Friday, June 14, 2019

Idomeneo - Teatro alla Scala


Foto: Brescia&Amisano

Renzo Bellardone

Tornare alla Scala dopo qualche mese di assenza, è sempre un tuffo al cuore ed una gioia dell’anima! La bellezza del Teatro e le atmosfere intrise di storie e passioni mi avvolgono in un abbraccio protettivo che mi aiuta a capire la bellezza dell’essere!  Sebbene la sera della prima, il 29 gennaio del 1781,  fu lanciata una coscia di fagiano da un palchetto in direzione di Mozart che dirigeva l'orchestra, Idomeneo, al debutto,fu molto applaudito, ma dopo l’acclamato esordio dovette attendere qualche anno per venire replicato. Tutt’oggi è opera poco rappresentata seppur includa dei paesaggi musicali di tutto rispetto e richieda voci ferme, sicure e timbricamente rilevanti. La messa in scena alla Scala è veramente degna della sacralità del luogo che la ospita ed il cast stellare soddisfa i sensi preposti all’ascolto ed all’intimo piacere dello stesso. La regia di Matthias Hartmann  con la drammaturgia di Michael Küster è curata in ogni dettaglio fino all’infinitesimale: non c’è spazio per la staticità ed ogni attimo è un attimo di descrizione e narrazione con la fluidità delle danze del favoloso Corpo di Ballo del Teatro alla Scala, coreografate ecletticamente da Reginaldo Oliveira: uniformi nei costumi  di Malte Lübben  e con i corpi dipinti in argento  vanno  a confondersi con le tinte della struttura scenica da cui emergono con lo strisciare e con una sorta di butoh che si espande in contemporanee gestualità. Grandi volute di fumo avvolgono il palco ed invadono la platea, la quale resta   calamitata dalle nebbiose e tormentate atmosfere, trafitte  dalle luci di Mathias Märker in un evolutivo percorso di affascinamento. La scena  di Volker Hintermeier è scena unica girevole con un enorme relitto di nave ed una possente testa di toro ad evocare il mito del minotauro in Creta, isola in cui si svolge l’opera. Idomeneo ritorna a casa dalla guerra e che per aver salva la vita promette a Nettuno un sacrificio umano: “ucciderò il primo uomo che incontrerò appena toccata terra”, ma il primo uomo che incontra è l’amato figlio Idamante. Per scongiurare il sacrificio-delitto Idomeneo è contrastato dai fantasmi della sua mente e ha paura dell’orrore lasciato dalla guerra!  Bernard  Richter è appunto un Idomeneo molto umano, pieno di timori e sconvolto dal suo giuramento che eviterà dopo mille tormenti; la voce di  Richter vola sicura e flessibile con colorature affascinanti e con timbro lirico pieno e caldo; alla duttilità vanno aggiunte la forte presenza scenica e  la grande abilità di attore, che unite, rendono  il personaggio autenticamente sofferente e umano: un Idomeneo che resterà impresso ! Certamente facilitati dalla vigorosa e soffice direzione polarizzante di Diego Fasolis tutti i cantanti hanno dato il meglio di se ed una gradevole nota è sicuramente  la prassi esecutiva con fortepiano. Elettra figlia di Agamennone trova in Federica Lombardi una impetuosa ed irosa interprete che sente traditi i suoi affetti e che riesce a fluidificare gli impeti tramutati in dolcezza sobria come in ‘Soavi zeffiri’; valida interprete che sfoggia potenza e agilità, interessante in ogni registro. Michèle Losier è strepitoso Idamante che rende con il timbro ambrato e lievemente brunito, che le consente di vivere tutti i tormenti e le inquietudini d’amore per Ilia ed ancor più per il padre che invano invita a compiere il sacrificio. Julia Kleiter  interpreta la dolce Ilia che dovrà prender coscienza del suo stato e divenire donna: voce chiara e sicura passa ai registri acuti con fermezza e fluidità e plasma la poesia in musica in ‘zeffiretti lusinghieri…’.Giorgio Misseri veste i panni di Arbace il fedele confidente di Idomeneo: vocalmente interessante ha bei colori lucenti e tersi, duttile  con  franca carica interpretativa con toni accorati e potenti..  Interessanti anche il gran sacerdote, Krešimir Špicer e la voce di Nettuno, Emanuele Cordaro, che imperiosa giunge dal palco reale.  Opportunamente ed adeguatamente completano il cast  Silvia Spruzzola e Olivia Antoschkina, due cretesi e Massimiliano di Fino e Marco Granata, due troiani. Il veterano Bruno Casoni guida con eperienzialità e maestria il superbo coro della Scala che si avvale certamente di artisti di grande livello: compenetrante e predominante è l’indispensabile tutt’uno con l’intero che dal coro viene grandemente arricchito e spettacolarizzato con  ‘placido è il mar…’.La Musica vince sempre.

