Monday, April 1, 2019

Con Rigoletto se inició la Temporada Lírica 2019 del Teatro Colón de en Buenos Aires

Fotos: gentileza Prensa Teatro Colón: Máximo Parpagnoli


Gustavo Gabriel Otero
Twitter: @GazetaLyrica

Buenos Aires, 12/03/2019. Teatro Colón. Giuseppe Verdi: Rigoletto, ópera en tres actos, libreto de Francesco Maria Piave, basado en “Le roi s’amuse” de Victor Hugo. Jorge Takla, dirección escénica. Nicolás Boni, escenografía. Jesús Ruiz, vestuario. Matías Otárola, vídeo. Alejandro Cervera, coreografía. José Luis Fiorruccio. iluminación. Fabián Veloz (Rigoletto), Pavel Valuzhin (Duque de Mantua), Ekaterina Siurina (Gilda), George Andguladze (Sparafucile), Guadalupe Barrientos (Maddalena), Ricardo Seguel (El conde Monterone), Christian Peregrino (Marullo), Gabriel Centeno (Borsa), Sergio Wamba (Conde Ceprano), Mariana Rewerski (Condesa Ceprano), Alejandra Malvino (Giovanna), Sebastián Sorarrain (Ujier), Ana Sampedro (Paje). Orquesta y Coro Estable del Teatro Colón. Director del Coro: Miguel Fabián Martínez. Dirección Musical: Maurizio Benini.

El Teatro Colón de Buenos Aires inició la Temporada Lírica 2019 con Rigoletto de Verdi, ausente de su Cartelera desde diciembre de 2002, en una nueva puesta de esmerada corrección general pero que no entusiasmó. Maurizio Benini al frente de la Orquesta Estable desarrolló un adecuado trabajo de concertación, aunque por momentos el desborde orquestal primó sobre la sutileza como en el final del primer cuadro del primer acto. En el protagónico Fabián Veloz aportó su voz bien timbrada y su poderoso caudal para redondear un Rigoletto de calidad. Ekaterina Siurina fue una muy buena Gilda. Su registro es parejo y cristalino. 
No es exuberante en sobreagudos y coloraturas pero su fraseo es elegante. Tuvo algunos problemas en ‘Caro nome’ y su prestación fue de menos a más. El tenor Pavel Valuzhin como el Duque de Mantua evidenció buen caudal, emisión irregular, pocos matices y agudos forzados. El Sparafucile de George Andguladze fue irregular e intrascendente. Arrolladora resultó Guadalupe Barrientos como Magdalena. Ricardo Seguel mostró su valía como Monterone mientras que fue seguro y profesional el resto del elenco. El Coro que dirige Rubén Martínez cumplió eficazmente su cometido vocal. Jorge Takla propuso una visión escénica tradicional con poca marcación actoral y su único golpe de efecto fue la escenificación del preludio orquestal con la violación de la hija del conde Monterone y su encierro desnudo en una jaula, solución que no se aviene a la verdadera personalidad del Duque de Mantua que es un seductor que luego abandona sus conquistas y no un violador. Nada en su puesta en escena resultó novedoso o al menos actoralmente bien trabajado. La grandilocuente escenografía de Nicolás Boni con espacios enormes y eclécticos sirvió a los fines de la puesta. Aunque hay que mencionar que la solución de la escultura enorme semienterrada es la tercera vez que se utiliza en menos de un año en las puestas del Colón y la segunda -de dos diseños escenográficos confiados al artista- de las realizadas por Boni. De buen nivel el vestuario de época de Jesús Ruiz, rutinaria y poco atractiva la iluminación de José Luis Fiorruccio y correctas las danzas marcadas por Alejandro Cervera así como las proyecciones ideadas por Matías Otálora.





Chovanščina di Mussorgski - Teatro alla Scala


Foto: Brescia&Amisano - Teatro alla Scala

Massimo Viazzo

Voglio partire dal finale di questa bellissima Chovanščina, un finale letteralmente impressionante. Il martirio dei Vecchi Credenti, in questa produzione ambientata da Mario Martone in un futuro distopico, è, a dir poco apocalittico. Un asteroide si avvicina lentamente alla terra per travolgere tutto e tutti sulle ultime battute dell’opera, ormai palla infuocata sempre più gigantesca che invade completamente il palcoscenico scaligero. Un vero “deep impact” che sembra rimandare ad immagini del noto film di Lars von Trier “Melancholia”. Una incredibile conclusione per uno dei più belli spettacoli visti ultimamente nel massimo teatro italiano. La regia ambienta l’opera in un futuro post nucleare, in cui i conflitti tra i potenti vengono vomitati su un popolo tornato ad essere analfabeta e chiuso nel proprio fanatismo religioso. Le scene di Margherita Palli, storica collaboratrice di Luca Ronconi, sono di grande impatto nel rendere la vacuità e il decomposizione di un mondo che pare già morto prima di esserlo realmente. Azzeccata la struttura post industriale del primo atto, ad esempio, con grattaceli sullo sfondo costruiti con macerie, in una luce tetra. Ma anche l’ambiente in cui si svolge il secondo atto, uno squarcio di un salotto con ancora tangibile segni della gloria passata. Eroticamente seducente la Danza delle schiave persiana del quarto atto trasformata in una vera e propria lap dance sensuale. Gran merito della riuscita di questo allestimento va in primo luogo a Valeri Gergiev, che ha diretto prestando estrema attenzione agli equilibri tra gli strumenti e con il palcoscenico, e alla cura dei dettagli senza mai perdere di vista la visione d’insieme. Una direzione potente, dinamica, ma anche leggera e intima quando serviva. Cast ottimo a cominciare dalla morbidissima e sfumata Marfa di Ekaterina Semenchuk, dal protervo Ivan di Mikhail Petrenko, e il musicalissimo Dosifei di Stanislaw Trofimov. Sontuoso timbricamente e ampio il canto di Alexey Markov nei panni del delatore Šaklovityi, e molto efficaci i due tenori, Evgeny Akimov, un mellifluo e sicuro Principe Golycin, e Sergey Skorokhodov nel ruolo del Principe Andrej, dalla voce squillante e accento spavaldo. Ma tutto il numeroso elenco dei comprimari è  stato di alto profilo. Last but not the least infine, lo strepitoso Coro del Teatro alla Scala diretto da Bruno Casoni, qui in una delle sue migliori prove in assoluto per intonazione, compattezza e colore.

