002 con la propuesta dramática de Jaime Pinto y la escenografía y vestuario de Germán Droghetti, se montó hace siete años en nuestro escenario con gran éxito.  El Ballet de Santiago llevará esta obra en gira a distintos puntos del norte de Chile, la última semana de enero de 2012, con entrada liberada, gracias al auspicio de Minera Los Pelambres. El calendario, con funciones a las 21:00 horas, es el siguiente: Martes 24 de enero, Los Vilos; Miércoles 25 de enero, Salamanca; Jueves 26 de enero, Illapel; Sábado 28 de enero, La Serena; y Domingo 29 enero, Coquimbo.

LADY MACBETH DE MTSENSK EN EL TEATRO REAL

Foto: Javier del Real

Alicia Perris

Opera en cuatro actos y nueve cuadros en lengua rusa. Libreto de Alexander Preys y Dmitri Shostakóvich basado en el relato de Nikolái Leskov. Nueva producción en el Teatro Real procedente de la Nederlandse Opera de Ámsterdam. 15 de diciembre. Ficha artística: Director Musical: Hartmut Haenchen. Director de escena: Martin Kusej. Director del coro: Andrés Maspéro. Boris Timfeyevich: Vladimir Vaneev. Zinovi: Ludovit Ludha. Katerina Ismailova: Eva-Maria Westbroek. Serguéi: Michael König y elenco. Coro y orquesta titulares del Teatro Real. La función fue retransmitida en directo por Radio Clásica, de Radio Nacional de España.

Con la sala al completo se escucha esta noche la ópera estrenada en el Teatro Bolshoi de Moscú el 26 de enero de 1936 por su autor, Shostakóvich, que tenía sus dudas sobre la recepción de la obra por parte de las autoridades soviéticas.  Y no era para menos: se trata de un cuadro demoledor sobre la condición humana donde tan solo es posible que conserve la pureza la perrita que aparece en el primer cuadro donde se recrea la dacha y las instalaciones de los ricos burgueses rusos que tienen dinero pero a quienes se les escapa la felicidad y la paz de espíritu por entre los dedos. Un suegro libidinoso que cuida en principio los intereses de su hijo y heredero, pero no quita ojo a los encantos de su nuera, un primitivo propietario sin muchos más alicientes que vigilar su herencia, mientras abandona al aburrimiento a su mujer, una lejana evocación rusa de Emma Bovary con menos “charme” y más arrojo para conseguir lo que quiere. En su casa campestre, una especie de cárcel claustrofóbica, se va tejiendo la tela que engarza a uno tras otro a todos los personajes: primero el suegro es asesinado por Katerina, luego el marido. La boda posterior con el nuevo amante objeto de sus desvelos no trae la calma a las posesiones rurales de unos ricos infelices que representan el desasosiego de un microcosmos que tiene su correlato en la dictadura stalinista sin consuelo ni esperanza para nadie. El diario Pravda, comentando la obra de Shostakóvich escribió: la fuerza de la música, que puede llegar a arrebatar al oyente, se pierde utilizando los recursos más triviales en intentos formalistas de carácter pequeñoburgués y siempre estériles o en pretenciosos ensayos de originalidad. Pero este juego puede terminar muy mal”. Está claro que el régimen totalitario se dio cuenta del calado del mensaje del compositor y su texto, que transpira sordidez, miseria humana y falta de moralidad cívica y personal por todas partes. Difícil ópera ésta, verdadero desafío para un teatro y sus intérpretes, aunque salen muy bien parados los cantantes, el coro y la dirección orquestal, con un grupo de metales en medio del escenario en los dos primeros actos que completa y refuerza el dramatismo de la acción.Un paso más en el rastreo de la modernidad y la música contemporánea, el Real ha ofrecido la posibilidad de acercarse, como expresaba Gerard Mortier en sus planteamientos de llegada a la dirección del Teatro. El acercamiento y el descubrimiento difícil, a veces duro pero indispensable, revelador, a la estética contemporánea. La función se vio premiada con muchos aplausos, recompensa merecida para el gran esfuerzo de estos cantantes –actores cuya partitura no deja mucho lugar para tomarse un respiro. La perrita miembro del elenco, por su parte, se portó muy bien. Como se esperaba de ella.

CONTUNDENTES CONCIERTOS DE VALERY GERGIEV EN EL TEATRO REAL DE MADRID

Foto: Valery Gergiev - Javier del Real

Alicia Perris

Siempre es un lujo poder ver dirigir y escuchar el resultado sonoro de este mago de la dirección que es Valery Gergiev. Dentro del ciclo de Las Noches del Real, nos ha regalado dos conciertos fantásticos. El primero, el domingo 11 de diciembre por la tarde, Roméo et Juliette, en lengua francesa. Symphonie dramatique en tres partes para solistas, coro y orquesta, con libreto de Émile Deschamps, basado en la tragedia homónima de William Shakespeare. Ekaterina Gubanova, mezzosoprano. Kenneth Tarver, tenor. Mikhail Petrenko, bajo. Coro de la Generalitat Valenciana, bajo la dirección de Francesc Perales. Orquesta de la Comunitat Valenciana. Director musical, Valery Gergiev. Emotiva música y texto éstos de Romeo y Julieta con perfume de Shakespeare, fino, delicado y sutil, en el mejor estilo de cierta música francesa, donde la preponderancia recae en la masa orquestal, aunque el subrayado de las voces merece destacarse especialmente. Berlioz comenzó a trabajar en esta partitura en 1839 y tuvo a bien aclarar la cuestión de sus características: “El género de esta obra no será seguramente mal entendido. Aunque las voces son utilizadas frecuentemente, no es ni una ópera de concierto, ni una cantata, sino una sinfonía coral”. El estreno de la composición tuvo lugar en la Salle du Conservatoire el 24 de noviembre de 1839 con un éxito notable. Los principales intelectuales del momento asistieron a escucharla, entre ellos Richard Wagner y el escritor Honoré de Balzac, que dejó por escrito su impresión de la velada. Sin embargo, desde el punto de vista crematístico, la empresa fue ruinosa para Berlioz, que expresó en una carta a su hermana: “La gran música es la ruina”. Pero ¡qué ruina más hermosa! Una evocación dramática de las rencillas familiares con “unhappy end”, que insiste sobre la necesidad del buen entendimiento entre los seres humanos, reflexiva y conciliadora esta obra que habla de odios y venganzas, pero también de la fidelidad al amor y de cariño. Pese a que es conocido el argumento, se disfruta de todo. El texto, la música y el contexto. Preciosista y sutil la dirección del maestro Gergiev, imponente la capacidad de emocionar del coro, una orquesta potente que suena de maravilla y unos cantantes que se esmeran en hacer resplandecer una velada que es todo un descubrimiento. Muy bien el tenor Kenneth Tarver, contenida la ejecución de Ekaterina Gubanova y seductora la aportación expresiva de Mikhail Petrenko. Una delicia.