L’italiana in Algeri – Teatro Regio Torino


Foto: Teatro Regio di Torino

Renzo Bellardone

Che dire? Rossini per alcuni è il genio assoluto, per altri è compositore di serie B! ed allora come approcciarsi alle sue opere? Suggerisco un cuore leggero, uno spirito curioso, il desiderio del divertissment e perché no?: il piacere di ascoltare buona Musica ! L’Opera è conosciuta e sicuramente quasi tutti abbiamo ascoltato dei brani o almeno l’ouverture. Per i melomani ed i semplici appassionati l’Italiana in Algeri costituisce una perla di divertimento e di ascolto di buona musica ! Il Regio di Torino la ripropone nel classico allestimento di Vittorio Borrelli che mantiene intatto il sapore d’Oriente e le atmosfere di tutto divertimento quasi fosse una vaudeville. Il Teatro Regio è in preda a flutti tempestosi che oramai si protraggono da tempo, ovvero da quando Vergnano e Noseda hanno lasciato il teatro, ed invece di acquietarsi si innalzano ancor più tenebrosi;  in attesa di soluzioni che facciano ritornare il teatro a quel gioiello internazionale che tutti ci invidiavano, ci si appresta a chiudere la stagione 2018/19 senza ancora avere la possibilità di presentare la nuova stagione. In questo scenario confuso e dalle tinte strane e sovrapposte, ecco che almeno la proposta rossiniane ci risolleva illusoriamente il morale. La regia affidata appunto a Vittorio Borrelli –primo direttore di scena- che riprende l’edizione di un decennio fa e la  rivitalizza con inserti contemporanei quali il sosia di Cannavacciuolo    che sul palco ed in diretta perfeziona la cottura degli spaghetti per Pappataci… Le scenografie semplici, ma pertinenti di Claudia Boasso -responsalibe degli allestimenti del Regio- completano degnamente l’insieme. I costumi tradizionali ed efficaci di Santuzza Calì danno colore e verità alla produzione. Le luci di Andrea Anfossi, riprese da Vladi Spigarolo illuminano ed esaltano le diverse situazioni. Un plauso al coro diretto da Andrea Secchi: ogni volta il coro del Regio di Torino stupisce per bravura ed ecletticità. Alessandro De Marchi, consolidato direttore d’orchestra, dirige con gesto misurato e con fare colloquiale e sorridente coinvolge la buca in un buon insieme. Accompagnati dall’ottimo Giannandrea Agnoletto al fortepiano si esibiscono sul palco consolidati artisti e nuovi debutti. Mustafà è affidato a Carlo Lepore che credo non necessiti di presentazioni per i frequentatori di teatro d’opera: efficace in ogni ruolo supera se stesso nei ruoli buffi (al Regio recentemente apprezzato in Falstaff)  ed anche in questa occasione affianca interpretazione attoriale di rilievo all’espressione vocale di tutto rispetto. Altro big è Paolo Bordogna, il quale cattura sempre il pubblico per la verve e la simpatia innate che espande alla platea insieme alle indubbie qualità vocali apprezzate in ogni dove nel mondo. Xabier Andagua esprime una voce potente e ben impostata che utilizza con padronanza, salvo il fraseggio a volte approssimativo; un plauso a Sara Blanc nel ruolo della moglie Elvira che sfoggia bella voce, vivacità interpretativa ed eleganza vocale, ben affiancata da Rosa Bove nel ruolo della confidente Zulma. Benjamin Cho puntuale e preciso ha interpretato il ruolo di Haly, capo dei corsari algerini. L’interprete del ruolo, ascoltata per la prima volta, è Martina Belli che pur senza un grande volume ha tratteggiato e definito il personaggio con tutte le sfumature utili a descrivere la volubile ed astuta italiana dell’opera. La Musica vince sempre.

