Fotos: INBAL/ GPBA - Bernardo Arcos Mijalidis
José Noé Mercado
Opera-Musica Foto: Die Feen - Wagner - Théâtre du Châtelet, Paris - 04/2009(c) Marie-Noëlle Robert.
Fotos: INBAL/ GPBA - Bernardo Arcos Mijalidis
José Noé Mercado
Massimo Viazzo
Il Teatro alla Scala ha riproposto la Tosca di Giacomo Puccini (1858-1924) che aveva
inaugurato la stagione 2019/2020. La regia di Davide Livermore è stata ripresa correttamente in questa occasione
da Alessandra Premoli. Di quella Tosca si era già scritto su queste
pagine a suo tempo, e oggi si può tranquillamente confermare il
risconto molto positivo suscitato già allora dallo spettacolo
creato dal regista italiano con il suo staff costituito da
Giò Forma (scene), Gianluca Falaschi (costumi), Antonio
Castro (luci) e D-Wok (video). Livermore ha dato un taglio cinematografico alla sua messa in scena utilizzando
I mezzi tecnologici che gli sono abituali (davvero suggestivi e di
grande impatto i continui sollevamenti e le rotazioni
degli elementi architettonici) senza alcun
stravolgimento del libretto. E in questi tempi è un grande merito, visto cosa succede su certi palcoscenici
operistici dove non solo si fanno riletture cervellotiche
della trama, ma sta diventando di moda modificare
addirittura le parole del testo. E questo mi pare
inaccettabile. Livermore è un musicista, un tenore per la precisione, e questo si nota sempre nei suoi allestimenti. I
cantanti, infatti, sono sempre messi nella condizione di
potersi esprimere al meglio in palcoscenico, senza
bizzarrie insensate come quelle di farli cantare
in bilico su una corda sospesa o a testa in giù. Quindi ben venga una Tosca come questa, ipertecnologica, che guarda al cinema,
ma che guarda soprattutto alla musica, rispettandola e
valorizzandola. E così la celebre vicenda dei
due amanti Tosca e Cavaradossi e del brutale e lussurioso Scarpia,
vicenda che si svolge a Roma il 17 giugno 1800 tre
giorni dopo la vittoria di Marengo (Piemonte) delle truppe di Napoleone contro l’esercito austriaco di Melas (e l’esultanza di
Cavaradossi «Vittoria! Vittoria!» durante il suo interrogatorio
nel secondo atto, un gesto di sfida nei confronti di
Scarpia, si riferisce proprio a questo avvenimento), scorre
fluida e comprensibile, avvince e convince. Mentre la regia di Livermore ha nuovamente fatto centro, la
direzione di Michele Gamba ha sofferto di una certa
mancanza di tensione narrativa. L'incedere un po’
smorto (soprattutto nel primo atto), un tessuto orchestrale a volte un
po’ sottotono, qualche scollamento tra buca e palcoscenico non hanno
consentito una resa teatrale del tutto efficace. Ricordo anche che Gamba
ha adottato la nuova edizione critica dell’opera (Parker) che
si rifà alla prima rappresentazione assoluta avvenuta a Roma al
Teatro Costanzi il 14 gennaio 1900, edizione già utilizzata da
Riccardo Chailly nel 2019 e che recuperavapagine espunte da Giacomo Puccini
dopo quella première. È stato possibile ascoltare, tra
l'altro, una frase supplementare nel duetto del primo atto tra Mario e Tosca, anche un brevissimo dialogo a due al
termine di Vissi
d'Arte, pure
una parte a cappella nel Te Deum, e qualche battuta in più nel
Finale dell'opera. Nel ruolo della protagonista Elena Stikhina è piaciuta per l’incisività del suo canto. Una Tosca volitiva la sua. Ma una dizione a volte poco
chiara e un canto spesso di forza, privo di
flessuosità e morbidezze, le hanno impedito di tratteggiare un
personaggio rifinito. Anche l’accento è parso un po’ monocorde con dinamiche tendenti spesso al forte.