Martes 13 de diciembre. Las Noches del Real. Orquesta del Teatro Mariinski de San Petersburgo. Valery Gergiev, Director. Eugeny Nikitin sustituido por enfermedad, por el bajo Mikhail Petrenko. Valery Gergiev es el director general y artístico del Teatro Mariinski. Y un mito. Y una leyenda. Sin lugar a dudas el maestro que mejor dirige las obras de la tradición rusa, que se han vuelto de lo más exquisito del repertorio de conciertos, bajo su batuta, en los últimos años. Galardonado con numerosos premios, su figura parece multiplicarse porque está en todas partes: hoy en la sede de su teatro en San Petersburgo, mañana en Valencia o Madrid, al día siguiente en París. Bajo su dirección la orquesta del Mariinsky adquiere dimensiones extrasensoriales y escucharlo en directo es siempre una experiencia de lujo. En la Primera Parte del concierto Petrushka de Stravinski (1882-1971) sonó con una alegría y una luminosidad que solo un director ruso podría transmitir y comunicar. A continuación, los Cantos y Danzas de la muerte de Modest Musorgski ( 1839-1881) emocionaron al público adquiriendo unas cotas de musicalidad y emotividad fuera de lo común. El bajo Mikhail Petrenko, a quien ya habíamos escuchado en Roméo et Juliette de Berlioz dos noches antes, hizo un trabajo teatral y vocal impresionantes. Cálido, profundo, comunicativo, su voz resplandeció en un teatro donde-cosa poco habitual- no se oyó ni una sola tos, ni un carraspeo. Silencio absoluto explicable para acompañar lo inefable. La violencia vital de La consagración de la primavera de Stravinski puso punto final a una velada donde todo salió perfecto: una orquesta entregada y en completa consonancia con su director, un repertorio que no por conocido seduce menos y una musicalidad, la del bajo Petrenko, consiguieron obrar el milagro de la perfección que es difícil de conseguir en una sala de conciertos. De verdad, precioso y disfrutable.

viernes, 16 de diciembre de 2011

EL TEATRO REAL DE GERARD MORTIER AFIANZA SU ESTELA MUSICAL EN LA PROPUESTA OPERÍSTICA DE 2012-2013

Foto: Gerard Mortier

Alicia Perris

Es cuestión de aniversarios, estética, gustos, pero también de economía y disponibilidad monetaria. En el año en que la crisis más se ha hecho sentir en Europa y España, con los estadistas más importantes del continente reuniéndose varias veces a la semana para proclamar cuál es la situación (generalmente mala o muy mala) de las finanzas y las perspectivas económicas para el año entrante, el Teatro Real de Madrid presenta sus presupuestos y la programación para la temporada 2012-2013. Este año cierra con la mitad del déficit que tuvo en 2010 y la posibilidad de equilibrar gastos el próximo, cuando va a cumplir quince años de andadura. Se incluyen en los próximos meses variaciones en lo que supuso la balanza del 2011-2012, inclinada muy favorablemente hacia la ópera del siglo XX y se podrá disfrutar de obras como “Il Postino” (con Plácido Domingo como Pablo Neruda), una propuesta de Giacomo Puccini (aunque es conocido el desapego de Mortier por los compositores veristas) y tres obras de Mozart , dándole un espacio importante a este compositor de siempre. Juan Diego Flórez acudirá a su cita más o menos anual con “Los Pescadores de Perlas” de Bizet en versión concierto, mientras que regresan también Muti con “Los dos Fígaros”, en marzo y Rattle, que dirigirá a la Filarmónica de Berlín. La obra de Schoenberg Moisés y Arón con la orquesta de Baden -Baden-Friburgo y el Coro de la Academia Europea también estarán en Madrid. No tiene aspecto de excesiva austeridad la programación que comenzará cuando asuma el nuevo gobierno que ha cambiado el signo de la política española, sin que aparentemente este hecho afecte demasiado la actividad musical del Teatro.  El presidente del Patronato, Gregorio Marañón y Bertrán de Lys, recalcó el “enorme esfuerzo realizado para mantener el ambicioso proyecto del Teatro Real”, en “un momento de cambio político y grave crisis” y habló de música, pero, cómo no en estos tiempos, también de presupuesto, financiación y el papel que juegan en un teatro como éste las administraciones públicas (Ministerio de Cultura, el Ayuntamiento y la Comunidad de la capital). Generosa y amplia apuesta para una institución que comienza a afianzar una línea de trabajo y continuidad del esfuerzo con la bandera del cambio de perspectiva y de objetivos musicales en su cuaderno de bitácora. Así pues, buena singladura y mucho ánimo a Monsieur Mortier y a todo su equipo.

jueves, 15 de diciembre de 2011

LISZT – L’ULTIMO INCONTRO “FRANZ LISZT un musicista per l’Europa” – Torino, ottobre 2011/gennaio 2012

Foto: Massimo Viazzo

Renzo Bellardone

Pianezza (To) 12-11-2011 Chiesa del Gesù - In Festo Trasfigurationis Domini nostri Jesu Christi 1880 - R.W. Venezia 1883 - La lugubre gondola n.2 1885 - Recueillement 1877 - Unstern! Sinistre, disastro 1881 - Sancta Dorotea 1877 - Trűbe Wolken (nouages gris) 1880 - Schalflos! Frage un Antwort 1883 - Feierlicher Marsh zum heiligen Graal aus “Parsifal” 1882 - Wiegenlied (chant du berceau) 1881 - En rêve. Nocturne 1885 MASSIMO VIAZZO – pianoforte. LICIA DI PILLO - voce narrante