Concerto di Jordi Savall - Le Concert de Nations in Houston, Tx


Foto: David Ignaszewski

Ramón Jacques 

Considerato una autorità nella musica antica, il nome del violista da gamba e musicologo Jordi Savall, non richiede altre presentazioni; prova di questo è stata la grande affluenza di pubblico che ha assistito  con emozione al concerto che ha offerto con la sua orchestra Le Concert de Nations, nel Wortham Center di Houston, sede della compagnia d’opera di Houston, grazie alla collaborazione di due associazioni musicali locali: “Da Camera” e “Houston Early Music Society”. Il concerto intitolato Tous les Matins du Monde, comprendeva pezzi dalla colonna sonora dell’omonima pellicola francese, che narra la vita del suonatore di viola da gamba francese Sainte-Colombe e la relazione con il suo alunno Marin Marais (personaggio interpretato da Gerard Depardieu). Jordi Savall si è incaricato di musicare questo film del regista Alain Corneau, registrando pezzi che alla lunga sono diventati grandi successi, per dirla così, del celebre direttore d’orchestra come la Suite del Bourgeois Gentilhomme di Lully, con la sublime Gavotte e canarios dalla stessa opera; le Arie 1 e 2 de los espanoles, la  i Ciaccona di Scaramouche, così come la Gavotta e canarios dalla stessa opera.  Sebbene si sia trattato di un concerto strumentale, i pezzi ascoltati appartengono alla musica che precorre l’opera francese. Non mancavano le composizioni di Marin Marais, della cui opera è specialista e Savall ha approfondito, e di cui ha realizzato la prima esecuzione in tempi moderni della sua tragedia lirica Alcyone al Teatro dell’Opera-Comique di Parigi e all’opera reale di Versailles nel 2017, e che varrà riproposta il prossimo anno al Liceu di Barcellona. Di Marais sono stati eseguiti i Pezzi per violino del secondo e terzo libro; con il risplendete violino di Manfredo Kraemer, e la nota Sonnerie de St. Geneviève du Mont de Paris. Di Eustache du Carroy si sono ascoltate 3 Fantasie sopra una giovinetta, con alta carica di solennità e sussiego; Saint Colombe era presente con il Concerto n. 41 per due viole da gamba “Il Ritorno” e il Concerto n. 44 per due viole da gamba “Tombeau les regrets”- Emotiva e sensibile è stata l’inclusione dei Concerti Reali nn. 2-3 di Couperin. Il cembalista Luca Guglielmi ha brillato da solo con il Tambourin I e II dal Terzo Concerto dei Pezzi per clavicembalo di Jean-Philippe Rameau. Infine, di Jean-Marie Leclair, prolifico compositore di musica da camera e violinistica, la cui unica opera Scylla et Glaucus è stata riproposta e registrata nel 2014 a Versailles, Savall e i suoi musicisti hanno regalato una esecuzione sontuosa e colorita della sua Sonata VII. Capace di creare un ambiente intimo e un legame di prossimità con il pubblico, con la soavità e la sottigliezza che emana dalle corde del suo strumento, che  è una delle virtù di Jordi Savall,  il poter assistere ad un suo concerto dal vivo è un piacere per i sensi.



A streetcar named Desire en Buenos Aires


Gentileza Prensa Teatro Colón/ Arnaldo Colombaroli

Gustavo Gabriel Otero
Twitter: @GazetaLyrica

Con carácter de estreno el Teatro Colón ofreció Un tranvía llamado deseo (A streetcar named Desire) de André Previn con una puesta en escena atractiva, adecuados cantantes y sólido rendimiento musical. Enrique Bordolini diseñó una funcional y bella escenografía, a pesar de la sordidez del cuadro general, que permite ver tanto el interior como el exterior del edificio donde viven los protagonistas. Rita Cosentino en la puesta en escena demostró todo su potencial creativo para hacer de una obra de devenir parsimonioso una gran creación teatral. La idea de poder ver lo que sucede en el baño añade credibilidad al deterioro progresivo de Blanche. Completaron la muy buena versión visual, Alvaro Luna y José Luis Fiorruccio en las proyecciones lumínicas y de video y el atildado vestuario de Gino Bogani.  Orla Boylan fue una creíble Blanche Dubois con adecuada línea de canto y gran desempeño escénico. Sara Jane McMahon mostró una voz pequeña pero muy bien trabajada para dar vida a Stella, hermana de Blanche. David Adam Moore (Stanley Kowalski) acreditó sólidos recursos canoros y muy buena prestación escénica mientras que Eric Fennell (Harold ‘Mitch’ Mitchel) fue correcto y prolijo en la composición de su personaje. Un verdadero lujo Victoria Livengood como Eunice Hubbell y correcto el resto del elenco en sus breves roles. David Brophy condujo con mano segura a la Orquesta Estable logrando un muy buen rendimiento y buscando matices en una obra ecléctica pero de un entramado sinfónico complejo.