Il suo Vissi d’arte è parso quindi un po’ anonimo. Poco sfaccettato anche il
Mario Cavaradossi interpretato da Fabio Sartori, un tenore che però vocalmente in scena non si
risparmia mai, ma la cui linea di canto non pare molto variegata. La sua è stata comunque una prova in crescendo, culminata con un commosso E
lucevan le stelle che
ha meritato il più lungo applauso della serata.
Vero mattatore è stato Amartuvshin Enkhbat, considerato oggi uno dei migliori
baritoni sulla scena internazionale. Il suo Scarpia è piaciuto per
rotondità timbrica, dizione curatissima, mobilità di fraseggio.
Enkhbat ha offerto un ritratto del barone Scarpia di
grande intensità drammatica, intelligente, mellifluo,
lascivo e spietato. Del baritono mongolo hanno colpito la saldezza dell’emissione, la sontuosa proiezione vocale,
la bellezza timbrica e la sua capacità di rifinire le frasi. Insomma,
un fuoriclasse! Carlo Bosi è un maestro nelle parti
secondarie di tenore, e il suo Spoletta è stato pressoché
perfetto; come pure il Sagrestano di Marco Filippo Romano. Questi due artisti fanno della
tecnica vocale e della dizione limpida e scandita un atout vincente
riuscendo a dare il giusto rilievo a due ruoli così
importanti spesso un po’ trascurati. Convincenti anche Huanhong Li nei panni di Angelotti, Costantino Finucci in quelli di Sciarrone, Xhieldo Hyseni (Accademia del Teatro alla Scala) come Carceriere e Valentina Diaz (Coro di Voci Bianche delTeatro alla Scala) come
giovane Pastore. E sempre affidabile il Coro del Teatro alla Scala diretto da Alberto
Malazzi.
Foto: Brescia&Amisano
Massimo Viazzo
Daniele
Gatti volvió al podio de la Filarmonica della Scala
con un programa de fuerte impacto expresivo que inició con una lectura del todo
mahleriana del Langsamer Satz de Anton Webern (1883-1945), originalmente
compuesta para cuarteto de cuerdas y que aquí fue interpretada en la
transcripción para orquesta de cuerdas.
Se pudo apreciar una vivida tensión entre las líneas musicales y una
constante búsqueda de timbres flexibles y suaves. Esta es una obra juvenil, compuesta en 1905,
que refleja la fase de transición estilística que llevaría al compositor alemán
desde allí, a convertirse al poco tiempo en uno de los fundadores de la Segunda
Escuela de Viena. Gatti dio una lectura crepuscular, sofisticada, plena de
matices, pero no autorreferencial. Pretendo decir que al escucharla se percibió
el nuevo espíritu que desde allí habría guiado la música hacia nuevos
horizontes, como cuando salió al escenario Frank Peter Zimmermann,
sosteniendo su violín como si un círculo se hubiese cerrado. De hecho, Alban Berg (1885-1935) compuso su magnífico
Concierto para violín y orquesta “A la memoria de un ángel” en 1935 como
conclusión de un recorrido creativo que no solo lo había visto ser un
protagonista de la Segunda Escuela de Viena, sino que además lo había llevado a
reevaluar y repensar la dodecafonía y la serialidad. El ángel a quien Berg le había dedicado su
última obra fue a la hija de Alma
Schindler, exmujer de Gustav Mahler, quien había muerto prematuramente. Frank
Peter Zimmermann dominó la ardua
partitura tocando con precisión y con un lirismo sobrio y encantado, y
coadyuvado por la baqueta de Gatti, logró que fueran naturales y gratas las
variadas implicaciones dodecafónicas (por demás, ya suavizadas por el
compositor). La emoción fue palpable en cada nota y los dos intérpretes
tendieron a crear un arco expresivo único que supo tocar en lo más profundo,
entre momentos de incandescente tensión y otros más delicados e impregnados de
una dulzura íntima, que, sin embargo, nunca es un fin en sí mismo. Las dos
partes que constituyeron el concierto, cada una se dividió en dos partes adicionales
(I.Andante-Allegretto; II.Allegro-Adagio) creando así un viaje de vida, muerte
y transfiguración. Zimmermann tocó mostrando una entonación absolutamente
perfecta y la integración de su violín con la Filarmonica della Scala fue
total. A las numerosas peticiones de bis,
el violinista alemán, respondió con una fantasiosa ejecución del Adagio que
abre la Sonata n. 3 en do mayor para violín solo de Johann Sebastián Bach. La segunda parte del concierto comprendió Die
Meistersinger, an orchestral tribute, una transcripción orquestal sobre