“L’ultimo incontro”: Liszt e la morte. Era questo il tema del quarto appuntamento del ciclo “Liszt un musicista per l’Europa”, omaggio torinese a Franz Liszt nel bicentenario della nascita, coordinato da Massimiliano Génot. Ed era proprio la presenza della morte ad insinuarsi, fatale, fra le note e le parole. Il finale, al buio, con solo due fioche luci, una sul pianoforte e l’altra sul leggio della narratrice, ed un Notturno (En rêve) che riempiva l’ambiente di un senso di inquietudine, di quell’impossibilità di cambiare l’esito ultimo, concludevano una serata raffinata dall’atmosfera suggestiva che pareva andare proprio dritta al cuore della poetica di Liszt, qui interpretato con tecnica ineccepibile da un concentratissimo Massimo Viazzo e raccontato con tutta l’ineluttabilità possibile, utilizzando l’intero spazio della chiesa barocca, da una più che immedesimata Licia Di PilloI brani eseguiti costituivano un’eccellente rarità in quanto non inclusi di solito nei programmi lisztiani. Già alle battute conclusive del primo pezzo entrava in scena la morte, la coprotagonista, con le fattezze di Licia Di Pillo, la quale, percorsa la navata centrale, raggiungeva l’altare maggiore dove troneggiava lo storico Steingraeber, il “pianoforte di Liszt”, trasportato qui per l’occasione direttamente da Bayreuth: “Sono venuta a prenderti”... e da qui un susseguirsi di emozioni che inchiodavano lo spettatore nell’attesa dell’evolversi musicale e letterario della performance. I testi tratti da “Morte a Venezia” di Mann, dal “Settimo Sigillo” di Bergman e dalle lettere dello stesso Liszt e di Richard Wagner erano parte integrante di uno spettacolo di forte ritualità che andava ben oltre i conosciuti confini del concerto o del melologo. Il timbro intenso e luminoso che intimamente Massimo Viazzo sapeva trarre dallo strumento del 1873, dalle caratteristiche coloristiche e dinamiche inconsuete rispetto a quelle degli strumenti moderni, aveva dell’incredibile: suoni avvolgenti, soffusi, caldi ed esasperatamente evocativi. I dubbi, le incertezze, le paure umane venivano tratteggiate con superba leggerezza: bastavano lo sfioramento di un tasto, l’uso accorto del pedale di risonanza, il prolungamento attonito di una pausa. Forse suggestionati dall’atmosfera della chiesa, luogo ideale per un concerto di elevazione spirituale, pareva che la musica sorgesse non dalla cassa armonica del pianoforte, ma che vagasse imprendibile nell’aria fino a raggiungere anche i cuori più induriti. Tintinnii come gocce d’acqua rimbalzanti su altra acqua (Sancta Dorothea), suoni prorompenti e sinistri (Unstern!), sciabordio e tocco di remi in un viaggio senza ritorno (La lugubre gondola), poesia dell’intimo (Recueillement), arpeggi dolcissimi (In Festo Trasfigurationis), musica che pareva salire da un calice prezioso (Parsifal), fino al conclusivo Notturno screziato dalla sconvolgente poesia di Rainer Maria Rilke “Esperienza della morte”, ripetuto come bis davanti al foltissimo pubblico visibilmente commosso.

Fidelio - Teatro Regio di Torino

Foto: Ramella & Giannese - Fondazione Teatro Regio di Torino.

Renzo Bellardone

Dai ‘Vespri Siciliani’ a ‘Fidelio’ attraversando le Nove Sinfonie. Questo è il progetto complessivo che il Regio di Torino ha sapientemente offerto ai suoi spettatori, invitandoli a percorrere insieme il cammino alla ricerca della libertà e inni ad essa attraverso i temi dominanti del percorso musicale compiuto dal Maestro Gianadrea Noseda presso il ‘suo teatro’. Seppur Opera ben poco rappresentata, la trama del Fidelio è nota. Unica composizione operistica del Maestro di Bonn, il ‘Fidelio’ è una pietra miliare nel panorama operistico, un monumento di riferimento compositivo e contenutistico che ancor oggi dopo quasi 200 anni dal suo concepimento, incantando,emoziona ancora. Il vigore direzionale di Noseda emerge anche in questa occasione, ma con la grande maturità del ‘dirigent’ ormai internazionalmente conclamato, sa scavare nella partitura fino all’introspezione più temibile: grande direzione, grande risultato. Il Coro del Regio, diretto dal Maestro Claudio Fenoglio, si rivela coprotagonista con accenti interpretativi decisamente di definizione. La regia di Mario Martone è apprezzabile per l’idea di realizzarla attraverso l’essenzialità metallica della scena fissa (di Sergio Tramonti) che varia solo al secondo atto per la scomparsa della casa del guardiano del carcere Rocco (un convincente Steven Humes) e della torre di controllo con tanto di altoparlanti. Per un’opera di cotanto spessore, rocambolesci espedienti registici, potrebbero apparire artificiosi, mentre l’evocato riferimento ai campi di concentramento nazisti , non fa che accentuare l’emozionalità della percezione. Le luci di Nicolas Bovey vengono usate con sapiente discrezione, come anche sobri, quindi ancor più pertinenti, sono i costumi di Ursula Patzak. Miranda Keys nei doppi panni di Leonore e di Fidelio offre una significativa prova vocale, affrontando i personaggi con la grinta della donna coraggiosa che tutto sa rischiare pur di liberare il proprio uomo dalle catene della soverchia ingiustizia. Kor-Jan Dusselejee è l’applaudito Florestan che nonostante la segnalazione di un improvviso disturbo vocale, ha offerto una prestazione di tutto spessore.  Il baritono Thomas Gazheli interpreta con piglio scenico e vocale il governatore Don Pizzaro. Marzelline ha il volto e la voce del delizioso soprano Barbara Bargnesi che si muove con agilità e destrezza senza nulla sottrarre alla vocalità. Il tenore Alexander Kaimbacher è qui Jaquino claudicante solo nella finzione scenica, ma non certamente nell’emissione gradevole. Robert Holzer è il basso profondo che da voce e corpo al ministro Don Fernando. Buone le prestazioni anche di Matthew Pena e Vladimir Jurlin rispettivamente primo e secondo prigioniero che danno la giusta impronta nella sempre commovente scena dei prigionieri lasciati uscire in giardino. Il Singspiel Fidelio, che ben poca fortuna ebbe nelle prime rappresentazioni, è un susseguirsi di Lieder e di momenti di partecipata commozione, dal duetto iniziale ‘Jetzt, Shätzchen, jetzt sind wir allein’ fino all’ultimo ‘O namenlose Freude’ , senza dimenticare il melologo, i recitativi, ma ancor più i terzetti ed i quartetti (’Er sterbe!!’). Sobria, ma interessante realizzazione, resa prestigiosa in buca ed efficace sul palco. La Musica vince sempre.

miércoles, 14 de diciembre de 2011

“FRANZ LISZT un músico para Europa” – Turín, octubre 2011/enero

Renzo Bellardone

Pianezza (To) 12-11-2011 Chiesa del Gesù – Iglesia de Jesús “FRANZ LISZT un músico para Europa” – Turín, octubre 2011/enero 2012. LISZT – EL ÚLTIMO ENCUENTRO - In Festo Trasfigurationis Domini nostri Jesu Christi 1880 - R.W. Venezia 1883 - La lugubre gondola n.2 1885 - Recueillement 1877 - Unstern! Sinistre, disastro 1881 - Sancta Dorotea 1877 - Trűbe Wolken (nouages gris) 1880 - Schalflos! Frage un Antwort 1883 - Feierlicher Marsh zum heiligen Graal aus “Parsifal” 1882 - Wiegenlied (chant du berceau) 1881 - En rêve. Nocturne 1885. MASSIMO VIAZZO – pianista. LICIA DI PILLO - narradora