Monday, June 3, 2019

La Traviata en Buenos Aires - Juventus Lyrica


Foto: Juventus Lyrica

Dr. Alberto Leal

Pocas óperas de Verdi tienen la atracción que despierta Traviata. Creo que fue un acierto de Juventus Lyrica elegirla como título de apertura, con una sala colmada. Desde el excelente trabajo del Maestro Antonio Maria Russo, conduciendo una orquesta que le respondió en todo momento y un Coro que brillo en toda la representación Parte de la obra estaba asegurada. Ana D´Anna volvió a mostrar que con poco se puede hacer mucho. No entiendo porque el Teatro Colón no la convoca. Simple pero siempre en carácter la escenografía de Gonzalo Córdoba. Y excelente el vestuario de María Jaunarena – solo es de lamentar el vestido de Violetta en el tercer acto- fuera de la gama de colores y que no favorecía a la soprano- Pero realmente la gran sorpresa de la noche fue la excelente soprano Carolina Gómez. Juventus nos tiene acostumbrados a sorprendernos con cantantes poco conocidos. Ella tiene todo lo que se exige para una excelente Violetta. Hermoso timbre, excelente técnica vocal, brillante presencia escénica y notables dotes de actriz. Creo que debe ser tenida en cuenta por otros Teatros, no existen en el medio muchas mejores Violetta. ¡Bravo! Ernesto Bauer no posee una voz típica para el papel. Pero cantó con corrección y por momentos logró emocionar. Sebastián Russo, a quien, he visto otras veces como Alfredo, creo que no está pasando por un buen momento vocal. Cambios de color en su aria, un agudo en su caballeta que hubiera ser mejor que lo omitirlo, y algunos problemas de afinación no habituales en él. Tal vez cantar roles más acordes con su voz o parar un tiempo para resolver sus problemas sería lo indicado. Más que correcto el resto del elenco, con una flora de gran presencia como Rocío Arbizu, María Almeida, Luis Fuentes Bustos, Felipe Cudina Begovic y el resto del elenco. Una Traviata que merece ser vista. Este elenco volvería a cantar el día 30 de mayo. No puedo hablar del elenco alternativo al cual no vi. ¡¡¡¡Esta VERSIÓN FUE imperdible!!!!



Monday, May 27, 2019

Au coeur des Alps - Marie-Claude Chappuis (mezzosoprano)



Ramón Jacques 

Au coeur des Alpes - Volkslieder aus der Schweiz – Folksongs from Switzerland. Marie Claude Chappuis (mezzosoprano) and Friends. Sony Classical. CD.  Fecha de lanzamiento al mercado: 21 de diciembre del 2018 Numero de catálogo: 19075903102 Sello discográfico: Duración: 67 minutes.

Una novedosa y refrescante producción discográfica titulada Au coeur des Alpes (En el corazón de los Alpes) es la que ofrece la mezzosoprano suiza Marie-Claude Chappuis. Editada por sello musical Sony Classics, contiene una colección de 25 canciones, en realidad joyas musicales extraídas del folclor musical de las diferentes regiones y lenguas de Suiza, con especial cercanía a La Gruyère en el cantón de Friburgo, su tierra natal. La artista cita que el compositor Robert Schumann en alguna ocasión dijo que “Escuchando con atención la música folclórica, se encontentará una fuente de bellas melodías y nos abrirá los ojos para entender el carácter de una nación” Ese es precisamente el merito de esta grabación, que nos transporta a ese país alpino y nos hace imaginar sus altas montañas nevadas, extensos bosques y lagos.  La propia Marie-Claude fue quien hizo la selección de las canciones folclóricas, algunas que cantaba desde su niñez y algunas, como ella afirma, ya conocía aun antes de nacer.  Los arreglos musicales son maravillosos, ya que se rodeó de importantes músicos suizos, como el notable laudista, suizo Luca Pianca, y miembros de su orquesta Ensamble Claudiana, así como del coro Chœur des armaillis de la Gruyère o de su madre Thérèse Chappuis, también una destacada interprete de lied. No podían faltar elementos típicos de esta música, como lo es el corno alpino (alpenhorn), el acordeón y el “yodel”, el estilo de canto tan particular de los Alpes, que aquí la cantante maneja con facilidad y maestría. Marie-Claude no se aleja de su estilo de interpretación de la música antigua, o de su afinidad por el lied y la canción francesa, lo que le da a cada una de sus interpretaciones un toque de profundidad y misterio, que se percibe con sutileza en la música que la acompaña. La emoción, la alegría y melancolía con la que canta cada pieza es contagiosa, al punto que entusiasma a quien lo escucha, y es lo que al final es la música, un viaje imaginario.  Es difícil elegir cual sería la pieza favorita del disco, pero debo reconocer que las que más me han conmovido son: Lueget, vo Berg und Tal (Miren como en la montaña), Les chèvres de Gruyères o Le baiser de ma mère  Describir el disco a quien no lo ha escuchado seria como adelantarle el final de una película aún no vista; lo que si es un hecho, es que es que se trata de un CD muy bonito y de buena calidad. 