la ópera de Richard Wagner (1813-1883) que fue elaborada por Henk de Vlieger
(1953) hace una veintena de años. Esta
suite de Dei Meistersinger no solo contiene los típicos momentos sinfónicos,
preludios y danzas de la obra, sino también piezas vocales (naturalmente
transcritas) como por ejemplo el monologo de Sachs y el Preislied de
Walther, en un compacto de la ópera wagneriana de casi una hora de duración. Quien
no ama este tipo de operación (es decir la ópera de Wagner reducida a la sola
elaboración sinfónica) tuvo que cambiar de opinión esta noche, porque la
interpretación ofrecida por Gatti tuvo un considerable impacto. El director
milanés consiguió recrear el clima expresivo de la obra por igual, incluso sin
las voces. A Daniele Gatti le gusta
tanto esta ópera que ya la ha dirigido en La Scala hace algunos años y el
próximo verano subirá con esta partitura al podio del Festspielhaus de Bayreuth.
Su Wagner fue poco teutónico, ya que Gatti trabajó sobre el color orquestal y
el fraseo, resultando hacerlo dúctil, muy suave y vaporoso. También en los
momentos dinámicamente más robustos, el sonido no estuvo nunca rígido ni
desbordante. Pero fueron sobre todo esos
nuances en los timbres, los matices dinámicos, y la sutileza en la
ejecución de las líneas musicales lo que entusiasmó, mostrando un lado más
humano del compositor alemán. Adicionalmente, una tensión narrativa muy teatral
nos situó de golpe en el escenario, tanto así, que parecía que se asistía
verdaderamente a una representación de Meistersinger. Al final, fue un éxito
para Danielle Gatti, que cabe recordar, que dirigió el concierto de memoria
mostrando un excepcional conocimiento de un repertorio del cual es hoy un punto
de referencia.
Massimo Viazzo
Daniele Gatti è tornato sul podio della Filarmonica delle Scala con un programma di forte impatto espressivo aperto da una lettura del tutto mahleriana del Langsamer Satz di Anton Webern (1883-1945), originariamente scritto per quartetto d’archi e qui eseguito nella trascrizione per orchestra d’archi. Si sono apprezzate una vivida tensione tra le linee musicali e una ricerca costante di una tímbrica flessuosa e morbida. Questa è una pagina giovanile, composta nel 1905, che rispecchia la fase di transizione stilistica che porterà il compositore tedesco di lì a poco a diventare uno dei fondatori della Seconda Scuola di Vienna. Gatti ne ha dato una lettura crepuscolare, sofisticata, piena di sfumature, ma non autoreferenziale. Intendo dire che all’ascolto si percepiva lo spirito nuovo che di li a poco avrebbe guidato la musica verso nuovi orizzonti. E quando è salito sul palco Frank Peter Zimmermann imbracciando il suo violino è come se il cerchio si fosse chiuso. Alban Berg (1885-1935) infatti compose il suo magnifico Concerto per violino e orchestra «Alla memoria di un angelo» nel 1935 a conclusione di un percorso creativo che l’aveva visto sì protagonista della Seconda Scuola di Vienna ma che lo aveva anche portato a rileggere e ripensare dodecafonia e serialità. L’angelo a cui è dedicato l’ultimo lavoro di Berg è la figlia di Alma Schindler, ex moglie di Gustav Mahler, prematuramente scomparsa. Frank Peter Zimmerman domina l’ardua partitura suonando con precisione e con un lirismo sobrio e incantato, e coadiuvato dalla bacchetta di Gatti riesce a rendere naturali e godibili le varie implicazioni dodecafoniche (peraltro già ammorbidite dall’autore). L’emozione è palpabile in ogni nota e i due interpreti tendono a creare un unico arco espressivo che sa toccare nel profondo tra momenti di tensione incandescente e altri più delicati e intrisi di intima dolcezza, mai fine a se stessa però. Le due parti di cui è costituito il concerto, ognuna delle quali suddivisa in ulteriori due parti (I.Andante-Allegretto; II.Allegro-Adagio) formano così un tragitto di vita, morte e trasfigurazione. Zimmermann ha suonato mostrando una intonazione assolutamente perfetta e l’integrazione del suo violino con la Filarmonica della Scala è stata totale. Alle numerose richieste di bis il violinista tedesco ha risposto con una esecuzione fantasiosa dell’Adagio che apre la Sonata n. 3 in do maggiore per violino solo di Johann Sebastian Bach. La seconda parte del