“El ultimo encuentro”” Liszt y la muerte. Este era el tema de la cuarta entrega del ciclo “Liszt un músico para Europa”, el homenaje que Turín le hace a Franz Liszt en el centenario de su nacimiento, y que es coordinado por Massimiliano Génot. Precisamente la presencia de la muerte fatal, estuvo presente entre las notas y las palabras. El final, realizado en la oscuridad, con solo dos tenues luces; una sobre el piano y la otra sobre el atril de la narradora, y un Notturno (En rêve) que inundó el ambiente de un sentido de inquietud, de aquella imposibilidad de cambiar el último éxito; concluyó una velada de atmosfera sugestiva que llegó directo al corazón de la poética de Franz Liszt, que interpretado con una impecable técnica por un concentradísimo Massimo Viazzo y contado de la manera mas ineludible posible, utilizando el especio entero de la iglesia barroca, por la mas que equilibrada Licia Di Pillo. Las piezas interpretadas constituyeron una excelente rareza ya que no son incluidas habitualmente en los programas de Liszt. Ya en las notas finales de la primera pieza entró en escena la muerte, la protagonista, con los rasgos de Licia Di Pillo, quien recorrió la nave central de la iglesia y llegó hasta el altar mayor, desde donde dominaba el histórico Steingraeber, el “piano de Liszt”, transportado aquí y para la ocasión directamente desde Bayreuth. “He venido a llevarte”… y a partir de ahí una sucesión de emociones que metieron a los espectadores en la espera del desarrollo musical y literario de la presentación. Los textos extraídos de “Muerte en Venecia” de T. Mann, del “Séptimo sello” de Bergman y de las cartas del propio Liszt y de Richard Wagner, formaron parte de un espectáculo de fuerte ritualismo que estuvo muy bien, mas allá de los confines del concierto o del melologo. El intenso y luminoso timbre que de manera intima supo extraer Massimo Viazzo del instrumento de 1873, con coloridas y dinámicas características, poco habituales con relación a los instrumentos modernos; tuvo increíbles sonidos envolventes, ligeros, calidos y exasperadamente evocadores.  Las dudas, las incertidumbres y los miedos humanos fueron delineados con suma ligereza. Bastó solo el arranque de una tecla, el sabio uso del pedal de resonancia, la atónita prolongación de una pausa. Fue quizás la sugestión de la atmosfera de la iglesia, el lugar ideal para un concierto de elevación espiritual, lo que hizo parecer que la música surgiera no de la caja armónica del piano, si no que vagara de manera imparable por el aire hasta llegar a los corazones mas endurecidos. Tintineante como gotas de agua cayendo sobre mas agua (Sancta Dorothea) sonidos incontenibles y siniestros (Unstern!), ondas de agua y el toque de los remos en un viaje sin retorno (La lugubre gondola), poesía intima (Recueillement), dulces arpegios (In Festo Trasfigurationis), música que parecía salir de un precioso cáliz (Parsifal), hasta llegar el conclusivo Notturno coloreado de la sorprendente poesía de Rainer Maria Rilke ‘Experiencia de la muerte’ que fue repetida como bis frente a un tupido publico visiblemente conmovido.

lunes, 12 de diciembre de 2011

CACIULEANU OFRECE OTRA MUESTRA DE SU TALENTO EN SANTIAGO

Foto: Ballet BANCH -Rita Rossi bailarina. Credito. María Cecilia Vera

Johnny Teperman

Gigi Caciuleanu, el talentoso director rumano-francés, uno de los grandes creadores de la danza contemporánea que han pasado por nuestro país, cerró el exitoso año 2011, siempre al frente del Ballet Nacional Chileno, el BANCH, con otra muestra de su calidad artística. En ella, según lo definen los expertos, se brinda la expresión del alma a través del movimiento, traspasando los cuerpos de los bailarines. Todo ello lo muestra muestra el nuevo espectáculo coreográfico que cierra en lo que queda del año, la exitosa Temporada 2011 del conjunto de ballet moderno de la Universidad de Chile.(sin duda el principal del país en esta categoría) . Se trató de "Angeles", inspirado en inolvidables y románticas canciones del mítico conjunto musical chileno "Los Ángeles Negros", elegidas por Gigi Caciuleanu de entre el amplio repertorio del emblemático conjunto de música romántica.  La idea de hacer “Ángeles” surgió luego que Gigi Caciuleanu escuchara la abundante discografía del legendario grupo y contactara a su vocalista fundador, Germain de la Fuente. Al saberlo, el cantante se manifestó gratamente sorprendido. “La música de ‘Los Ángeles Negros’ me llama la atención cada día más porque ha ido tomando una jerarquía que en sus inicios no tuvo y porque ha atravesado el tiempo y las fronteras”, manifiesta el cantante actualmente radicado en Chile donde sigue cantando temas como “Porque te quiero”, “I volveré” o “Como quisiera decirte” que convirtieron al conjunto de la ciudad de San Carlos en el grupo de música romántica más popular de los años ’70 en Chile e Hispanoamérica.  Gigi Caciuleanu afirma que “se enamoró” de la música de “Los Ángeles Negros” y de la voz de Germain de la Fuente. “Trabajando en esta creación quise rendir un homenaje a los bailarines del Ballet Nacional Chileno, a sus facetas más escondidas que he aprendido a conocer y a amar”, afirma “Esta música marca una época y una calidad de voz que tiene un sello muy fuerte en el inconsciente popular. Hay mucha gente joven que hoy escucha las canciones de “Los Ángeles Negros”. Me impuse el desafío de trabajar con esta música y también el reto de no ocupar los textos de manera literal sino de jugar con las canciones. Así como una lágrima va más allá de la palabra, también un gesto, un movimiento puede ser más fuerte. Es vivir el movimiento de modo existencial de parte de los bailarines, no solamente de ejecutarlo sino de interpretar una historia que puede ser suya. Por eso jugar con esta música me pareció mucho más interesante que bailarla”, explica Caciuleanu. El director del Banch agrega que también en este espectáculo coreográfico ha planteado desafíos físicos a los bailarines, pero no solamente de técnica exterior como los saltos, las caídas, las vueltas o las piruetas sino también de cambios de tensión que están dentro de una misma frase coreográfica que dura 30 segundos. “No escogí las canciones de la obra porque fueran éxitos sino por la belleza de lo que decían, por su contenido”, manifiesta y agrega que los bailarines tienen que agregar su propia locura a la estructura coreográfica porque en la obra hay lugar para vivir las situaciones de una manera personal, cada uno con su pasado, sus deseos, sus experiencias”.En “Ángeles” los bailarines expresan a través de una exigente técnica que además de virtuosismo involucra sus propios sentimientos y experiencias, situaciones que vive la mayoría seres humanos como una separación o un reencuentro, contenido que está presente en canciones como “Y volveré”, “Porque te quiero”, “Como quisiera decirte”, “Amor por ti”, “Murió la flor” y muchas otras que toman otra dimensión en el trabajo de Gigi Caciuleanu y el Ballet Nacional Chileno.