Agnese di Fernando Paer - Teatro Regio di Torino


Foto: Edoardo Piva @ Teatro Regio di Torino

Renzo Bellardone
Alessandro Manzoni non avrebbe esitato a pensare e magari a scrivere “Agnese, chi era costei?” e credo che ce lo siamo chiesti in diversi, ma cultura è anche curiosità, quindi eccomi al regio di Torino per questa “prima” in epoca moderna di Agnese !
AGNESE – Teatro Regio Torino 24 marzo 2019 Agnese Dramma semiserio in due atti Libretto di Luigi Buonavoglia dalla commedia Agnese di Fitz-Henry di Filippo Casari Musica di Ferdinando Paer Edizione critica a cura di Giuliano Castellani Prima rappresentazione in epoca moderna
Quando non si hanno parametri precedenti e non si è musicisti, ma solo amanti della Musica, viene ovviamente difficile  saper commentare sapientemente una nuova produzione, un’opera ascoltata per la prima volta, ma trasporre le emozioni è davvero cosa più facile, in quanto la libertà di sensazioni prima che di espressioni è assolutamente libera! Veniamo quindi ad “Agnese” in Prima assoluta in epoca moderna al Regio di Torino: l’impressione è che si tratti musicalmente di una pagina  intelligente tra Mozart e Rossini! Ci sono tutti i rimandi immaginabili ed anche l’incalzare di certe frasi sono tipiche dell’epoca storica. Diego Fasolis dirige con piglio e grande caratura, da esperto consumato qual è: tiene l’orchestra ed il palco con naturalezza ed evidente conoscenza! Leggendo le note di regia di Leo Muscato e confrontate poi con il palco non si può che concordare con l’ambientazione favolistica e forse anche un po’ magica dei micro mondi realizzate da Federica Parolini  con enormi scatole di latta che riportano ai primi del ‘900 e che magicamente si aprono e scoprono il mondo che vive all’interno di quella scatola, di quel mondo vissuto da quelle persone in quel momento ! 
Ecco quindi la scatola che racchiude la camera del manicomio dove è rinchiuso Uberto, magistralmente interpretato da Markus Werba con sicurezza e colore compatto e massiccio; già apprezzato in altre occasioni ed anche al Regio, recentemente  in  Die Zauberflöte, ha rinnovato la carica interpretativa e la bella modulazione che per pura citazione ricordiamo in  “Come la nebbia al vento”; la stessa aria viene poi ripresa dal soprano madrileno María Rey-Joly che gradevolmente ho scoperto in questa occasione: la presenza scenica è fuori di ogni dubbio ed anche la capacità interpretativa: per quanto concerne il canto ha veramente affascinato in ogni tono, passando dalla poesia del citato ‘Come la nebbia al vento’ alle variazioni e agilità di altri momenti! Una bella scoperta che ci si augura di confermare in altre occasioni italiane e godere così  ancora della sua morbidezza e facilità negli acuti.  L’opera è ricca di duetti e per estrema sintesi mi piace citare quello tra Don Girolamo interpretato con brillantezza e vivacità da Andrea Giovannini che ha caratterizzato molto bene il personaggio e Don Pasquale esaltato dall’interpretazione e da una buona vocalità dal basso comico Filippo Morace; nei rispettivi ruoli di protomedico e di intendente dell’Ospedale dei pazzi il primo esplicita al secondo con impeto esilarante, le vere pazzie dalle false e per veri pazzi si intendono gli avari, i presuntuosi gonfi come un pallone che in preda alla loro esaltazione sfrontatamente balzano qua e là tutto freneticamente abbracciando ;  altri pazzi sono i gelosi, i giocatori viziosi, i miseri poeti e color che si fidano delle femmine! Evidente l’ilarità che trabocca ancor più grazie alle capacità d’intepretazione di Giovannini e Morace. Edgardo Rocha, tenore interessante che pur giovane vanta già un notevole percorso di crescita,  qui interpreta con sicurezza ed estensione,  il fedigrafo poi pentito Ernesto, marito di Agnese la quale era fuggita dalle sue intemperanze con la figlioletta di sei anni interpretata da Sofia La Cara ed appunto la fuga aveva provocato la pazzia del padre Uberto. 
Non dilungarsi è impresa difficile, proverò quindi a sintetizzare: Lucia Cirillo è Carlotta figlia di Don Pasquale che risolve con vivacità e convincimento,  Giulia Della Peruta interpreta Vespina con sorprendente caparbietà ed agilità vocale, davvero interessante e Federico  Benetti è un ottimo custode dei pazzi cui da voce con il bel timbro profondo e scuro. Silvia Aymonino firma i costumi che aiutano ad esaltare la leggerezza e l’ironia della vicenda: esilarante il momento in cui tutte le suore che operano in manicomio sono tutti gli uomini del coro, travestiti appunto da suore in un ilare tratteggio giocoso! Carlo Caputo al cembalo sottolinea con delicata poesia alcuni salienti momenti dell’opera, come si apprezza l’inattesa scena finale quando enormi vasi da farmacia e contenitori  uno dei quali  racchiude anche una enorme vipera sotto aldeide formica,   fanno da contorno ad ‘una cameriera che dentro alla scena suona l’arpa accompagnando la canzone utile al rinsavimento di Uberto. Il coro del Regio è veramente eccezionale e composto da veri artisti del canto e dell’attorialità: efficacemente sotto la guida di Andrea Secchi interloquiscono fra di loro, con le parti principali e con l’insieme registico!  Una nota positiva la riservo anche alle luci ben disegnate da  Alessandro Verazzi che in alcuni momenti contribuiscono sostanzialmente alla narrazione, come quando il colore mattone pervade la scena avvalorando la temporalità del racconto. Evviva le riscoperte, evviva le nuove messe in scena, evviva chi sostiene la cultura! La Musica vince sempre.