concerto prevedeva Die Meistersinger, an Orchestral tribute una trascrizione orchestrale tratta dall’opera di Richard Wagner (1813-1883) ed elaborata da Henk de Vlieger (1953) una ventina di anni fa. Dei Meistersinger questa suite non contiene soloi tipici momenti sinfonici, preludi e danze, ma anche brani vocali (naturalmente trascritti) come, ad esempio, il Monologo di Sachs e il Preislied di Walther, per uno spaccato dell’opera wagneriana della durata di quasi un’ora. Per chi non ama questo genere di operazioni (intendo dire le opere di Wagner ridotte alla sola elaborazione sinfonica) c’è stato da ricredersi questa sera, perché l’interpretazione che ne ha dato Gatti è stata di notevole impatto. Il direttore milanese è riuscito a ricreare ugualmente, anche senza le voci, il clima espressivo dell’opera. Daniele Gatti ama quest’opera tanto da averla già diretta alla Scala qualche anno fa e nella prossima estate salirà con questa partitura sul podio del Festspielhaus a Bayreuth. Il suo è stato un Wagner poco teutonico. Gatti ha lavorato sul colore orchestrale e sul fraseggio, risultando flessuoso, morbidissimo, vaporoso. Anche nei momento dinamicamente più robusti il suono non è mai stato rigido e debordante. Ma sono soprattutto le nuance timbriche, le sfumature dinamiche, le sottigliezze nella resa delle linee musicali ad aver entusiasmato, mostrandoci il lato più umano del compositore tedesco. E poi una tensione narrativa teatralissima ci ha scaraventati di colpo in palcoscenico tanto che pareva di assistere veramente ad una rappresentazione dei Meistersinger. Alla fine grande successo personale per Daniele Gatti, che Giova ricordare, ha diretto tutto il concerto a memoria mostrando una eccezionale conoscenza di un repertorio del quale è ormai un punto di riferimento assoluto.
Fotos: © Frédéric Desmesure
Ramón Jacques
Fuera de Paris,
solo existen seis casas de ópera que tienen la distinción de ser reconocidas y
galardonadas como “Opéra national” y esto se debe especialmente a la
calidad de sus cuerpos estables (ballet, coro y orquesta) y al nivel de obras
presentadas que a través de coproducciones han logrado alcanzar reconocimiento
e influencia a nivel nacional e internacional, y en esa clasificación se
encuentra la Ópera nacional de Burdeos, por lo que asistir a una función en el
esplendoroso Grand Théâtre de Bordeaux, fundado en 1780 y considerado monumento
histórico en Francia, es ya una satisfacción. El bel canto, y en especial títulos
como Norma, ofrecido en esta ocasión, son apreciados por el público de este
país. Norma presenta dos mundos opuestos: uno poético, impregnado de mitología
celta y visiones proféticas, y otro prosaico, marcado por la guerra y la
traición. Bellini nos sumerge en una especie de sueño en el que una Norma
despierta encarna la luz y la tragedia, y esa es la visión de la puesta en
escena de Anne Delbée, que contó con escenografías de Abel Orain
situadas en una época atemporal, con una enorme pasarela inclinada en el centro
del escenario, y tenues telones en los lados opuestos, cuyos dibujos de ramas y
hojas nos coloca dentro de un
bosque. La tenue, y por momentos
brillante iluminación en una gama de diversas tonalidades del color azul,
ideada por Vinicio Cheli, creó un efecto muy estético, atractivo y muy
artístico para el espectador. Solo los
vestuarios, oscuros para la mayoría de los personajes y en diversos colores,
pero más refinados para los personajes de Norma y Adalgisa, crearon el
contraste y la rivalidad existente entre ambos personajes. Este montaje que se originó en el 2019 en el
Teatro del Capitolio de Toulouse ha gustado y además de recorrer diversos
escenarios, este año volverá a ese mismo teatro. En el centro del libreto de
Felice Romani, como de la puesta se resalta el personaje de Norma, la
sacerdotisa druida en Galia, enamorada del procónsul romano Pollione. En escena
aparece un personaje imaginario para Norma, es el dios druida que es una
especie de consejero y guía de Norma, un personaje actuado, que interviene en
la escena con diálogos hablados y magnificados. Una novedosa incorporación que
se vio en esta ocasión, y que además de no ser invasiva incorporó un personaje
que pareció encontrar un lugar en la trama.