Sunday, May 26, 2019

Don Giovanni en Houston


Foto: Lynn Lane

Lorena J. Rosas

Houston es otra de las importantes compañías estadounidenses que está dejando atrás las producciones escénicas tradicionales para introducir paulatinamente otras más modernas y atrevidas.  Es sabido que el público de Houston es conservador en cuanto a sus preferencias operísticas, y algunos montajes que se han visto en este teatro en tiempos recientes, como los cuatro títulos del Anillo de los Nibelungos de Wagner, por mencionar algunos, han excedido ciertos limites del gusto y la tolerancia del público local, sin que el teatro obtenga una recompensa palpable, mas allá de ahuyentar a muchos, que optan por no regresar a su butaca después de los intervalos. El concepto escénico del director danés Kasper Holten, coproducción con diversos teatros europeos como el Covent Garden de Londres, es precisamente uno de esos que no dejan un buen sabor de boca al final. Tiene pocos momentos vistosos, ya que todo se desarrolla en un ambiente oscuro, lúgubre y con proyecciones de video sobre el escenario. La acción ocurre en una especie de cubo de dos pisos que gira en cada escena, ideado por Es Devlin.  El problema parece estar en la dirección escénica, por el exagerado libido sexual de Don Giovanni, y la manera como se aborda el humor, con actuación muy cargada, cuyo objetivo parece ser el de provocar o incomodar al espectador. Holten estira demasiado la liga, al punto que ciertos gags, sobre todo en actitudes que hacia las interpretes femeninas pasan de ser divertidas a ofensivas.  El bajo-barítono Ryan McKinny debutó a Don Giovanni, papel para el cual no me parece que sea un convincente o ideal interprete, ni por físico, y menos por voz, que por momentos palidecía en la masa orquestal, y por sus constantes y desenfrenados movimientos escénicos.  El barítono italiano Paolo Bordogna derrochó en escena las tablas que posee para interpretar a este tipo de personajes con comicidad natural.  Su Leporello fue cantado con firmeza y actuado con gracia. Melody Moore mostró un consistente desempeño escénico como Donna Elvira, pero a su canto le faltó mayor sutileza y distinción. Ailyn Pérez fue una apasionada Donna Anna de buena presencia que encantó con el manejo virtuoso y musical de su voz. El resto del elenco cumplió correctamente en sus intervenciones: Ben Bliss como un endeble Don Ottavio, Daniel Noyola y Dorothy Gal como la juvenil y jovial pareja de Masseto y Zerlina; y el bajo-barítono Kristinn Sigmundsson como el Comendador.  Al frente de la orquesta estuvo el maestro Cristian Măcelaru, al que se le escaparon muchas sutilezas de la música de Mozart, su lectura fue por momentos apresurada, pero en términos generales fue adecuado su cometido. Una mención para el buen trabajo del coro que respondió cada vez que fue requerido.