Tuesday, March 19, 2019

Florencia en el Amazonas en Houston

Fotos: Lynn Lane

Lorena J. Rosas

Fue en este escenario donde en el año de 1996 se realizó el estreno absoluto de esta ópera de Daniel Catán, posteriormente la obra fue repuesta aquí mismo en el 2001, y una vez más dentro de la presente temporada.  Con una creación escénica actualizada, y estrenada en Los Ángeles en el 2014, se mantiene el concepto original del barco giratorio – El Dorado- sobre el que viajan los personajes. Bailarines de ballet alrededor del barco simulan a los dioses del rio, y proyecciones al fondo del escenario aunados a una brillante iluminación, oscura y lúgubre por momentos, crearon el efecto de una tormenta, una oscura noche y la colorida transformación de Florencia en mariposa, resaltando el realismo mágico contenido en la trama y haciendo que la parte visual del espectáculo fuera muy atractiva. Todo se basó en el montaje original ideado para el estreno, con dirección escénica de Francesca Zambello, escenografías de Robert Israel y vestuarios de Catherine Zuber, también creadores del estreno de la obra en 1996.  
Cada nueva ocasión que se tiene para escuchar Florencia, permite descubrir nuevos aspectos de su suntuosa orquestación, y de la mano de Patrick Summers, director musical del teatro, la parte musical resaltó por su atención al detalle, a los matices y a los colores melódicos de la partitura.  La orquesta mostró uniformidad y soltura en una música que les resulta familiar.  La soprano Ana María Martínez, quien en el 2001 cantó el papel de Rosalba, asumió el papel de Florencia Grimaldi imprimiéndole experiencia y pericia a su actuación, así como suavidad y tersura a su canto. Tanto Nancy Fabiola Herrera como Thomas Glass personificaron de manera correcta a Paula y a Álvaro, a pesar de algunas deficiencias en la dicción. Alicia Gianni fue una jovial y graciosa Rosalba, y el tenor Joshua Guerrero cautivó por su cálido y penetrante canto como Arcadio.  Norman Garrett fue un seguro Riolobo, el personaje místico que aparece en escena como narrador, como uno de los personajes y como una especie de personaje que transita entre la realidad y la fantasía. El elenco lo completó el curtido bajo-barítono David Pittsinger quien dio vida al Capitán

Monday, March 18, 2019

Los Pescadores de Perlas en Houston


Fotos: Lynn Lane

Lorena J. Rosas

Es la primera ocasión que esta ópera francesa de Bizet es escenificada en el escenario de la Gran Ópera de Houston. Un dato simpático mencionado en el programa de mano, indica que de las óperas del repertorio operístico que ausente de en este teatro, este es título más sugerido y pedido por el público, lo que motivo su inclusión. Un acierto para destacar fue el buen elenco que se eligió para la ocasión encabezado por el tenor Lawrence Brownlee que, en su primera incursión en el papel de Nadir dejó constancia de su descollante trayectoria como tenor belcantista.  Su voz no ha perdido el atractivo timbre que la caracteriza, así como la elegancia en el fraseo, y claridad en su emisión y dicción. La soprano Andrea Carroll, formada en este teatro hace un par de temporadas y hoy con una carrera internacional, fue una delicada y sensible Leïla, con una voz joven y fresca, virtuosa y con potencial para llegar más lejos, agradó en sus duetos con Nadir. 
El bajo barítono argentino Federico De Michelis, fue un sólido y enérgico Nourabad, tanto en actuación como en su canto. El barítono Mariusz Kiwiecien, originalmente anunciado para encarnar el personaje Zurga, fue sustituido inesperadamente de ultimo minuto por el barítono Alexander Birch Elliott.  Tal parece que el célebre barítono polaco no pasa por un buen momento, ya que hace pocos meses canceló completamente, como esta vez, su participación como Don Giovanni en otra compañía texana, la ópera de Dallas. Birch Elliott tuvo un desempeño adecuando y convincente, alcanzando su punto más alto en el conocido dueto “Au fond du temple” El marco escénico elegido fue el que ideó la diseñadora de modas inglesa Zandra Rhodes para la ópera de San Diego, y que ha circulado por diversos teatros estadounidenses durante ya un largo periodo de tiempo. La abigarrada y colorida producción luce ya un poco gastada, pero su concepción parece mantenerse en línea con el exotismo contenido en la trama. La orquesta fue bien dirigida, con aplomo y exactitud, por el joven director estadounidense Roderick Cox.