viernes, 9 de diciembre de 2011

El británico Jan Latham-Koenig es designado Director Artístico de la Orquesta Filarmónica de la UNAM de México

•Iniciará en la Primera Temporada 2012 de la OFUNAM
•Impulsará el desarrollo de jóvenes directores y músicos mexicanos
•Además, trabajará en un proyecto operístico que se presentará en el verano

La Universidad Nacional Autónoma de México, a través de la Coordinación de Difusión Cultural y la Dirección General de Música, ha designado a Jan Latham-Koenig Director Artístico de la Orquesta Filarmónica de la UNAM, quien iniciará a partir de la Primera Temporada 2012 y tendrá un contrato con vigencia de dos años. De un nutrido grupo de directores huéspedes, tanto mexicanos como extranjeros, se decidió que el británico Jan Latham-Koenig era el indicado y sin duda traerá considerables beneficios al desarrollo del conjunto sinfónico universitario.  La carrera de Jan Latham-Koenig abarca un amplio espectro operístico y sinfónico. De origen francés, danés y polaco, estudió en el Real Colegio de Música de Londres, antes de ganar la Beca Gulbenkian. Su debut, dirigiendo Macbeth en la Ópera Estatal de Viena en 1988, fue un gran éxito y lo llevó a la fama internacional inmediata, para dirigir más de 100 funciones en Viena después de ser nombrado director huésped permanente en 1991. Ha trabajado con importantes casas de ópera como la de Berlín, la Estatal de Viena, la de Hamburgo, la de Roma, la Nacional de París, la Real Danesa y el Covent Garden de Londres, entre otras.  Además de su trabajo como Director Artístico de la OFUNAM, Jan Latham-Koenig colaborará con la Dirección General de Música en el proyecto de la Orquesta Juvenil Universitaria Eduardo Mata, con la cual ayudará a desarrollar nuevos talentos en dirección orquestal e instrumentistas. También, el Maestro estará a cargo del proyecto operístico que la Dirección General de Música ha realizado los últimos cuatro años, y que se llevará a cabo en el verano del 2012 y del 2013 en el Centro Cultural Universitario.

martes, 6 de diciembre de 2011

“LA VIUDA ALEGRE” DE Franz Lehár - TEATRO COLON DE BUENOS AIRES

Fotos: Teatro Colon de Buenos Aires

Dr. Alberto Leal

"La viuda alegre", opereta en tres actos. Libro: Víctor Léon y Leo Stein. Música: Franz Lehár. Elenco: Solveig Kringelborn, Matthias Hausmann, Lyuba Petrova, Benjamin Bruns, Reinhard Dorn, Norberto Marcos, Carlos Ullán, Gustavo Zahnstecher, Ernesto Bauer, Natalia Lemercier. Alejandro Meerapfel, Oriana Favaro, Rosemarie Klingenhagen, Marisú Pavón, Leonardo Estévez, Ariel Ramos. Iluminación: Roberto Traferri, Vestuario: Mini Zuccheri, Escenografía: Michael Yeargan, Coreografía: Rodolfo Lastra, Régie: Candace Evans, Ballet Lidia SegniCoro Peter Burian. Orquesta Estables del Teatro Colón Gregor Bühl

Franz Lehár, austriaco de nacimiento pero de ascendencia húngara, produjo 19 obras, siendo “La Viuda Alegre” su quinta composición y la que sin duda logró trascender hasta el presente como modelo en su género. Luego de padecer durante años versiones en español, que desnaturaliza la obra y no dejan de filtrar un sabor a zarzuela, es de celebrar que el Teatro Colón brindará la versión original en alemán, ganando la obra considerablemente, como lo hizo Juventus Lyrica años atrás. Siempre he creído que para cierre de una temporada, y en época estival, una obra más leve, argumental y musicalmente, es lo más adecuado y el público que concurrió el domingo pasado, en su mayoría turistas o gente no habitué del Colón, celebraron esta función. Con una puesta "art nouveau" de singular belleza creada por estadounidense Michael Yeargan en el 2001, un magnífico vestuario de Mini Zuccheri , siempre elegante y en estilo, y una excelente iluminación de Roberto Traferri, la parte visual fue un regalo para la vista. Desgraciadamente no tuvimos la misma suerte en la parte musical y vocal.
El maestro Gregor Bühl brindó una versión de trazos gruesos, tiempos acertados pero carente de sutilezas, que la partitura reclama, y con poco cuidado en la relación foso escenario. Seguramente un Director más relacionado con el género hubiera sacado mucho más partido de la misma. El Coro realizó una buena tarea, dentro del marco musical explicitado, mostrándose por momentos un poco estático, problema atribuible a la Reggie de Candace Evans. Ella supo mover con sentido a los solistas, ayudada en la mayoría de los casos por el buen sentido actoral de los mismos. Hubo buenos desplazamientos y algunos “gags” que fueron festejados. Por momentos el Coro permaneció totalmente estático no favoreciendo a la puesta como un todo. Rodolfo Lastra ideó una muy buena coreografía que fue ejecutada con brillantez por el Ballet estable, tanto en las primeras escenas como en el explosivo Can- Can. Un muy buen trabajo. Solveig Kringelborn, quien posee una muy buena figura y se mueve bien como actriz, está lejos de sus buenos tiempos vocales. Su cantó sonó desparejo, con un centro casi inaudible, agudos destemplados y un persistente vibrato en toda su extensión. Después de un año donde se repitieron muchos errores de casting me sigo preguntándome como el Teatro Colón hace las contrataciones…Creo que en nuestro medio varias sopranos pueden hacer un más decoroso papel del rol e internacionalmente cientos. Por lo menos un misterio…sin indagar más…Lyuba Petrova, a quien ya habíamos apreciado como una correcta Pamina, se mostró más cómoda en Valencienne. Cantó con seguridad, buena afinación, aunque su volumen parece no ser el más indicado para una sala como la del Teatro Colón, moviéndose bien como actriz. Matthias Hausmann, como Danilo, fue sin dudas el elemento más positivo del elenco. Posee una importante voz de barítono lírico, canta con buena técnica, preciso estilo y es un muy buen actor. Redondeó un trabajo ponderable y lo mejor desde el punto de vista vocal, ayudado además por su buena presencia escénica. Otro punto positivo de la representación fue el tenor Benjamin Bruns (Camille de Rosillon), poseedor de una buena voz de tenor lírico-ligero, considerable volumen y un canto libre, en estilo y excelente fraseo. Reinhard Dorn, (Barón Mirko Zeta), un bajo de larga trayectoria, cantó en buena forma y realizó una lograda composición del personaje. Del amplio elenco cabe destacar a Gustavo Zahnstecher, acertadísimo Njegus, mostrando un gran despliegue actoral. El resto del elenco local cumplió con corrección, adaptándose muy bien a un estilo al que no están acostumbrados. Marisú Pavón (Zozó), muy desenvuelta pero en una parte tal vez algo grave para su registro, Alejandro Meerapfel (Kromow), Norberto Marcos (Vizconde Cascada), Leonardo Estévez (Pritschitsch), Ernesto Bauer (Bogdanowitsch), Carlos Ullán (Raoul de St. Brioche) y Rosemarie Klingenhagen (Praskowia) entre otros. Una versión de “La Viuda Alegre” que no quedará en los anales del Colón, la Opera es básicamente canto y música y una muy buena versión visual no puede compensar otras falencias. Pero Lehár se presta para pasar un rato agradable y tratar de pensar poco en la muy cuestionada próxima temporada.





