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Thursday, April 18, 2019

La Sonnambula - Teatro Regio di Torino


Foto: Edoardo Piva @ Teatro Regio di Torino

Renzo Bellardone

Pazzia, tradimento, sonnambulismo sono temi tra i prediletti delle opere liriche: sia per quelle tragiche che per quelle più amene o addirittura assimilabili ad un quasi vaudeville. “Sonnambula” rientra proprio in quest’ultimo caso ed a tratti è divertente, mentre in altri c’è apprensione e partecipazione. In ogni caso per gli amanti del bel canto è certamente un trionfo di voci in un rincorrersi di variazioni ed agilità  L’allestimento  che propone in cartellone il Teatro Regio di Torino, non profuma certamente di nuovo e di fresco, ma è la ripresa di una produzione vista nel 1998, che ha comunque un suo perché e nelle scene di Giacomo Andrico, risulta addirittura contemporanea per le scelte dei colori con il grigio chiaro prevalente spaccato dalle sapienti luci disegnate da Andrea Anfossi , che nell’insieme amplificano la profondità e la tridimensionalità. La regia di Mauro Avogadro regista collaboratore Ola Cavagna- non ha colpi di scena, ma privilegia le scene d’insieme abbastanza statiche che favoriscono i cantanti nell’emissione. I costumi di Giovanna Buzzi sono in linea con l’idea realizzativa ed ancor più con le scene, sostenendo l’idea del colore non appariscente, ma che crea omogeneità.  Un accento positivo va messo sul coro del Regio che è sempre preciso, puntuale e scenicamente valido. Renato Balsadonna, sconosciuto alla maggior parte del pubblico torinese, dirige con sufficiente piglio ed attenzione alla buca parimenti al palco. Diversi sono i volti e le voci nuove (a mia memoria) per il Regio di Torino, ma questo rende più interessante l’approccio con la produzione ed infatti vengono particolarmente apprezzate le voci del mezzosoprano Nicole Brandolino nel ruolo della molinara Teresa cui imprime sufficiente carisma con il timbro bello e sicuro. Altrettanto interessante nel ruolo di Lisa è il soprano Daniela Cappiello, vivace e brillante con brillio lirico. Ekaterina Sadovnikova interpreta la protagonista  Amina/Sonnambula con voce chiara e luminosa che ben fa esplodere  le variazioni ed agilità, tanto da immaginarla anche nella Lucia donizzettiana. I nomi noti ai palcoscenici internazionali non hanno certo deluso: Nicola Ulivieri  con voce profonda e scura ha reso il conte con sapiente esperienza e lungo sodalizio con l’opera, così come il coprotagonista Elvino ha trovato nell’affermato e solido Antonino Siragusa  un interprete di grande livello e facile in ogni ruolo belcantistico. La Musica vince sempre.



Friday, June 30, 2017

Il Fluto Magico - Teatro Regio di Torino

Foto: Ramella & Giannese

Renzo Bellardone

L’eterno duello tra il bene e il male nella favolistica opera mozartiana. La  realizzazione semplice ed al tempo stesso imponente del regista Roberto Andò efficenta la narratività con qualche effetto ‘magico’ che stupisce e attrae anche lo spettatore più evoluto. Ripresa da Riccardino Massa, la regia diventa ancor più movimentata, grazie alle frequenti e gioiose  intrusioni tra il pubblico, coinvolto da tutto il cast, mentre Papageno si limita a ‘disturbare’ il direttore d’orchestra. Le scene di   Giovanni Carluccio, che disegna anche le luci e con le quali gioca a nascondino con gli interpreti ed il pubblico, sono quasi frutto dell’immaginario infantile o collettivo, rendendo il tutto di facile approccio. I  costumi firmati da Nanà Cecchi sono pienamente in linea con lo spirito dell’intera messa in scena, che, seppur la ricordiamo dal 2014, risulta ancora gradevole e permette una rilassante serata all’opera. Asher Fisch dirige con sobrietà di gesto, ma resta molto concentrato e con i professori in buca crea un bel momento di musica ricco di atmosfere ed esaltazione delle ben note arie. Tamino incontra Alessandro Scotto di Luzio, che risulta gradevolmente ascoltabile, grazie ad un bel tono ed al rispetto dimostrato per lo spartito. Ekaterina Sadovnikova, in Pamina, è piaciuta per la  brillante voce dai toni morbidi, che sanno innalzarsi con facilità, mantenendo vividezza e colore. Sarastro ha la voce superba e coinvolgente di Antonio di Matteo, dalla forte presenza scenica. La regina della Notte è interpretata da Olga Pudova che affronta le coloriture con sicura definizione e fascinosa cristallinità. All’inizio dell’opera un cerchio si compone, scompone e ricompone   divenendo geometrico simbolo quasi esoterico, così come sarà poi per tutta la simbologia egizia. Le tre dame ed i tre fanciulli, sono ben equilibrati vocalmente tra di loro e risultano gradevoli. Ancora interessante la scena dei fanciulli sospesi nella barca mentre  indicano la strada verso il palazzo di Sarastro ed apprezzabili tutti gli interpreti Il moro Monostatos è  vivacemente interpretato da Cameron Becker, simpaticamente impegnato nella seduzione di Pamina, mentre Roberto Abbondanza da voce e prestanza al primo sacerdote.Papagena è interpretata da Elisabeth Breuer con l’agilità che il ruolo impone, sia
vocalmente che ginnicamente in scena, soprattutto nella parte delle vecchina invadente. Thomas Tatzl interpreta Papageno (come già nel 2014) e mantiene la stessa convinzione di allora: prestante e atletico è buon attore e buon interprete, che sa far riamare le ben note arie de “l’uccellatore”. Riserva voce ferma e sicura che usa con i bei colori ed accattivante gestualità, con fraseggio chiarissimo. Il coro diretto da Claudio Fenoglio, si riconferma tra i migliori del panorama operistico italiano. La Musica vince sempre.