Cendrillon de Massenet en Chicago


Foto: Todd Rosenberg

Ramón Jacques

Son pocas las oportunidades que se tienen para escuchar y ver en escena esta maravillosa obra de Massenet, que desde su creación ha sido inexplicablemente olvidada. Incluso en los teatros de Francia, país natal del compositor, son escasas las funciones que se han programado de ella en los últimos años. A raíz del 2006 cuando se estrenó en la ópera de Santa Fe el montaje de Laurent Pelly, y se convirtió en referencia, importantes teatros de ópera, aunque no los suficientes, han incluido el título en sus temporadas; y es así como Cendrillon llegó por primera vez al escenario de la ópera lírica de Chicago. Descrita por el compositor como ‘un cuento de hadas en cuatro actos’, fue precisamente el punto en el que Pelly se basó para captar la magia y la fantasía, y plasmarla en su concepción escénica (los vestuarios fueron ideados por el propio director y las escenografías diseñadas por su colaboradora Barbara de Limburg). Visualmente el concepto es atractivo, moderno, y gracias a una brillante iluminación y elegantes vestuarios, la historia transcurre frente al espectador con la fluidez y la fascinación con la que se leería un cuento de princesas. 
El papel de Lucette/ Cendrillon fue interpretado por Siobhan Stagg, soprano australiana con extenso curriculum, aunque desconocida hasta hoy en Norteamérica, quien evidenció una grata coloración vocal, con amplios matices, muy adaptada al estilo que requiere su papel, dramático y alegre; y ofreció una convincente actuación plena de simpatía. La mezzosoprano Alice Coote, con amplia experiencia personificando en otros teatros el papel del Príncipe, agradó por la facilidad con la que se desenvolvió en su actuación, y por su voz oscura, dúctil e infalible. Marie Eve-Munger tuvo un buen desempeño como la Hada madrina, mostrando buen porte escénico, aunque su cantó careció de la explosividad esperada de una soprano coloratura. El papel de Madame de la Haltière, la madrastra, le correspondió a Elizabeth Bishop quien actuó con justa comicidad y adecuado desempeño vocal. Al bajo Derek Walton, como Pandolfe padre de Cendrillon, se le escuchó una voz amplia y robusta, pero en escena se notó desconectado. Correctas las hermanastras Emily Pogorelc (Noémie) y Keyleigh Decker (Dorothée). Buen trabajo del resto de los cantantes en papeles menores y del coro en sus intervenciones. Musicalmente se pudo disfrutar de la suntuosa y vivaz orquestación de Massenet, con sus extensos ballets, gracias a una uniforme agrupación musical dirigida en esta ocasión por Francesco Milioto.

Sunday, March 17, 2019

La Boheme en Chicago


Fotos: Todd Rosenberg

Ramón Jacques

La nueva producción de La Boheme en la ópera lirica de Chicago (coproducida con el Covent Garden de Londres y el Teatro Real de Madrid) bajo la dirección escénica del Robert Jones se diferenció de tantas funciones que en la actualidad se ven de esta obra, particularmente por el desenvolvimiento actoral de los personajes a los cuales despojó de los rutinarios y repetitivos clichés de exagerado dramatismo o innecesaria comicidad que en ocasiones desvirtúan la escena, como los bailables de los bohemios en el cuarto acto, por mencionar alguno. Aquí se vio una actuación bien trabajada, nada acartonada más humana y cercana al público que lo agradeció. Aunque los vestuarios de la producción son elegantes y apegados al tiempo que indica el libreto, las escenografías son austeras, con muy pocos elementos, pero con un diseño simétricamente perfecto en cada cuadro y buen manejo de la iluminación. El concepto visual fue ideado por Stewart Laing.  Sobresaliente fue el desempeño artístico de Maria Agresta como Mimi, la soprano italiana mostró una fascinante voz, por homogeneidad y brillante coloración, y muy determinada y segura en su actuación, alejada del personaje blandengue y frágil que se conoce.  Michael Fabiano fue un correcto y apasionado Rodolfo, bien actuado y cantado, aunque por momentos se le escuchó un timbre ajustado y tirante. La inesperada cancelación de ultimo minuto de Danielle de Niese como Musetta, permitió a la soprano estadounidense Ann Toomey mostrar sus buenos dotes vocales, y la naturalidad y espontaneidad con la que afrontó el papel. El barítono Zachary Nelson agradó personificando un elocuente Marcello con voz oscura, pero cargada de expresividad y calidez. Adrian Sâmpetrean como Colline y Ricardo José Olvera como Schaunard redondearon un elenco uniforme. La solidez del coro y la orquesta de este teatro quedaron de manifiesto una vez más, esta última bajo la dinámica y entusiasta conducción Domingo Hindoyan, que, en su debut local, imprimió matices y equilibrio a su lectura.



Sunday, March 10, 2019

Les Talens Lyriques y Les Musicians de Louvre en México D.F.


Fotos: Cortesía Cultura UNAM

Ramón Jacques

Con apenas un par de semanas de diferencia, dos de las agrupaciones más importantes en la ejecución de música barroca y de instrumentos antiguos en la actualidad, ambas provenientes de Francia, ofrecieron memorables conciertos en la Ciudad de México. Primero le tocó a Les Talens Lyriques qué ofreció un concierto titulado De la lumière aux ténèbres (De la luz a la oscuridad) dedicado en su totalidad al compositor francés François Couperin (1668-1733) una de las especialidades de su director musical Christoph Rousset.  El concierto que se llevó a cabo en el Anfiteatro Simón Bolívar del Antiguo Colegio de San Ildefonso, y que formó parte de una extensa gira que pasó por varias ciudades de Norteamérica, consistió en obras para clavecín solo, tríos con violín viola y clavecín, y una composicion vocal, en lo que se podía considerarse como un íntimo concierto de salón
Se interpretó el tercer concierto de los Conciertos Reales (Concerts Royaux) con la brillantez del primer violín de la agrupación Gilone Gaubert-Jacques, acompañada de Christoph Rousset al clavecín y de Mikko Perkola en la viola da gamba; posteriormente el propio Rousset regaló dos movimientos del Segundo libro de obras de clavecín – Septieme Ordre, que fueron: La Meneteou y Les Amusements. Se escuchó la Primera Suite de Piezas para viola (1728) y el concierto concluyó con la célebre pieza vocal de Couperin Leçons de Ténèbres du Marcredi Saint (1714) compuesta para la semana santa; la primera y la segunda a una voz, y la tercera a dos voces; que fueron interpretadas, por las sopranos Eugénie Warnier y Amel Brahim-Djelloul, hoy considerada como una de las mejores intérpretes jóvenes de música antigua de música antigua en Francia. 
Les Musiciens de Louvre se presentó por primera ocasión en México, aunque sin la presencia de su director y fundador Marc Minkoswki, su lugar lo ocupó el clavecinista italiano Francesco Corti, en la Sala Nezahualcóyotl de la UNAM.  El título de este concierto de muy alto nivel fue ‘Crudel, tiranno amor’ que incluyó el Concerto Grosso Op.6 num 11 en la mejor, HWV 329; y el Concerto grosso Op. 6 no. 2 en fa menor, HWV 320 de G. Handel.  Del compositor Giovanni Benedetto Piatti (1697-1763) se interpretó el Concierto para oboe en sol menor, I 47, con el solista Emmanuel Laporte (solo). Como piezas vocales de Handel se interpretaron: Crudel tiranno amor, HWV 97; dos recitativos y dos arias Nel dolce dell’oblio de la cantata I pensieri notturni di Filli, HWv 134, y la Cantata Delirio Amoroso (Da quel giorni fatale) HWV 99 con la brillante y ágil voz de la soprano italiana Arianna Venditelli.



