lunes, 30 de diciembre de 2013

La Traviata - Teatro alla Scala, Milano

Foto: Marco Brescia & Rudy Amisano

Massimo Viazzo

La Traviata, che ha inaugurato la nuova stagione e che ha chiuso l’anno verdiano al Teatro alla Scala di Milano, ha diviso il pubblico degli appassionati. Soprattutto è la regia ad essere stata messa sul banco degli imputati. Lo spettacolo firmato da Dmitri Tcherniakov puntava soprattutto sulla psicologia dei personaggi facendo piazza pulita delle convenzioni che caratterizzano l’opera: quindi niente “zingarelle” che ballano alzando la gonnella, niente “mattadori” che piroettano, niente morte di Violetta nel tradizionale letto … E questo per i melomani italiani più incalliti non è ancora accettabile … E deve aver dato fastidio anche il secondo atto durante il quale Alfredo e Violetta cantavano le loro sublimi melodie mentre preparano da mangiare in una rustica cucina. Eppure la lettura di Tcherniakov era rispettosa di libretto e musica, non trattandosi assolutamente di Regietheater.  Per chi scrive, il lavoro effettuato dal regista russo, quello cioè di puntare tutto sui sentimenti più intimi dei personaggi lasciando da parte le esteriorità, è parso molto convincente. Questa Violetta ama, sa amare e vuole amare, e il fatto che sia anche un prostituta non interessa molto al regista russo. E Tcherniakov non si sofferma più di tanto nemmeno sulla malattia di Violetta, che qui sembra più una malattia interiore conseguenza della sua disperata situazione sentimentale. L’impegno nel tratteggiare con grande scrupolo e minuziosità il carattere dei protagonisti, dei quali viene indagata ogni increspatura e ogni mutamento seppur minimo, sono la cifra vincente di uno spettacolo ambientato in spazi chiusi, alla Bergman, ma non claustrofobici. Daniele Gatti ha diretto l’Orchestra della Scala con grande perizia, rallentando qua e là i tempi. Quello che si è perso talvolta in tensione e stringatezza negli accompagnamenti lo si è guadagnato in scavo e profondità drammatica. A volte però l’orchestra è parsa un po’ pesante, Grande prova per Diana Damrau. Il soprano tedesco ha saputo cogliere le sfaccettature del personaggio verdiano con una voce salda, un timbro liricamente rotondo e un accento emozionato. L’attrice è straordinaria e la cantante impeccabile. Brava! A suo agio nei panni di Alfredo il tenore polacco Piotr Beczala: canto vigoroso e appassionato, e tecnica affidabilissima, mentre Zeliko Lucic ha interpretato un Germont sonoro ma non molto vario, monolitico anche nell’emissione, sicura ma poco fantasiosa. Bravo il coro e discrete le parti di fianco.

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