Saturday, February 15, 2014

Falstaff incontra la California - Costa Mesa, California


Foto: Robert Millard / LA Opera

Per il secondo anno consecutivo l’Opera di Los Angeles ha lasciato la sua sede abituale, il Teatro Dorothy Chandler Pavilion ubicato nella su Grand Street, per presentarsi nella sala da concerto Renée and Henry Segestrom Concert Hall di Costa Mesa (70 chilometri a sud) come parte del progetto “LA Opera, Off Grand”, una iniziativa lodevole che vuole portare l’opera davanti ad un pubblico sempre maggiore dell’area metropolitana.Il titolo rappresentato in forma di concerto è stato Falstaff, la commedia lirica di Giuseppe Verdi, che è stata scelta in omaggio del compositore. In questa serata ha colpito principalmente l’orchestra dell’Opera di Los Angeles, che si è mostrata sicura sotto l’attenta ed entusiasta mano di James Conlon, che ha offerto una lettura carica di musicalità e buona dinamica, e che è stato attento ad ogni entrata e all’acconpagnamento dei cantante. Buon resa nei suoi interventi anche per il coro diretto da Grant Gershon. Pur non avendo nessuna scenografia, costumi e trucco, c'era un'azione costante sulla scena, esagerata a volte, e una gestualità da parte degli artisti che hanno cercato di trasmettere l'umorismo contenuta nella storia. Dal punto di vista vocale si è ascoltato un cast non omogeneo nel suo disimpegno, dal quale emergeva il baritono Roberto Frontali che si è mostrato compenetrato nel ruolo di Falstaff, rappresentato come un uomo, burlone, ironico e malizioso, esibendo una voce calda e robusta. Il soprano Carmen Giannattasio ha reso il ruolo di Alice offrendo una vocalità rotonda e sicura. Il soprano Ekaterina Sadovnikova ha impresso un timbro chiaro e cristallino in accordo con il carattere gioviale di Nannetta, e Juan Francisco Gatell, di timbrica gradevole di tenore leggero, ha mostrato un emissione ridotta e poco carisma in scena. Il barítono Marco Caria è stato un discreto Ford di canto poco raffinato.  E il mezzosoprano Ronita Nicole Miller era una divertita Mrs. Quickly di timbro scuro e ampio. Il mezzosoprano Erica Brookhyser è stata una Meg poco partecipativa e distante dal suo ruolo. Il resto dei personaggi si è espresso esagerando un po’ la propria parte, sorvolando riguardo al loro canto. RJ