Guillaume Tell - Theater an der Wien di Vienna


Fotos: ©Moritz Schell
Ramón Jacques
Titoli poco conosciuti, anteprime, opere barocche o moderne e produzioni audaci, sono il sigillo della casa del Theater an der Wien di Vienna, che storicamente, dalla sua fondazione nel 1801, ha ospitato produzione di grande significato storico (come il Fidelio  di Beethoven). Sembrerebbe che attualmente registi e scenografi abbiano acquistato grande rilevanza a tal punto che certe opere non possono essere messe in scena senza di loro. Allora può esserci la riflessione se la parte scenica dello spettacolo sti allo stesso livello dell’opera musicale o si tratti solo di un complemento. Certo è che in questa occasione un lavoro di grande valore musicale come il Guillame Tell di Rossini, non poteva rappresentarsi in altro modo che con la travolgente produzione firmata da Torsten Fischer, con le scene di Herbert Schäfer e i costumi di Vasilis Triantafilopoulos, in uno spettacolo che ha lasciato una impronta sul pubblico, che non è restato indifferente. Fischer ha concepito Tell come un eroe e combattente attuale, che combatte contro l’oppressione e il terrorismo. L’uso di pochi elementi salvo alcune strutture metalliche che si alzavano e abbassavano, un buon utilizzo delle luci, proiezioni al fondo e constante azione attoriale, hanno permesso alla vicenda di fluire diligentemente. 
Cast omogeneo, capeggiato dal tenore John Osborn, che ha esibito voce di tonalità molto chiara, agile e calda nel ruolo di Arnoldo, e da Jane Archibald, una Mathilde sensibille, delicata e dal canto raffinato. Come Guillame Tell, il baritono Christoph Pohl, è stato aderente alla sua parte più per lo sviluppo scenico che ha offerto, che per la sua voce grezza. Il mezzosoprano svizzero Marie-Claude Chappuis ha prestato la sua colorita e flessibile tonalità vocale per creare scenicamente una Edwige affettiva ed elegante, Da notare anche il Melchtal di Jérôme Varnier e il Gessler autoritario di Ante Jerkunica. Il cast si completava con Edwin Crossler-Mercer come Walter Fürst e il Jemmy di Anita Rosati, di disimpegno adeguato. Sia il coro (Arnold Schoenberg Chor) che l’orchestra (Wiener Symphoniker) sotto la bacchetta entusiasta ed energica di Diego Matheuz hanno regalato memorabili momenti musicali.



Le Nozze di Figaro - Opera di Vienna


Fotos:Wiener Staatsoper / Michael Pöhn

Ramón Jacques

Mozart sembra non essere mai assente dall’amplia offerta di ogni stagione della Wiener Staatsoper, che propone Le Nozze di Figaro, nuovamente nell’allestimento curato da Jean-Louis Martinoty, che fu visto per la prima volta nel 2011. L’allestimento non è stato particolarmente interessante, persino noioso, e anche se la scena si situava in Siviglia nel periodo indicato e si completava con i costumi eleganti di Sylvie de Segonzac, si notava qualcosa di decontestualizzato e antiquato. Quadri, pitture e piante che si alzavano e abbassavano limitando lo spazio sul palco per cantanti e attori, con il loro aspetto grigio e scuro creano un ambiente lugubre e triste che contrasta con la vivacità che caratterizza la trama dell’opera. Qualcosa da sottolineare nell’aspetto scenico è il modo in cui Martinoty sa mostrare la differenza di classe tra i personaggi e esplorare le situazioni comiche che consentono all’opera di restare sottile e acuta. Il cast internazionale è stato all’altezza dell’opera , come il basso Riccardo Fassi che ha dato vita al personaggio di Figaro, che è un artista di aspetto giovanile, disinvolto in scena e vocalmente soddisfacente. Allo stesso modo il basso Erwin Schrott ha creato una caratterizzazione ideale del Conte con la sua voce corposa e tecnica pura;  e il soprano Chen Reiss ha dilettato come Susanna per la sua giovialità e simpatia e per la nitidezza del suo colorito e comunicativo timbro. Il ruolo della Contessa è stato affidato al soprano Golda Schultz che ha avuto un buon disimpegno anche se in certi passaggi la sua voce si è ascoltata leggera e tenue, ciò che ha impedito di essere completamente credibile in scena. Il mezzosoprano Svetlina Stoyanova dal timbro brunito ha dato una adeguata realizzazione come effusivo e esaltato Cherubino. Il resto dei cantanti del cast hanno risolto i propri personaggi in modo corretto.La forza di questo teatro si incontra in buca, con una orchestra di omogeneità e musicalità ammirevole. Il direttore Sascha Goetzel non ha fatto altro che potenziare la bravura di questi strumentisti e ciò che si è ascoltato è assolutamente affascinante.  Un apporto molto buono è stato quello del coro diretto da Thomas Lang. 