Este montaje logra tejer nuevos vínculos entre la pasión, la traición y
la lealtad contenidos en el texto, y la música emblemática de Bellini. Norma se
sacrifica para proteger a los inocentes y ofrece un mensaje de reconocimiento y
amor en medio del caos, que, a decir de la directora escénica, busca y
encuentra ciertas y particulares repercusiones con las de nuestro tiempo. Estas
cualidades parecieron estar presentes en la noble y convincente personificación y actuación del personaje de Norma por
parte de Karine Deshayes, la reconocida soprano francesa, quien ha
interpretado con igual éxito también a Adalgisa, muestra un profundo
entendimiento del personaje, yéndose a lo más profundo, para envolverse en el
personaje y actuarlo con pasión e ímpetu, dándole sentido a cada movimiento que
hace o cada nota que emite. Vocalmente su
desempeño fue sobresaliente, ya que es capaz de alcanzar las notas más agudas,
con flexibilidad y ornamentación, y de redondearla con tonos y notas oscuras
que hacían la ayudaban a expresar dramatismo y fuerza. Por su parte, la mezzosoprano Olga Syniakova
fue una elegante y distinguida Adalgisa, con un color oscuro, profundo y con
sedoso terciopelo en su emisión y fraseo. Los dúos entre ambas interpretes
fueron notables por su conjunción. Como
Polione se presentó el tenor francés Jean-François Borras quien irradió
personalidad y presencia en escena, pero que lamentablemente el belcanto no es
su especialidad, y a pesar del indudable atractivo de en su timbre, optó por una
emisión fornida, viril y enérgica, poco adecuada en esta ocasión. Por su parte
el bajo georgiano Goderdzi Janelidze mostró
que posee la calidez y los sonidos cavernosos y profundos para el papel de
Oroveso, además de mostrar los pliegues y la amplia proyección, que son características
de los cantantes de esa región. Con su
estatura, se reveló como un autoritario líder de los druidas. Completaron el elenco el tenor italiano Davide
Tuscano como Flavio, y la soprano mexico-francesa Déborah Salazar
quien demostró desenvolvimiento y tablas actorales, y un cautivante, nítido y
terso color vocal, como el personaje de Clotilda. Participativo y bien trabajado son las
virtudes que exhibió el coro de la ópera de Burdeos, y en el podio, en
sustitución del Paolo Carignani, anunciado inicialmente, tomó su lugar el
maestro italiano Francesco Angelico quien dirigió con equilibrio y apoyo
a los cantantes. Ciertos momentos agitados y carentes de inspiración en el
desempeño de la orquesta de Bordeaux-Aquitaine, restaron emoción a la vivacidad
y al claro oscuro belliniano, pero la función se compensó ampliamente por la
parte visual y vocal del espectáculo.