Friday, January 24, 2014

Pagliacci - Gianni Schicchi - Teatro Regio di Parma

Foto: Teatro Regio de Torino

Renzo Bellardone

Senza effetti speciali, in una sorta di teatro di tradizione, riveduto e rivisitato con  influenze cinematografiche, il regista Federico Grazzini ha realizzato un gradevole spettacolo che ha inaugurato la stagione 2014 del prestigioso Teatro Regio di Parma. Non solo Verdi a Parma,  si potrebbe dunque dire! Infatti è con Pagliacci di Leoncavallo e Gianni Schicchi di Puccini che prende l’avvio “l’opera” nel tempio musicale parmense. Sbuffando tra i vapori, il treno  arriva in una stazioncina di provincia e dalle carrozze della terza classe scende ‘la compagnia’ che si esibirà nel piccolo teatro locale: così inizia “Pagliacci”. L’Ouverture segna già la freschezza della giovanile direzione di Francesco Ivan Ciampa che non però rinuncia alla poesia ed alla struggente passione che pervadono le pagine di ‘Pagliacci’; nel successivo ‘Gianni Schicchi’  manterrà apprezzabile omogeneità facendo diventare il leit motiv dell’opera, il verso musicale  protagonista. L’orchestra è la regionale dell’Emilia Romagna. Via i trucchi e gli abiti da Pagliaccio, sgomberato il campo dalla pista del circo, siamo appunto nel teatro di provincia e nel camerino di questo, dove si consuma la vicenda,  come in un film del realismo italiano. Molti personaggi in scena grazie al Coro del Teatro Regio di Parma diretto da Martino Faggiani e dal Coro di Voci Bianche e Giovanili ‘Ars Canto Giuseppe Verdi’ altrettanto ben diretto da Gabriella CorsaroNon nuova, ma qui realmente valida,  l’idea della  doppia platea, quella vera e quella realizzata sul palco per gli spettatori /attori ed entrambe vedranno la tragedia consumarsi in diretta. Serena Daoglio al suo debutto al Regio di Parma, è Nedda/Colombina che man mano procede nel ruolo diventa sempre più convincente negli acuti, nelle colorazioni  e nella globale interpretazione; Canio è un superbo Rubens Pelizzari che si dà al pubblico con passione ed impeto all’unisono con la voce che parimenti accattiva e trae diversi consensi. Tonio è invece interpretato da Elia Fabbian (che ritroveremo anche nella seconda opera): ha buona voce con bel colore brunito ed avvolgente che ben si addice al ruolo perverso che la scrittura gli affida. Peppe/Arlecchino è il sorridente Davide Giusti (anche lui sarà presente poi in Schicchi) interpreta con con  briosità giovanile e vitalità, indispensabili a creare bene il personaggio cui dà pure chiara voce dai bei toni e definiti colori. Marcello Rosiello interpreta Silvio che qui non è contadino, ma marinaio, con  omogenea  linea di canto facilitata da voce ben timbrata che agilmente spazia sul rigo, e che manterrà le stesse gradevolezze anche nel successivo Schicchi. Adeguati anche Alessandro Bianchini e Demetrio  Rabbito e decisamente appropriato ed efficace l’intervento delle ballerine d’avanspettacolo. In sostanza uno spettacolo attrattivo come pure, se non addirittura di più  per l’insita comicità nel “Gianni Schicchi” che segue. Una camera tutto fare: a sinistra il letto con Buoso Donati appena spirato, al centro lo studio con libreria e scrivania e a destra il salotto un po’ consunto di quel velluto giallo che ha impreziosito tutte le case “per bene” dal dopo guerra in poi,  e per qualche decennio. Un plauso alla regia per il gran movimento che pervade tutta l’opera e non solo alla ricerca del famoso testamento! Gli interpreti: bravi e ben attagliati ai personaggi! Ritroviamo Elia Fabbian che mantiene  le stesse  caratteristiche vocali ben adattate all’ironia del ruolo. La figlia Lauretta è impersonata da Ekaterina Sadovnikova, aggraziata e luminosa nell’aria clou “Oh mio babbino o caro..”; l’amor suo Rinuccio prende voce e volto di Davide Giusti che ancor più frizzante che in Pagliacci, salta sulla scrivania, corre sul palco senza intaccare il suono chiaro e limpido della voce. Matteo Mezzaro, Eleonora Contucci, Ernest Stancanelli  (gradevolissima la sua voce bianca) Gianluca Margheri, Matteo Ferrara, Marcello Rosiello, Romina Boscolo, e Stefano Rinaldi Miliani, sono stati tutti ottimi interpreti dando prova d’attore (indispensabile nella comicità) e prova di canto senza incrinature o cali. I personaggi nello Schicchi sono davvero molti ed il numero impone una scelta di sintesi nel commento, ma un apprezzamento particolare va a Silvia Beltrami per la sua formidabile Zita: parrucca grigia e occhiali d’altri tempi, è irascibile, intrigante e dominatrice della famiglia Donati e della scena; la voce naturalmente armoniosa esce con accenti timbrati a caratterizzare con i colori e le modulazioni. Azzeccati i costumi firmati da Valeria Donati Bettella e funzionali le scene disegnate da Andrea Belli, come efficaci le luci di Pasquale Mari Ben lieto di aver assistito alla produzione, posso al solito concludere con: La Musica vice sempre.