LO SFERISTERIO REALIZZA LE SCENOGRAFIE DEL NABUCCO CHE DOMANI DEBUTTERA’ AL TEATRO DELLA FORTUNA DI FANO

Foto: Massimo Gasparon, Paoletta Marrocu

C’è anche il lavoro delle professionalità e maestranze dello Sferisterio nell’allestimento dell’opera Nabucco di Giuseppe Verdi, che domani debutterà al teatro Fortuna di Fano, nel cartellone della stagione invernale  Sono state, infatti, realizzate a Macerata le scene e i costumi disegnati da Massimo Gasparon che cura anche la regia e le luci di questa produzione della fondazione Teatro della Fortuna di Fano. Il regista, che ha firmato il Rigoletto nell’edizione scorsa dello Sferisterio Opera Festival, si è affidato, per la realizzazione degli allestimenti e costumi, alle competenze dell’arena maceratese. Così le scenografie sono state realizzate dal laboratorio scenografico dell’associazione Sferisterio e i costumi, di proprietà dello Sferisterio, sono stati realizzati dalla sartoria Arianna di Piediripa. Due settimane di intenso lavoro in un periodo di “fuori stagione” per il teatro maceratese, che testimoniano il riconoscimento della professionalità e dell’imprenditorialità dell’arena maceratese. Ancora top secret l’allestimento scenografico dell’opera che sarà svelato solo domani con la prima dello spettacolo. Il lavoro presenta un cast di alto livello con Giovanni Meoni (che fu Rigoletto a Macerata), Paoletta Marrocu, Michele Pertusi, Luca Canonici e Agata Bienkowska. L’Orchestra sinfonica Rossini è diretta da Roberto Parmeggiani. L’opera sarà trasmessa in diretta web nel sito del teatro della Fortuna http://www.teatrodellafortuna.it/index.php/stagione-lirica-201112/114-nabucco

Llega La Fura dels Baus al Teatro Solís de Montevideo

Fotos: La Fura dels Baus

Los días 16, 17, 19, 20, 21 y 22 de diciembre, tendrá lugar en la Sala Principal del Teatro Solís la presentación de la compañía catalana La Fura dels Baus. En esta oportunidad presentarán la ópera "Orfeo y Eurídice" de Gluck, con la puesta en escena de Carlus Padrissa, fundador de la compañía en el año 1979. Sin duda esta puesta en escena será un broche de oro de la programación 2011 en el Teatro. La espectacularidad de las luces y proyecciones sobre el espacio escénico, la original inclusión de los músicos de la Orquesta Filarmónica de Montevideo dentro mismo del escenario, los juegos aéreos propuestos por una puesta en escena desafiante, forman parte de esta propuesta artística sin precedentes en nuestro medio. El germen de La Fura es un teatro callejero marcado por las técnicas circenses y la música en directo. Los ha caracterizado la utilización de la arquitectura del espacio público y el hecho de situar a los espectadores en el mismo plano que a los actores. Consiguen generar gran impacto a través de un teatro de imágenes, un tipo de dramaturgia muy visual y no textual. Cuando hacen ópera -como es el caso de lo que presentarán en diciembre en el Solís- convierten el teatro en un espectáculo total. Quieren llegar a la cabeza y al estómago de los espectadores y lo logran, transmitiéndoles sensaciones de forma muy directa.  Ver: http://www.lafura.com/
 
"Orfeo y Eurídice" (original: Orfeo ed Euridice) del compositor alemán Christoph Willibald von Gluck, con libreto de Raniero de Calzabigi y la puesta en escena de Carlus Padrissa, está basada en el mito de Orfeo, pertenece al género de acción teatral, que implica que la ópera parte de un tema de la mitología y utiliza danzas y coros.

Personajes: Orfeo , Eurídice , Amore

Ficha técnica:
Dirección musical: Mtro. Martín Jorge (Uru)
Director artístico: Carlus Padrissa (Esp)
Regie: Zamira Pasceri (Ita)
Iluminación Román Torres (Esp) y Carlus Padrissa
Escenografía: Carlus Padrissa y Jaume Grau (Esp)
Vestuarista: Aitziber Sanz (Esp)

Orquesta Filarmónica de Montevideo
Elenco: Orfeo Nidia Palacios (16, 19 y 21), Mariella Nocetti (17, 20 y 22)
Eurídice Sandra Silvera (16, 19 y 21), Marianne Cardoso (17, 20 y 22)
Amore Carla Domingues (16, 19 y 21), Sandra Scorza (17, 20 y 22)

