Massimo Viazzo
Il
6 settembre 2026, il Teatro alla Scala di Milano ha dato il via
al festival MITO SettembreMusica con l’esecuzione del War Requiem di Benjamin Britten, diretto da Simone
Young.
Nel cinquantenario della morte del
compositore, la scelta di questa imponente
opera assume un significato
ancora più profondo. Concepito nel 1962 per la
consacrazione della nuova
Cattedrale di Coventry, costruita sulle rovine
di quella precedente distrutta
dai bombardamenti nazisti nella notte tra il
14 e il 15 novembre 1940, il War
Requiem fonde la liturgia latina della Messa
per i defunti con le poesie del
soldato inglese Wilfred
Owen,
caduto nella Prima Guerra Mondiale.
Più che una celebrazione funebre, l’opera si
configura come una radicale
riflessione sulla guerra, sulla morte e
sull’impossibilità di separare il dolore
individuale dalla tragedia collettiva. Britten
sovrappone e contrappone il
latino della liturgia alla parola poetica di
Owen, affidandoli a un’imponente
struttura musicale che comprende tre solisti,
grande coro, coro di voci
bianche, orchestra e orchestra da camera. È
proprio nella tensione tra
queste diverse dimensioni – sacro e profano,
collettivo e individuale, violenza
e riconciliazione – che risiede la
straordinaria modernità del capolavoro
britteniano. Simone Young ha avuto il
compito di restituire la complessità di una partitura in cui monumentalità e
intimità, austerità liturgica e drammaticità si bilanciano precariamente.
L’apertura del festival, quindi, è stata non solo un evento musicale, ma anche un gesto civile. Il War Requiem continua a interrogare il presente perché,
oltre alla memoria storica, pone all’ascoltatore una domanda irrisolta sulla
natura della guerra e sulla possibilità della riconciliazione. Simone Young ha offerto
un’interpretazione fondata principalmente sulla solidità della struttura
compositiva. Piuttosto che isolare i singoli episodi o enfatizzarne le
contrapposizioni, la direttrice australiana ha dimostrato una notevole sicurezza nella
gestione di una partitura di notevole complessità, mantenendo costantemente sotto
controllo l’equilibrio tra orchestra, coro, coro di voci bianche e solisti.
Questa visione d’insieme ha conferito allá
serata della Scala una fisionomia definita:
non una sequenza di quadri
giustapposti, ma un unico grande arco
drammatico, in cui i diversi momento
della partitura si susseguivano con
naturalezza, senza brusche interruzioni e, soprattutto, senza che ciascun
episodio venisse considerato come un’entità autonoma. La Young non ha
quindi esasperato questa contrapposizione, non ha cercato di rendere
immediatamente riconoscibili, attraverso radicali differenziazioni sonore, i due
piani espressivi. Al contrario, li ha fatti confluire l’uno nell’altro, privilegiando
la continuità del discorso musicale.Ne è
derivata una lettura nella quale il latino e l’inglese, il coro e i solisti, la dimensione liturgica e quella
poetica non apparivano come mondi
contrapposti, ma come componenti diverse di
una stessa drammaturgia. La frattura rimaneva, certo, in partitura, ma non è stata
artificialmente accentuata nell’interpretazione. È forse stato questo il merito
più evidente della direzione di Simone Young: aver compreso che la forza
drammatica del War Requiem non dipende necessariamente dalla sottolineatura dei
suoi contrasti.
Può emergere, al contrario, dalla loro progressiva integrazione, che conduce al commovente e
catartico finale. L’interpretazione della Young si è distinta per rigore e per una
certa asciuttezza
espressiva. L’artista ha evitato ogni ricerca dell’effetto, ogni esasperazione del pathos e ogni
tentativo di trasformare i momenti corali di maggiore impatto in esplosioni
sonore fini a se stesse. Ciò non ha
comportato, tuttavia, una lettura fredda o
distaccata. Anzi, la tensione
emotiva è stata meticolosamente costruita
attraverso un sapiente dosaggio
delle dinamiche, una progressiva
intensificazione delle frasi e una accurata preparazione dei diversi climax. È proprio in questi momenti che
la sicurezza e la padronanza della Young
sono emerse con maggiore evidenza. I vertici
dinamici non sono apparsi
imposti alla musica dall’esterno, ma piuttosto
preparati e conquistati gradualmente. Il crescendo ha acquisito così un significato
strutturale, ancor prima di quello puramente spettacolare. Quando il culmine viene
raggiunto, lo si percepisce come la conseguenza naturale e logica di ciò che
lo ha preceduto,
conferendo a questo War Requiem una particolare compattezza e coesione. L’approccio della direttrice ha
permesso di valorizzare la dimensione teatrale intrinseca al capolavoro
britteniano evitando una teatralità esteriore e artificiosa. Si è privilegiata,
invece, una drammaturgia musicale interna, sviluppata attraverso un
sapiente bilanciamento tra tempi, dinamiche, agogica, masse sonore e
interventi solistici. Il coro quindi non viene utilizzato semplicemente come una grande
massa sonora,
così come le voci maschili non vengono trasformate in protagonista di un'azione parallela. Tutti
concorrono alla costruzione di un único
organismo musicale. È una concezione che
valorizza anche il particolare
rapporto fra le due orchestre previste da
Britten: la grande orchestra e il
piccolo ensemble da camera. Anche qui la Young
evita di trasformare la differenza di organico in una contrapposizione artificiosa,
lasciando che I diversi colori concorrano alla continuità del discorso. L’interpretazione di Simone
Young si è distinta per l’eccezionale controllo esercitato sulla forma, sulle
masse sonore, sulle dinamiche e sulle interazioni tra i diversi elementi
dell’organico. Il risultato è stato un War
Requiem asciutto, severo, privo di artifici, ma non per questo privo di
tensione. La direttrice australiana sembra aver fatto affidamento sulla forza intrínseca della scrittura di Britten,
evitando di sovrapporvi una retorica interpretativa.Se il coro rappresenta la dimensione liturgica e
collettiva del War Requiem, I due solisti maschili incarnano
invece quella umana, tormentata e laica che trova nelle poesie di Wilfred
Owen il suo centro espressivo.