Monday, April 18, 2011

Turandot de Puccini dirigida por Valery Gergiev en el Teatro alla Scala de Milán

Foto: Marco Brescia & Rudy Amisano

Massimo Viazzo

La Turandot según Valery Gergiev fue una Turandot telúrica, barbárica y primitiva, pero en esta velada en la Scala no todo funcionó de la mejor manera.  De hecho, la conducción del maestro ruso pareció estar privada de tensión narrativa, fue poco refinada en los timbres (con demasiado metales y  percusiones siempre en primer plano y constantemente fuera de control) además de que estuvo carente de equilibrio entre las secciones orquestales, las cuales evidenciaron problemas de conjunción desde el inicio de una opera rítmicamente incierta. El espectáculo firmado por Giorgio Barberio Corsetti, con algunos apreciables descubrimientos tecnológicos (por ejemplo: la proyección "a la vista” del segundo acto, fue efectuada sobre el escenario con objetos que se engrandecían sobre el fondo creando imagines ilusorias) no se movió mucho de la tradición iconográfica de la obra maestra pucciniana.  A la vez, fue interesante la idea de hacer aparecer toda la obra como si esta ocurriera en un sueño, el sueño/pesadilla del príncipe Calaf.  Sólida vocalmente, como segura en los agudos, pero glacial en el acento y en el fraseo estuvo la Turandot de Lise Lindstrom que sin embargo fue apreciada por el público scaligero.  Por el contrario, mas lírico y conmovedor estuvo el canto de Ekaterina Scherbachenko que hizo una Liù frágil y expresiva.  Monocorde, por su parte, estuvo el Calaf de Stuart Neill, cuya prestación pareció ir en crescendo durante el curso de la función.  Bien cantado estuvo el Timur de Marco Spotti, y sustancialmente correctos estuvieron las tres mascaras, que fueron interpretadas por Angelo Veccia, Luca Casalin y Carlo Bosi, el emperador Altoum de Antonello Ceron y el Mandarín de Ernesto Panariello. Pero el verdadero triunfador en esta velada fue el impecable Coro del Teatro alla Scala dirigido por Bruno Casoni.  En suma: se trato de una Turandot con algunos puntos de interés, que no estuvo perfectamente lograda.

Sunday, September 12, 2010

La Traviata di Carsen alla Fenice, ovvero la forza del denaro

Foto: Michele Crosera - Teatro la Fenice.

Massimo Viazzo

Fu proprio la Traviata di Robert Carsen ad inaugurare, nel 2004, la nuova Fenice ricostruita dopo l’incendio e, con regolarità, questo allestimento è stato ripreso quasi ogni anno qui a Venezia (lo sarà anche nella stagione 2010/11) entrando così a far parte del repertorio stabile del teatro. E a ragione! Carsen è riuscito, come suo solito, ad esaltare le emozioni senza forzare trama e libretto, confezionando così uno spettacolo che avvince lo spettatore esaltando la musica verdiana. E’ il denaro, o meglio la paura di rimanerne senza, il motivo conduttore di questa regia. Indimenticabile in tal senso la pioggia di banconote (illusione metamorfica di una disillusa pioggia di foglie autunnali) nel secondo atto. Ekaterina Sadovnikova ha incarnato una Violetta sofferta con una voce esile ma ben proiettata e di timbrica suadente soprattutto nel registro mediano. Qualche acuto non sempre a fuoco non le ha impedito di ottenere comunque un grande successo personale, merito di una prova molto convincente dal punto di vista emozionale. Spavaldo, ardente l’Alfredo di Stefano Secco, un cantante che sa trovare sempre, in questo repertorio, l’accento giusto. Nitida la dizione di Giovanni Meoni (Giorgio Germont), un baritono di timbro franco e linea sicura. Purtroppo una improvvisa indisposizione gli ha consentito di cantare solo il duetto con Violetta (il resto della recita è stato sostenuto senza particolari lampi da Davide Damiani). Da incorniciare, infine, la direzione di Myung-Whun Chung che ha puntato sulla trasparenza degli impasti timbrici ottenendo così un suono raffinatissimo.