Carlus Padrissa, breve reseña

Nacido en 1959 en Balsareny, Barcelona, autodidacta y ambidiestro. Fundador en 1979 de la compañía La Fura dels Baus, con la que ha actuado por los cinco continentes. En 1992 dirigió, junto a Alex Ollé, Mar Mediterrani, Mar Olímpic para la ceremonia de apertura de los Juegos Olímpicos de Barcelona. Dirige las actividades artísticas del barco Naumon, un viejo carguero reconvertido en moderno centro cultural flotante que ha navegado mas de 40.000 millas. En sus bodegas residió su propia orquesta y coro: La Naumon 415 Ensemble que interpretó la ópera Orfeo de Claudio Monteverdi (2007) para conmemorar los 400 años de la primera ópera de repertorio. En enero de 2011, mientras prepara el estreno del Les Troyens en la Ópera de Varsow, viaja a Oviedo para recoger el premio a la mejor dirección de escena de Der Ring des Nibelungen de Richard Wagner otorgada por los Premios Líricos Teatro Campoamor de Oviedo 2010. En la actualidad prepara también en la Ópera de Köln el estreno de Sonntag.



lunes, 5 de diciembre de 2011

Agrippina de Haendel - Ópera de Lille, Francia

Foto: Sonya Yoncheva (Poppea) - Gilles Abegg

La Ópera de Lille, en coproducción con la Ópera de Dijon, presentó Agrippina la opera que Handel compuso en Venecia en 1709 con apenas veinticuatro años de edad. Este dramma per musica que se distingue principalmente por la abundancia y la variedad de su brillante y refinada música, combina con eficacia dramática la épica con la tragedia y la comedia.  El éxito de esta producción se gestó en el foso, de la mano de la joven directora Emmanuelle Haïm, quien desde el clavecín mostró su autoridad y amplio conocimiento de un repertorio que le apasiona, y con mano segura y energía contagió a los músicos de su orquesta Le Concert d'Astrée para dar lo mejor de si mismos, y extrajo un sonido compacto, uniforme y colorido, pero sobretodo cargado de gran emotividad. Sobresalió particularmente la soprano Sonya Yoncheva quien encarnó el personaje de una  tentadora y seductora Poppea, mostrando un admirable manejo pirotécnico de la voz y un timbre brillante, ligero y cristalino.  A su vez, la soprano Alexandra Coku actuó con elegancia y desenvoltura al personaje de la intrigante Agrippina, a la que dotó de una voz profusa y penetrante, brillante en los agudos. Renata Pokupić cantó muy bien con su oscuro tono de mezzosoprano el papel de Nerón pero su participación escénica fue un poco anónima.  Emotivo y conmovedor por canto y actuación, se mostró el contratenor Tim Mead. El papel del obsesionado y neurótico Claudio fue confiado al bajo ingles Alastair Miles quien exhibió solidez vocal y buena línea de canto. Escénicamente divertidos y vocalmente correctos estuvieron el contratenor Pascal Bertin, como Narciso, y el barítono Riccardo Novaro como Pallante.  Escénicamente, el director de escena Jean-Yves Ruf, situó la obra en una época moderna, cercana a los años 50s, con elegantes vestuarios, pocos elementos en escena y algunas ingeniosas ocurrencias, la mas notable la de colocar a un hombre-perro o bestia en escena que acompañó en toda la función al personaje principal. Sorprendió la entusiasta reacción final mostrada por el público, en su mayoría conformado por jóvenes, lo que demuestra el gusto y la vigencia que tiene la opera barroca en Francia. RJ

Le Nozze di Figaro - Opera Royal de Wallonie, Liegi.

Foto: Jacky Croisier / ORW

L’Opéra di Wallonie di Liegi ha proposto la celebre opera buffa mozartiana Le Nozze di Figaro, opera che era stata rappresentata qui per l’ultima volta nel 2000. La regia dello spettacolo è stata affidata al regista belga Philippe Sireuil, che si è concentrato ad esaltare la relazione tra il Conte e Susanna rinunciando alla leggerezza e alla naturale comicità della vicenda, provocando a volte reazioni spropositate dal punto di vista attoriale e movimenti esagerati da parte dei protagonisti. In ciò poco aiutato dal ridotto spazio del palcoscenico de Palais Opera, sede temporanea della compagnia in attesa della riapertura del Theatre Royal, chiuso per lavori. Le scene di Didier Payan hanno creato un contesto rigido e poco attraente nel quale gran parte dell’azione si realizzava dentro un salone con pochi elementi scenici e il finale in un giardino buio. In evidenza, invece, gli eleganti costumi d’epoca di Jorge Jara e le brillanti luci sempre di Sireuil, che parevano dar maggior varietà e fluidità alla scena. Qualche problema anche nella buca orchestrale, in particolar modo nei primi due atti nei quali si notava mancanza di sincrono con i cantanti, anche a causa di alcune disattenzioni del pianista, qui direttore d’orchestra, Christian Zacharias. Per contro nel prosieguo dell’opera le cose sono andate decisamente meglio. Il soprano Cinzia Forte dava vita ad una raffinata ed elegante Contessa che vocalmente esibiva un timbro caldo, omogeneo e di tonalità ricca. Mario Cassi mostrava una simpatica comunicativa personale e il suo Figaro era solido ed espressivo vocalmente, e Jennifer Rivera esibiva sicurezza vocale e libertà nel ruolo di Cherubino. Il baritono Wiard Witholt ha impersonato il ruolo di un Conte aggressivo e ha cantato con voce di grande ampiezza. Il soprano Anne Catherine Gillet, ha interpretato la parte di Susanna con disinvoltura e simpatia mostrando una voce flessibile di buon colore. Corretti il resto del cast ed il coro. RJ

Cosi fan tutte - Los Angeles Opera

Foto: Robert Millard / La Opera

La colorita produzione scenica di Nicholas Haytener importata dal Festival di Glyndebourne con un gruppo vocalmente omogeneo  di noti interpreti è stata la chiave per reintrodurre questo repertorio in modo soddisfacente in questo teatro, commedia mozartiana che mancava qui dal 1996.Il punto più debole della rappresentazione è stata la direzione scenica di Ashley Dean che non è stato capace di estrarre in modo convincente la naturale comicità contenuta nell’opera Il cast è stato dominato dal basso Ildebrando D’Arcangelo, un Guglielmo dalla voce di emissione portentosa, colorita musicalità e carismatica in modo molto naturale; e il soprano Aleksandra Kurzak che ha interpretato correttamente il ruolo di Fiordiligi, convincendo soprattutto per la sua nitida ed agile linea di canto. Saimir Pirgu ha dotato di eleganza interpretativa il ruolo di Ferrando, mentre il mezzosoprano Ruxandre Donose dava rilievo a Dorabella grazie ai toni scuri del suo timbro e ad una emissione tecnicamente impeccabile. Corretto vocalmente, ma carente di  autorevolezza scenica, si mostrava Lorenzo Regazzo come Don Alfonso. Raggiante, astuta era la Despina di Roxana Constantinescu, giovane mezzosoprano di notevoli qualità. James Conlon ha maneggiato i tempi e le dinamiche della partitura con entusiasmo ed energia, estraendo suono omogeneo e lucida musicalità. RJ