Saturday, March 9, 2019

La Cenerentola en el Teatro alla Scala de Milán


Foto: Brescia&Amisano

Massimo Viazzo

A cinco años de la muerte de Claudio Abbado, la Scala decidió recordarlo recuperando uno de sus espectáculos más célebres. Así, como tercera ópera de la temporada se puso en escena La Cenerentola de Rossini con la histórica producción de Jean-Pierre Ponnelle. Han pasado mas de cuarenta años desde que Ponnelle y Abbado revolucionaron la manera de entender la música rossiniana, toda construida sobre una geometría perfecta, con elementos de relojería, listos para crear situaciones de marionetas como también surrealistas. Se trataba del inicio de un “Rossini Renaissance” del que no se podía dar marcha atrás, y desde entonces el espectáculo de Ponnelle (cuyo estreno absoluto no fue en Milán sino en el Maggio Musicale Fiorentino) fue prácticamente saqueado por todos los directores de escena, con la consecuencia de que muchas situaciones escénicas se convirtieron tan familiares que fueron perdiendo poco a poco su arrebatadora fuerza. De cualquier manera, La Cenerentola de Ponnelle permanece como piedra angular del teatro rossiniano y esta nueva reposición, encargada a Grischa Asagaroff, ha confirmado su importancia histórica. La dirección orquestal fue de Ottavio Dantone quien encontró particularidades interesantes en la partitura, aunque por momentos pareció estar más atento al detalle que a su misma estructura en conjunto Marianne Crebassa, como la protagonista Angelina, gustó por la belleza de su timbre bronceado, la precisión de la coloratura, y la melancolía que supo infundir a las partes más intimas. Le faltó quizás un poco de electricidad en la ejecución del vertiginoso virtuosismo rossiniano. A pesar de una disminución en la voz anunciada desde el inicio, Maxim Mironov, dotó de elegancia y gracia al canto del príncipe Ramiro, aun con un volumen reducido. Carlos Chausson interpretó un Don Magnifico cargado un poco por aquí y por allá en sus intenciones, pero siempre bien cantado con voz segura y timbrada. Divertido estuvo el Dandini de Nicola Alaimo a sus anchas en cada situación vocal y escénica. Respetable el desempeño de Erwin Schrott como Alidoro. Como las hermanastras, ambas alumnas de la Accademia del Teatro alla Scala, Anna-Doris Capitelli fue una apreciable Tisbe, mientras que Tsisana Giorgadze interpretó a Clorinda de un modo algo caricaturesco, con una línea de canto que por momentos se confundía con el parlato.  El coro siempre en gran forma con mucho éxito al final.

La Temporada 2019-2020 del Metropolitan Ópera de Nueva York


Gustavo Gabriel Otero
Twitter: @GazetaLyrica

La principal novedad la Temporada 2019-2020 del Metropolitan Opera de Nueva York es la inclusión en el calendario de dieciséis funciones los domingos a las tres de la tarde de once óperas diferentes. El 23 de septiembre de 2019 se iniciarán las representaciones con una nueva producción escénica de Porgy and Bess de Gershwin, confiada a James Robinson. Las últimas dos funciones líricas de la Temporada serán el sábado 9 de mayo de 2020 con Maria Stuarda por la tarde y Katia Kabanová, en la noche. El curso se compondrá de veinticinco óperas diferentes. Estarán en los elencos cantantes favoritos del público del Met como Plácido Domingo y Anna Netrebko, Roberto Alagna, Piotr Beczała, Joseph Calleja, Javier Camarena, Marcelo Álvarez, Diana Damrau, Gerald Finley, Elīna Garanča, Christine Goerke, Vittorio Grigolo, Quinn Kelsey, Ailyn Pérez, Nina Stemme y Sonya Yoncheva. Harán sus primeras funciones para el público del Lincoln Center los cantantes Lise Davidsen, Anja Kampe, Camilla Nylund, Brenda Rae y Michael Spyres, entre otros. Yannick Nézet-Séguin como director musical se hará cargo de tres óperas: Wozzeck, Turandot y Werther; además de la Gala de Fin de Año y de dos conciertos de la orquesta en el Carnegie Hall (12 y 16 de junio de 2020). Subirán al podio orquestal, entre otros, Marco Armiliato, Harry Bicket, Bertrand de Billy, James Gaffigan, Edward Gardner, Valery Gergiev, Karen Kamensek, Antonello Manacorda, Vasily Petrenko, Sir Simon Rattle, Carlo Rizzi y David Robertson. Gianandrea Noseda dirigirá uno de los tres conciertos de la Orquesta del Met en el Carnegie Hall (15 de mayo de 2020). Sir Antonio Pappano cambia el podio por el piano por un evento muy especial: el recital de la soprano Diana Damrau en la tarde del domingo 29 de marzo de 2020, interpretando obras de Rossini, Bizet, Wagner, Strauss y Berg.

Inicia la lista de reposiciones Manon de Massenet en la producción de Laurent Pelly que volverá el 24 de septiembre de 2019. Al día siguiente, 25 de septiembre, Anna Netrebko junto a Plácido Domingo en su registro actual de barítono protagonizarán Macbeth de Verdi con la dirección musical de Marco Armiliato. En algunas funciones el protagonista será Željko Lučić mientras que Anna Pirozzi será Lady Macbeth el primero de octubre. Desde el 3 de octubre retornará la clásica producción de Zefirelli de Turandot de Puccini, que será la primera producción que inaugurará las funciones de los domingos alas tres de la tarde el 6 de octubre. Inmediatamente más Puccini: desde el 14 de octubre catorce funciones de Madama Butterfly con la puesta de Anthony Minghella. Plácido Domingo agregará un nuevo rol a su curriculum ya que cantará en algunas funciones al Cónsul Sharpless. Volverán a escena Orfeo y Euridice de Gluck (20 de octubre al 10 de noviembre); La Bohème de Puccini desde el 25 de octubre de 2019; Las bodas de Figaro con batuta de Harry Bicket con la producción escénica de Sir Richard Eyre (noviembre - diciembre de 2019 y febrero de 2020). La menos frecuentada Dama de Pique de Chaikoski se ofrecerá en siete oportunidades con Vasily Petrenko en la dirección musical y la escénica de Elijah Moshinsky. Der Rosenkavalier será protagonizada en esta ocasión por Camilla Nylund y Katie Van Kooten.