Saturday, May 25, 2019

Juditha triumphans de Vivaldi en Ámsterdam


Foto: Marco Borggreve 

Ramón Jacques

Juditha triumphans devicta Holofernis barbarie el ‘oratorio sagrado militar’ estrenado en Venecia en 1716 y titulado así por Antonio Vivaldi, en la actualidad la única de sus obras de este género cuyo manuscrito siempre permaneció completo, tuvo su estrenó en la Ópera Nacional de Ámsterdam. Escenificar oratorios no es tarea fácil, ya que sus historias sueles ser abstractas, repletas de alegorías y metáforas que complican establecer el lugar y tiempo en el que se sitúan; pero este es algo que este teatro ha hecho con éxito en el pasado con títulos como Hércules, Gurre-Lieder, Jephtha y Das Floß der Medusa. Del montaje se encargó el joven director neerlandés Floris Visser, quien, inspirado en el carácter militarista y disuasivo del coro inicial, plasmó su idea en un montaje interesante y atractivo, situándolo en un pueblo italiano durante la Segunda Guerra mundial. La escenografía consistió en una plataforma giratoria, donde se ubicaba la cúpula destruida y bombardeada de una iglesia. La intención de Visser fue la de mostrar el horror de la guerra, el robo de obras de arte; y cuadros de pintores como: Giorgione, Caravaggio y Gentileschi, quienes se inspiraron en la historia de Juditha que sedujo y decapitó al general asirio Holofernes, quien aquí representaba la figura de Rommel. El trabajo escénico fue realizado con cuidada y detallada sutileza, evitando la violencia y la exageración, nunca invasiva de la parte musical sino complementaria de la misma. Fue un lujo contar en el foso con Andrea Marcon, considerado un especialista en Vivaldi, quien dirigió a su propia orquesta La Cetra Barockorchester Basel, agrupación musical de instrumentos antiguos, cuya sede es la ópera de Basilea en Suiza; que aquí brindó una ejecución superlativa resaltando la variedad tímbrica de la partitura, con ligereza y dinámica, gracias a la riqueza y homogeneidad de instrumentos, particularmente de sus cuerdas. El coro de la ópera neerlandesa, tan fundamental en esta obra, mostró un buen nivel. La mezzosoprano francesa Gaëlle Arquez, se distinguió por el porte escénico y la elegancia vocal con la que interpretó al papel de Juditha. Su canto fue conmovedor, comunicativo, y pleno de intención.  A su ‘Quanto magis generosa’ lo ubicaría como uno de los pasajes más memorables que recuerdo haber escuchado yo en mucho tiempo. Teresa Iervolino, contralto de canto oscuro y consistente recreó un autoritario Holofornes. Por su parte, la contralto Francesca Ascioti, fascinó por la agilidad y la elasticidad pirotécnica con la que manejó la voz dando vida al personaje de Ozias, y la mezzosoprano rusa Vasilisa Berzhanskaya fue un convincente y provocador Vagaus de precisa coloratura y abrillantado timbre. Correctos estuvieron los demás cantantes del elenco.



Friday, May 24, 2019

The Phoenix en Houston


Foto: Lynn Lane

Lorena J. Rosas

Con el estreno mundial de la ópera The Phoenix o (Las aventuras operáticas de Lorenzo Daponte en dos continentes, en dos actos) del compositor ingles Tarik O’Regan y libreto del director de escena John Caird, la Gran ópera de Houston contabiliza ya 66 estrenos absolutos en su escenario, lo que quizás sea ya un récord inigualable entre los teatros de ópera. La historia describe pasajes de la vida de Lorenzo Daponte y su escandalosa vida que lo llevó a participar en la trilogía de operas de Mozart.  Se trata de una secuencia de escenas, con poca profundidad y que de manera escueta, abordan aspectos poco conocidos de este personaje: a quien después de ordenarse como sacerdote y de ser poeta en Venecia, se le descubrieron nexos con burdeles, y tener dos hijos ilegítimos. Al conocer a Mozart en Viena se desarrolló como un exitoso libretista codeándose con la alta sociedad europea, pero cuando el éxito se esfumó, emigró a los Estados Unidos donde fundó la primera compañía de ópera de la ciudad. En escena se recurrió al recurso del teatro dentro del teatro, y todo comenzó en la parte trasera del ensayo de una obra; posteriormente en el frente del escenario de ese teatro se desarrolló prácticamente toda la acción, y donde el propio Da Ponte se observaba a sí mismo, y a los personajes que a su vez interpretan a otros personajes dentro un marco poco lucidor del diseñador David Farley. Actoralmente la escena lucía estática, lenta, pesada y poco estimulante por momentos. Orquestalmente la partitura es moderna, por llamarla así, atonal, y carente de interesantes pasajes melódicos, y sin lucimiento vocal ni arias, más allá de extensos diálogos y recitativos en italiano e inglés, poco entendibles en ocasiones, y alguno que otro momento de lucimiento del coro.  El teatro puso todos los recursos necesarios a disposición de este proyecto, que pienso no dio los resultados esperados, ya que contó con el barítono Thomas Hampson, quien dejó constancia de su larga experiencia y convicción, como el viejo Da Ponte; y del bajo-barítono Luca Pisaroni, como el joven Da Ponte, con correcto desempeño vocal y actoral.  La mezzosoprano Rihab Chaieb, que encarnó a los personajes de Maria Malibran y Mozart, actuó con gracia y exhibió admirables cualidades vocales. A Patrick Summers, director musical del teatro, se le notó comprometido con el proyecto y dirigió con intensidad y entusiasmo.  