Il tenore Nicky
Spence ha confermato le sue qualità tecniche ed espressive. La voce, di timbro chiaro, è
sostenuta da un'emissione ben proiettata e da una sicura padronanza dei mezzi
vocali. Particolarmente apprezzabile la
capacità di modularla in funzione del testo,
evitando uniformità e conferendo
ai suoi interventi su testo di Owen una forte
partecipazione senza mai perdere il controllo musicale. Il baritono Bo
Skovhus ha mostrato di essere
un interprete di notevole capacità
comunicativa. La sua presenza scenica e
soprattutto la sua capacità di comunicare il
testo restano quelle di un artista
di livello. La voce conserva corpo e
autorevolezza, anche se nel registro
medio-grave si è avvertita una certa perdita
di armonici, con una conseguente minore ricchezza timbrica. Skovhus rimane un artista
capace di dare ai suoi interventi su testo di Owen una forte intensità e una
marcata dimensione umana. Diversa, per funzione espressiva, la presenza di Elena Guseva, impegnata negli episodi in
latino, nei quali si alternava e si integrava con il coro. Il soprano ha
mostrato uno strumento corposo, esteso e di timbrica schietta, capace di
emergere con autorevolezza dal tessuto corale e orchestrale senza rompere
l'equilibrio dell’insieme.
A sostenere la lettura della Young è stata un'Orchestra
Sinfonica Nazionale della Rai compatta e attentissima alle precise indicazioni della direttrice.
La complessità
della scrittura di Britten richiede un controllo particularmente rigoroso degli equilibri, delle
dinamiche e degli incastri fra le diverse sezioni dell'organico, e l'orchestra ha
risposto con precisione e disciplina,
assecondando al meglio la concezione della
Young: nessuna ricerca dell'effetto orchestrale fine a se stesso, ma attenzione al peso di
ogni intervento
e alla costruzione progressiva delle tensioni. Il Coro
del Teatro Regio di Torino, preparato da Gea
Garatti Ansini, ha affrontato una partitura particolarmente impegnativa con dedizione e compattezza. È una compagine
principalmente abituata al repertorio
operistico e meno frequentemente in quello
sinfonico-corale: proprio per
questo la prova della compagine torinese
merita di essere sottolineata.
Importante, in questo senso, il lavoro di Gea
Garatti Ansini, che ha preparato e guidato la compagine con mano sicura. Il Coro
di Voci Bianche del Teatro Regio di Torino, diretto da Claudio Fenoglio, ha offerto infine una
performance di qualità per timbrica e
precisione. Alla fine della serata, ciò che
è rimasto più impresso negli ascoltatori che gremivano la sala del
Piermarini è stata dunque la coerenzadell'interpretazione.
Una lettura che non ha avuto bisogno di sottolineare I contrasti, di esasperare le
dinamiche o di ricorrere a effetti spettacolari per rendere viva una delle
partiture più complesse e drammaticamente potente del Novecento. La dimensione
liturgica e quella umana non sono state
messe continuamente in opposizione, ma hanno
finito per alimentarsi reciprocamente. Il latino del rito e l'inglese di Owen, il coro e
le voci solistiche, la grande orchestra e l'ensemble da camera sono
diventate così parti di un unico organismo drammatico. Una prova di grande
sicurezza e maturità, nella quale Simone Young ha dimostrato che, nel War
Requiem, l'effetto più potente può essere
proprio quello che nasce quando non si
cerca l’effetto.

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