Como es habitual en diciembre se cantará La Flauta Mágica en traducción al inglés en un espectáculo pensado especialmente para las familias (15, 19, 21, 24, 26, 28 de diciembre de 2019, y 2, 3 y 4 de enero de 2020). Ya en 2020 se reponen La Traviata de Verdi; La dammation de Faust de Berlioz y la controvertida puesta, ambientada en un parque de diversiones inspirado en Coney Island de los años 1950, de Phelim McDermott de Cosí fan tutte de Mozart. En marzo de 2020 vuelven las producciones de La Cenerentola de Rossini, Werther de Massenet y Tosca de Puccini. Simon Boccanegra retorna el 10 de abril; el 19 Maria Stuarda de Donizetti y el 28 de abril de 2020 Manon Lescaut de Puccini. Dirigida por Lothar Koenigs, Katia Kabanová de Janácek será la última reposición de la temporada (sólo tres funciones los días 2, 6 y 9 de mayo de 2020).

Nuevas Producciones

Porgy and Bess se ofrecerá en catorce oportunidades entre el 23 septiembre y el primero de febrero de 2020. En los elencos Eric Owens y Kevin Short (Porgy), Angel Blue y Elizabeth Llewellyn (Bess) y Latonia Moore (Serena). Akhnaten del compositor norteamericano Philip Glass tendrá su estreno el 8 de noviembre. Contará con la dirección escénica de Phelim McDermott, el protagónico del contratenor Anthony Roth Costanzo como el Faraón Akenatón y la batuta de la directora de orquesta Karen Kamensek. Desde el 27 de diciembre de 2019 subirá a escena la nueva producción escénica de Wozzeck de Alban Berg firmada por William Kentridge. En el rol del título Peter Mattei. En carácter de estreno para el Met llegará Agrippina de Händel en una producción original de David MacVicar para el Teatro de la Monnaie de Bruselas del año 2000 adaptada para su nuevo escenario. Será Agrippina en las nueve funciones Joyce DiDonato con la dirección musical de Harry Bicket (del 6 de febrero al 7 de marzo de 2020). Por último se ha confiado a François Girard la nueva puesta de El holandés errante (Der fliegende holländer) de Wagner en una coproducción con la Opéra de Québec y la Dutch National Opera de Amsterdam. En el protagónico Bryn Terfel con Anja Kampe como Senta y en la batuta Valery Gergiev. Serán ocho funciones los días 2, 6, 10, 14, 18, 21, 23 y 27 de marzo de 2020. La tradicional Gala de Año Nuevo del 31 de diciembre de 2019 no será esta vez con una nueva producción escénica de un título lírico sino con un acto de tres óperas diferentes, todos con el protagónico de Anna Netrebko. Será una Gala Puccini con un acto completo de tres óperas diferentes, con dirección musical de Yannick Nézet-Séguin. En el primer acto de Bohème, Netrebko será Mimí junto a Matthew Polenzani (Rodolfo) y Quinn Kelsey (Marcello). Como Tosca estará acompañada por Yusif Eyvazov (Mario Cavaradossi) y Evgeny Nikitin (Scarpia). Mientras que en Turandot asumirá por primera vez a la princesa de hielo con Eyvazov como Calaf.

Transmisiones en HD

Continuarán las transmisiones simultáneas de los sábados por la tarde en vídeo y audio de alta definición a salas de cine de todo el mundo. La temporada de transmisiones comenzará el 12 de octubre con Turandot de Puccini y continuará con las reposiciones de Manon de Massenet el 26 de octubre y de Madama Butterfly el 9 de noviembre. El estreno de Akhnaten se podrá ver el 23 de noviembre, mientras que la nueva producción de Wozzeck se irradiará el 11 de enero de 2020. La serie se reanudará el 1 de febrero con la transmisión de tres nuevas producciones escénicas: Porgy and Bess, Agrippina el 29 de febrero y El holandés errante el 14 de marzo. Cierran el ciclo Tosca el 11 de abril y Maria Stuarda el 9 de mayo de 2020. Más información en: www.metopera.org