Thursday, May 23, 2019

Ariodante de Handel - Lyric Opera de Chicago


Fotos: Cory Weaver

Ramón Jacques  

Esta fue la primera representación de Ariodante de Handel en la Ópera Lírica de Chicago. Por un lado, es encomiable que los teatros busquen ampliar su repertorio incorporando obras desconocidas por su público, pero, por otro lado, es cuestionable que la programación este dictada por las producciones escénicas disponibles, que por el valor musical y vocal de la obra misma. Con el montaje del director escénico Richard Jones con escenografías del diseñador ULTZ, una coproducción realizada entre Chicago y el festival francés de Aix-en-Provence, parece que este teatro busca subirse inecesariamente al tren de las producciones de ‘vanguardia’ o ‘populares’ en Europa, en contra de su esencia de ofrecer producciones opulentas y tradicionales.  Aquí la obra se situó en Escocia en los años 60, y toda la acción se desarrolló dentro de una cabaña con varias habitaciones, vestuarios poco atractivos y burdos en su diseño, personajes representados también por marionetas, o por citar un ejemplo; ver a Polinesio como un pervertido cura con tatuajes y jeans bajo la sotana, forma parte de en una innumerable lista de situaciones sin coherencia, invasivas, y provocativas en las que era difícil establecer un vínculo con la historia. Francamente una puesta escénica para el olvido. Afortunadamente, Handel sobresale ante todo por la vivacidad de su música y sus arias, y esa es la impronta que permaneció en la memoria del que asistió al espectáculo. Una baja sensible fue la cancelación por enfermedad de la mezzosoprano Alice Coote en el papel estelar, y aunque su remplazante Julie Miller sacó adelante la función, su desempeño actoral y vocal estuvo en línea con la palidez y la frialdad del escenario. La soprano Brenda Rae se ganó la función regalando una sensible Ginevra de encomiable agilidad vocal, segura en los agudos y la proyección, y por su grata musicalidad. El contratenor Iestyn Davies, sobreactuó a Polinessio, porque la dirección así lo requería, y aunque no posee un color agraciado en su timbre, su rodaje en este repertorio fue evidente. Heidi Stober fue una correcta Dalinda, cantada de manera ligera y sutil, pero por momentos carente de proyección. Sorprendió el tenor, Eric Ferring como Lucarnio, por la osadía y la soltura con la que cantó, poco común  en un artista del estudio, y en un personaje secundario. Kyle Ketelsen, normalmente una figura descollante cada vez que canta, aquí como el Rey de Escocia  se notó disminuido en apariencia y en canto.Lo mejor se originó en foso, de la mano de Harry Bicket que dirigió con claridad y brío, a una orquesta reforzada con: clavecín, tiorba; que emitió un sonido sonido limpio firme y vertiginoso.



