lunes, 14 de mayo de 2018

Francesca da Rimini - Teatro alla Scala, Milano

Foto: Brescia&Amisano -Teatro alla Scala, Milano

Massimo Viazzo

Riccardo Zandonai, compositore italiano cresciuto nel clima musicale della “Giovane Scuola”, ma presto interessato ad esperienze armoniche e coloristiche d’Oltralpe e Mitteluropa, è praticamente ricordato per un solo titolo: Francesca da Rimini. L’opera, tratta da un dramma di Gabriele D’Annunzio e ispirata al noto episodio della Divina Commedia di Dante, è in effetti un grande capolavoro del teatro musicale italiano, peraltro non molto frequentato. E ha fatto bene la Scala a programmarla a quasi sessant’anni dalle celebri recite con Magda Olivero e Mario Del Monaco. Questa volta se Maria Josè Siri nei panni di Francesca non ha deluso, anzi è piaciuta per la sicurezza della sua emissione, la morbidezza del fraseggio e la finezza timbrica, non così ha convinto Marcelo Puente, l’interprete di Paolo, la cui voce, di interessante colore brunito, non è parsa ben proiettata, ed è sembrata priva dello smalto necessario per cantare al meglio un ruolo basato spesso sul declamato. Potente, vigoroso e debordante il Gianciotto Malatesta di Gabriele Viviani, mentre Luciano Gangi ha impersonato un Malatestino, giustamente persuasivo ed insinuante, ma sempre cantato con dizione nitida, tecnica ferrata e squillo. Tra i molti ruoli di contorno, tutti professionalmente corretti, un plauso va senz’altro alla espressiva Smaragdi di Idunnu Münch.  Lo spettacolo curato dal regista David Pountney è stato di grande impatto visivo con una scena circolare chiusa sullo sfondo da un imponente mezzobusto femminile simbolo di bellezza e purezza (e che poi nel prosieguo dell’opera verrà trafitto da numerose lance), e sul davanti da una struttura ferrigna mobile, una specie di muraglia semicircolare, un reticolato di scale e aperture di vario tipo, incombenti e minacciose. Da ricordare la fine del primo atto con l’entrata muta di Paolo in armatura dorata su cavallo dorato sulla sontuosa pagina sinfonica composta da uno Zandonai in stato di grazia. E anche di grande effetto la fine del secondo atto con la trasformazione della struttura scenografica in una vera e propria macchina da guerra con un gigantesco cannone al centro puntato verso la platea. Fabio Luisi, che ha lavorato molto in teatri di area tedesca, si è trovato a meraviglia con questa ricca partitura evidenziandone gli impasti timbrici e la ricchezza armonica, senza perdere mai di vista il passo teatrale. Orchestra e Coro del Teatro alla Scala in gran forma.

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