Massimo Viazzo
Grupo: Vespres d’Arnadi Director y clavecín: Dani Espada Solista: Contratenor- Xavier Sabata Sello discográfico: Musiepoca Produccions, 2024
Giovanni BONONCINI (1670-1747) Astianatte (1727) - Aria: «Render mi vuole» (Pirro) Giovanni Alberto RISTORI (1692-1753) Le fate (1736) - Aria: «Bellezze adorate» (Ruggiero) Antonio Giovanni POLLAROLO (1676-1746) Leucippe e Teonoe (1719) - Aria: «Cesseran le sue procelle» (Arbante) Francesco GASPARINI (1661-1727) L’oracolo del fato (1709) - Aria: «Qui ti scrivo o nome amato» (Cefalo) Giovanni PORTA (1675-1755) Farnace (1731) - Aria: «Non sempre grandina» (Farnace) Antonio LOTTI (1667-1740) Ascanio (1718) - Sinfonia Domenico SARRO (1679-1744) Siroe, re di Persia (1726) - Aria: «Gelido in ogni vena» (Cosroe) Geminiano GIACOMELLI (1692-1740) Gianguir (1729) - Aria: «Mi par sentir la bella» (Cosrovio) Nicola Antonio Giacinto PORPORA (1686-1768) Deianira, Iole ed Ercole (1711) -Aria: «Scuote la chioma d’oro» (Deianira) Geminiano GIACOMELLI (1692-1740) Gianguir (1729) - Aria: «Date o trombe il suon guerriero» (Cosrovio) Giuseppe PORSILE (1680-1750) La Clemenza di Cesare (1727) - Aria: «Se parlano a suo danno» (Cesare)
Quien está habituado a apreciar la música de Händel (1685-1759) o de Vivaldi (1678-1741) se maravillará con este nuevo CD editado por Musiepoca. De los compositores que aquí fueron grabados, los llamados Invisibili (invisibles, de acuerdo con el título), por demás desconocidos por el público apasionado, en realidad tienen un estilo compositivo que es del todo similar al de los más conocidos músicos de su época, los cuales muy probablemente los influenciaron. Por lo tanto, esta grabación amerita toda nuestra atención tanto por el nivel cualitativo de las obras ofrecidas (arias patéticas, de virtuosísimo, arias de paragone o de guerreristas) tanto por el talento de su interprete, el conocido contratenor Xavier Sabata, quien despliega una voz bruñida, aterciopelada, con reflejos aperlados y muy homogénea en los timbres. Sabe despegarse con inteligencia en el canto virtuoso y encontrar acentos de rara intensidad en el canto más expresivo y melancólico, cincelando cada frase musical con pericia, como en el aria “Qui ti scrivo o nome amato trata” del L’oracolo del Fato de Francesco Gasparini. Vespres d’Arnadi el ensamble de instrumentos antiguos catalán dirigido por Dani Espasa (quien toca también desde el clavecín) tocan en modo burbujeante bien contrastado y comunicativo; como, por ejemplo, en una de las piezas más interesantes aquí grabadas como Gelido in ogni vena de Siroe de Domenico Sarro (en el que además Sabata cantó con elocuencia magnética y expresividad) o en la Sinfonía de Ascanio de Antonio Lotti, interpretada con la justa energía, pero no exagerada desde el punto de vista del gesto rítmico. Son de alabarse también los instrumentos concertarti que acompañan durante las diferentes arias. El programa del CD consta de arias que temporalmente abarcan un periodo que va de 1709 de Qui ti scrivo o nome amatato de L’Oracolo del Fato de Francesco Gasperini (1661-1727) a 1736 de Bellezze adorate da Le Fate de Giovanni Alberto Ristori (1692-1753), pasando por otros autores como: Nicola Antonio Giacinto Porpora (1686-1768), Giovanni Bononcini (1670-1747), Antonio Giovanni Pollarolo (1676-1748), Giovanni Porta (1675-1755), Antonio Lotti (1667-1740), Domenico Sarro (1679-1744), Geminiano Giacomelli (1692-1740) y Giuseppe Porsile (1680-1750). A partir de una exhaustiva investigación del musicólogo Giovanni Andrea Sechi. Compositores invisibles, es decir, olvidados, en un periodo en el que dominaban los escenarios operísticos Vivaldi y sobre todo Handel. Son compositores de los cuales se conoce hoy su importancia histórica, pero de los cuales existen pocas grabaciones discográficas, es por ello, que Musiepoca viene a llenar un vacío. Una última anotación se refiere al muy informado libreto que acompaña al CD, en el cual se puede encontrar más información sobre los compositores grabados.