La Cenerentola - Teatro alla Scala


Foto:Brescia&Amisano

Massimo Viazzo

A cinque anni dalla scomparsa di Claudio Abbado la Scala ha deciso di commemorarlo recuperando uno degli spettacoli che lo hanno reso celebre. Ecco che quindi come terza opera della stagione è andata in scena La Cenerentola di Rossini nell’allestimento storico di Jean-Pierre Ponnelle. Sono passati più di quarant’anni da quando Ponnelle e Abbado rivoluzionarono il modo di intendere la musica rossiniana, tutta costruita su geometrie perfette, congegni ad orologeria pronti a innescare situazioni marionettistiche e anche surreali. Era l’inizio di una “Rossini Renaissance” da cui non si poteva più tornare indietro. E da allora in poi lo spettacolo di Ponnelle (che in prima assoluta andò in scena non a Milano ma al Maggio Musicale Fiorentino) fu saccheggiato praticamente da tutti i registi, con la conseguenza che molte situazioni sceniche sono diventate così familiari da perdere poco a poco la forza prorompente. La Cenerentola di Ponnelle resta comunque una pietra miliare del teatro rossiniano e questa nuova ripresa curata da Grischa Asagaroff ne ha ulteriormente confermato l’importanza storica. La direzione orchestrale è stata affidata ad Ottavio Dantone che ha scovato particolari interessanti nella partitura ma a volte è parso più attento al dettaglio che alla struttura dell’insieme. Marianne Crebassa, la protagonista Angelina, è piaciuta per la bellezza del suo timbro brunito, la precisione della coloratura, la melanconia che ha saputo infondere nelle parti più intime. Mancava forse un po’ di elettricità nel rendere il vertiginoso  virtuosismo rossiniano. Maxim Mironov, nonostante un calo di voce annunciato prima della recita, ha donato eleganza e grazia al canto del principe Ramiro, pur con un volume ridotto. Carlos Chausson ha interpretato un Don Magnifico qua e là un po’ caricato nelle intenzioni, ma sempre ben cantato con voce sicura e timbrata. Divertente il Dandini di Nicola Alaimo a proprio agio in ogni situazione vocale e scenica. Ragguardevole la prova di Erwin Schrott come Alidoro, e delle due sorellastre, entrambe allieve dell’Accademia del Teatro alla Scala, apprezzabile la Tisbe di Anna-Doris Capitelli, mentre Tsisana Giorgadze ha interpretato Clorinda in modo un po’ troppo caricaturale, con una linea di canto che a volte si confondeva con il parlato. Coro sempre in forma e grande successo alla fine



Tuesday, March 5, 2019

La Bibbia Riveduta e Scorretta - Teatro Coccia di Novara


Foto ©Paolo Galletta

Renzo Bellardone

Arrivati ad una certa età si crede di averle ormai sentite tutte e capito (quasi) tutto, poi arrivano gli Oblivion, cantanti, attori, ballerini, fantasisti ed un po’ saltimbanchi che allegramente  ti raccontano la Bibbia da un punto di vista diverso da quello che ci hanno insegnato! Ed allora l’unica alternativa qual’è? DIVERTIRSI !  LA BIBBIA RIVEDUTA E SCORRETTA – Teatro coccia Novara 24 febbraio 2019 Uno spettacolo scritto da Davide Calabrese, Lorenzo Scuda, Fabio Vagnarelli Musiche di Lorenzo Scuda Interpretato da Gli OBLIVION (Graziana Borciani, Davide Calabrese, Francesca Folloni, Lorenzo Scuda, Fabio Vagnarelli) Regia Giorgio Gallione Produzione AGIDI S.r.l.

“Anno domine 1455..”  ed immersi in un rosso acceso ha inizio il racconto della Bibbia riveduta e scorretta! Tra roghi pronti a bruciare streghe e false credenze popolari, Johann Gutenberg introduce la stampa a caratteri mobili, crea l’editoria e inaugura di fatto l’Età Moderna. Fin qui tutto chiaro anche per Gutenberg che ha la netta percezione dell’enormità della scoperta, ma una domanda sorge spontanea: quale deve essere il primo libro da stampare e consegnare all’umanità? 
Ovviamente individuare la risposta crea uno stato confusionale nella sua mente e vive l’ansia da prestazione editoriale, ma … a quel punto bussa alla porta della prima stamperia al mondo nientemeno che  il Signore Iddio con, su una carriola argentea e luccicante, le lastre di pietra manu scolpite. Dio chiede a Gutenberg di stampare la Bibbia, trasformarla in un best seller e fare di lui il più grande scrittore di tutti i tempi.  Succederà di tutto  e tra una discussione e l’altra tra Dio e Gutenberg (con un libro sempre sul capo) prende il via la lotta eterna tra il Potere Divino ed il Quarto Potere, perché come anche riportato: “ puoi essere anche Dio sceso in terra, ma se non hai un buon ufficio stampa non sei nessuno” Esilaranti i racconti del vecchio Abramo senza figli, della “vera” lotta tra Caino ed Abele circa la cucina abituale con carni ecc e la cucina vegetale, fino alla farsesca descrizione della circoncisione rappresentata da svolazzanti foulards. La Bibbia deve restare  nella storia ed allora bisogna anche stupire con effetti speciali ed ecco allora il diluvio universale con Noè circondato da pupazzetti di animali e con ARKEN tutta da montare con quattro pezzi di legno, un foglietto di istruzioni ed una brugola, parodiando con fin troppa evidenza la celebre Ikea. Non manca neppure un grande salmo che diventa un salmone…  Comicissima la rappresentazione del battesimo ‘io battezzo te e tu battezzi me’ con San Giovanni Batista con già un piatto attorno al collo, pronto per la decollazione. Il conflitto generazionale non manca tra Padre e Figlio e poi arriva pure lo Spirito Santo a creare confusione di ruoli ed ad ingarbugliare tutto pure Babbo Natale che diventa il distributore ufficiale del prodotto Bibbia, con l’unica necessità di consegnare tutto in una notte. Giorgio Gallione ha realizzato una regia dinamica e scattante, ricca di elementi senza intasare e confondere la scena, ma simboleggiando le varie sezioni le ha rese di immediata fruizione. 
Circa le luci sono stato colpito dalla efficacia nella totale semplicità. I costumi vivaci e brillanti nei più svariati colori, non fanno che contribuire alla riuscita della produzione. Graziana Borciani, Davide Calabrese, Francesca Folloni, Lorenzo Scuda e Fabio Vagnarelli ovvero gli Oblivion, si incontrano nel 2003 a Bologna e da quel momento diventano una realtà su internet, in teatro, in televisione e su palchi prestigiosi. Sono davvero bravi! In cinque tengono uno spettacolo con ironia, gestualità, agilità, espressione, canto e dizione tutto insieme; utilizzano la formula del musical per trattare con satira non malevola temi importanti, argomenti e testi che tutti hanno avvicinato. In questo caso la blasfemia era in agguato, ma con intelligenza l’anno respinta lasciando spazio al puro umorismo che diverte sempre e di cui abbiamo sempre più bisogno ! Evviva gli Oblivion!