jueves, 14 de mayo de 2015

Turandot - Teatro alla Scala, Milano

Foto: Brescia&Amisano

Massimo Viazzo

La Scala ha inaugurato Expo Milano 2015 con una applaudita produzione di Turandot. Il capolavoro pucciniano mancava da quattro anni dal palcoscenico scaligero, ma è la prima volta che viene eseguito con il bellissimo finale di Luciano Berio, un finale in diminuendo, più sfumato e molto più credibile di quello solito ottimistico e trionfale firmato da Alfano. Riccardo Chailly, che conosce molto bene quest’opera, ne ha offerto una lettura molto dinamica e teatrale e per certi versi barbarica, con l’esaltazione delle percussioni e delle ritmiche più ossessive, il tutto con una connotazione timbrica chiaramente novecentesca. Un successo convinto per la prima prova del nuovo direttore musicale del teatro milanese. Come molto apprezzato è stato anche il collaudato allestimento curato da Nikolaus Lehnhoff, il quale ha eliminato nella sua visione dell’opera ogni cineserie da cartolina illustrata, calando invece Turandot in un clima claustrofobico decisamente più orwelliano. Venendo ai cantanti, molto convincete è stata la prova di Nina Stemme, una Turandot salda e svettante come si conviene alla più pura tradizione nordica. Calda ed emozionante, invece, la Liù di Maria Agresta, un soprano tecnicamente agguerrito e dalla timbrica morbida. Più stentoreo e a tratti forzato Aleksandrs Antonenko nei panni di un Calaf timbricamente poco accattivante e dal fraseggio monotono. Coinvolgenti e ben coordinati i tre ministri - Ping, Pang e Pong - interpretati con buona dizione da Angelo Veccia, Roberto Covatta e Blagoj Nakoski. Un po’ opaco invece il Timur di Alexander Tsymbalyuk, sicuro Carlo Bosi come Imperatore e Coro del Teatro alla Scala sempre sugli scudi.

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