viernes, 2 de diciembre de 2011

Filippa Giordano en Bellas Artes

Foto: Filippa Giordona

Flacidez Filippa Giordano en Bellas Artes

José Noé Mercado

Tan pronto se dio a conocer que la cantante italo-mexicana Filippa Giordano se presentaría en el Teatro del Palacio de Bellas Artes, indignados y puristas líricos pusieron el grito en el Facebook. No concebían que una célebre intérprete crossover, de esencia pop pero que a su manera ha abordado piezas del repertorio clásico, pudiera presentarse en nuestro máximo escenario artístico, donde incluso figuras del canto operístico mexicano no figuran. El concierto presentaría a Giordano para festejar los 150 años de la Unidad Italiana, en una gala organizada por la Sociedad Dante Aligheri que dirige Giovanni Capirossi, en la que participaría la Orquesta de Cámara de Bellas Artes dirigida por Alfonso Ibarra y el tenor invidente Alan Pingarrón, uno de los ganadores del reality show Ópera Prima transmitido por Canal 22 en 2010. Las críticas y denuestos, por supuesto, no se enfocaron en el joven mexicano Pingarrón y en su discapacidad que en un escenario inevitablemente despierta reacciones emocionales, sino en la raíz pop de Filippa Giordano y en el por qué las instituciones culturales facilitaban Bellas Artes, sin siquiera una renta de por medio, para esta gala.  No fueron pocos los insultos que en redes sociales se lanzaron contra la cantante siciliana ahora avecindada en Puerto Vallarta, por buena parte de la comunidad lírica mexicana. Incluso la que vive fuera del país. Y no faltó quien aseguró que acudiría a sabotear el concierto, abuchearía a Giordano o le arrojaría tomates en muestra de desaprobación y rechazo. No en demasía, pero algunas voces especializadas también esgrimieron argumentos a través de la prensa. En entrevista, yo expresé que la cantante no contaba con las credenciales vocales y artísticas necesarias para presentarse en lo que debería ser un recinto emblemático que presente lo más granado del arte nacional e internacional. Lo que igual no significa nada porque al parecer esas credenciales últimamente ya no son requeridas en Bellas Artes, a juzgar por algunos espectáculos albergados de mediocridad insoportable como OperAérea. Todo esta introducción para consignar que este 26 noviembre la Gala con Giordano se celebró sin novedad que interrumpiera el festejo de la comunidad italiana en nuestro país y la relación entre Italia y México. Cero abucheos, cero tomates, cero rastro de aquellos inconformes de red social que ilustran el viejo y conocido refrán del perro que ladra y que dejan al descubierto el músculo flácido de la comunidad lírico-musical para oponer discursos razonables y acciones congruentes a los designios oficiales con los que no están de acuerdo. Filippa Giordano mostró una dignidad como cantante que no puede discutirse y un respeto por el recinto y el público asistente que algunos intérpretes clásicos a veces no muestran con poco estudio, sin talento y sin saberse la partitura, fogueándose, sin entrega artística o con un canto de dudoso gusto. Giordano no hizo nada pop y se apegó al estilo de la tradición lírica, si bien su voz es diminuta, microfónica, y la técnica no le alcanza para resolver del todo las obras que decidió abordar: Ave María de Schubert. duetos de Non ti scordar di me, Don Pasquale y Traviata, además de arias de Adriana Lecouvreur, Gianni Schicchi y Suor Angelica. Giordano no es un prodigio vocal ni lo será, pero no se expuso al desfiguro y lo que cantó lo hizo con afinación y musicalidad. En cambio, Alan Pingarrón, quien llevó el peso del concierto con fragmentos de La travata, L’elisir d’amore, Tosca y Turandot, presentó un canto emotivo pero lleno de defectos, tendiente a la desafinación, al fraseo irregular y, lo que es peor, con su afán de imitación de Luciano Pavarotti. Querer sonar a Pavarotti, por cierto, no equivale a serlo y ni siquiera a parecerlo. Como tampoco es ni parece un gran chef quien sólo prepara Maruchan’s o, por su sencillez, su equivalente operístico: Toscas, Butterflies o Cavallerias y Pagliacci’s, que es lo que viene ahora en Bellas Artes.

Tannhauser - Opera di Parigi, Francia.

CREDIT : Opéra national de Paris/ Elisa Haberer

La sublime e romantica musica contenuta nell’opera Tannhauser è profondamente radicata nel gusto del pubblico dell’Opera di Parigi, che ha seguito lo svolgimento del lavoro con molta attenzione, premiando con entusiasmo sfrenato tutta la compagnia al termine della recita. Presentata, e non poteva essere diversamente, nella versione parigina che Wagner creò in questo teatro nel 1861, questo allestimento ha lasciato soddisfatti sia i wagneriani che i non wagneriani presenti per alto livello artistico complessivo La parte visiva è stata affidata all’ingegnoso Robert Carsen, con le scenografie di Paul Steinberg e le luci dello stesso Carsen, una coproduzione con il Liceu di Barcellona e L’Opera Nomori di Tokyo; Carsen ha situato la vicenda in epoca moderna con personaggi che vestivano i panni di pittori che lottano per sopravvivere in un ambientazione bonemienne. Così il Venusberg era uno studio di pittura scuro e sporco in cui il protagonista tentava di dipingere senza esito un nudo di Venere. Il balletto del primo atto era trasformato in un baccanale di artisti, con pochi elementi scenici, qualche sedia, utensili per dipingere come cornici, tele, cavalletti, pennelli, tutto iiluminato in bianco e nero creando immagini molto suggestive. Elisabetta era la modella che ispirava Tannhäuser a diventare un pittore di successo che alla fine esibiva i suoi quadri in una galleria ricca di grandi opere. Il cast vocale era capeggiato da Christopher Ventris heldentenor di colore robusto e seducente colore lirico come Tannhauser. Nina Stemme ha dato vita ad una delicata e toccante Elisabetta che conquistava con la sua voce fluida piena di sfumature e di accenti. Il mezzo-soprano Sophie Koch piaceva per la sua interpretazione di Venere, con un suono equilibrato e chiaro e musicalmente notevole, e il baritono Stéphane Degout dava vita ad un solido e credibile Wolfram con un canto caldo ed espressivo. Corretti gli altri cantanti del cast. Di fronte all’ orchestra Sir Mark Elder ha condotto una lettura attenta e dettagliata, in cui egli ha cercato di esaltare la ricchezza musicale della partitura, creando straordinari passaggi orchestrali, con una ispirata seduzione degli ottoni. Rj