La Pasión Según San Mateo en el Palacio de Bellas Artes de México


Fotos cortesía del Festival del Centro Histórico

Ramón Jacques  

Uno de los eventos musicales más relevantes de la 35 edición del Festival del Centro Histórico fue la ejecución de La Pasión según San Mateo, BWV 244 (o Passio Domini Nostri J.C. Secundurm Evangelistam Matthaeum su título original en latín) de Bach en el Palacio de Bellas Artes. A pesar de la gran cantidad de agrupaciones que existen en la actualidad dedicadas a la ejecución de obras antiguas y que aún no han visitado nuestro país, el festival optó por invitar a las orquestas Orchester Wiener Akademie de Viena y a Música Angelica Baroque Orchestra de Los Ángeles, quienes, en el año 2007, ofrecieron una memorable versión de la misma obra maestra en la Sala Nezahualcóyotl de esta ciudad. Cabe recordar también la visita en el año 2014 de Música Angelica al Palacio de Bellas Artes, donde acompañó desde el foso la puesta en escena de la ópera Radamisto de Handel. La dirección nuevamente fue del maestro austriaco Martín Haselböck, titular de ambas orquestas y conocedor de este repertorio, quien ofreció una conducción íntima, detallada, solemne, pero dinámica y rica en matices, que fue cincelando desde sus entrañas más profundas hasta ofrecer conmovedores pasajes musicales, en una unión entre músicos de dos diferentes agrupaciones y latitudes que entienden su estilo e intención.  El elenco de solistas, en mi opinión más sólido y experimentado en el concierto del 2007, que sin embargo no defraudó, fue encabezado por el tenor Zachary Wilder quien interpretó al Evangelista con vehemencia y pasión, con una coloración tersa y sutil pero adecuada para este repertorio del cual es un reconocido exponente.  El bajo John Taylor Ward dio al papel de Jesús seguridad con su oscura voz; y el bajo Christopher Filler se mostró un poco titubeante en su emisión como Judas. Dos puntos sobresalientes del concierto fue escuchar las conocidas arias, Erbarme dich, mein Gott y Können Tränen meiner Wangen esta última cargada de sentimiento, por cuenta de los contratenores Reginald Mobley y Alois Mühlbacher.  Buen desempeño, tuvieron las sopranos Teresa Wakim y Theodora Raftis; así como el tenor argentino Pablo Corá, un refinado intérprete de música sacra afincado en Los Ángeles. El coro Música Angelica Consort, aportó lo suyo al concierto, así como los organistas Jeremy Joseph y Davide Mariano.



Wednesday, May 22, 2019

Concierto de la soprano Sunhae Im en el Teatro del Bicentenario de León, México

Fotógrafo: Naza PF 

Alberto Rosas.  
La temporada de conciertos de la Orquesta Sinfónica de la Universidad de Guanajuato que ofrece algunos conciertos en el Teatro del Bicentenario de León, conformó un interesante programa de obras de Mozart y de Haydn, teniendo como solista a la excepcional soprano surcoreana Sunhae Im, quien ha forjado su carrera principalmente en el mundo de la música antigua donde ha trabajado con importantes directores de ese género, aunque su carrera ha estado estrechamente vinculada al trabajo con el director belga René Jacobs, con quien trabaja y realiza grabaciones con mucha frecuencia. La versatilidad de esta artista la ha llevado a ampliar su repertorio a la opera italiana y francesa, en el que no puede faltar Mozart. Sunhae inició el concierto cantando dos arias de concierto de Mozart como: "Schon lacht der holde Frühling"; KV 580 en el que la soprano desplegó elegante fraseo, musicalidad y nitidez con un cautivador color, en una aria de bravura que supo rebosar con agilidad y coloratura; también cantó “Voi avete un cor fedele”; KV217, en la que mostró gracia, y a pesar de algunas imperfecciones en la dicción, su dulzura y ritmo no cesaron.  Agradó su “Giunse al fin il momento …Deh vieni non tardar; KV 492” de Las Bodas de Fígaro, y su vena cómica y gracia quedaron plasmadas en “Crudel Perché finora” de Las Bodas de Fígaro; así como en Là ci darem la mano de Don Giovanni, donde alternó con el joven bajo-barítono mexicano Rodrigo Urrutia, quien desplegó una voz oscura y profunda que se complementó con la de la Sunhae Im.  Como bis se ofreció el dueto de Papageno y Papagena de la Flauta Mágica, que coronó la primera presentación en nuestro país de esta sobresaliente artista. El programa se repetiría tan solo unos días después en el Teatro Juárez de Guanajuato. Por su parte, la orquesta tejió un marco adecuado, con calidez mozartiana tanto en su ejecución como acompañamiento para la solista.  En solitario ofreció las oberturas de Don Giovanni y de Las Bodas de Fígaro, así como una alegre y vivaz ejecución de la Sinfonía 104 en Re mayor de Haydn.  La orquesta fue dirigida por su titular Roberto Beltrán-Zavala quien mostró seguridad y dinámica en su conducción, muy preciso en sus entradas y amplia consideración por las voces.  Un maestro a quien será interesante verlo en un foso dirigiendo ópera. Mención para la orquesta y a sus directivos por traer una cantante de este nivel, esperando que se ofrezcan mas conciertos como este.



Thursday, May 16, 2019

El sueño de una noche de verano en el Teatro de la Zarzuela de Madrid


Fotos: Javier del Real

Ramón Jacques

La labor de recuperación de obras olvidadas continua en el Teatro de la Zarzuela, y en esta ocasión se trató del sueño de una noche de verano, ópera cómica en tres actos de Joaquín Gaztambide, que fuera estrenada hace más de 166 años. Aunque Gatzambide fue un prominente compositor de zarzuelas de la mitad del siglo 19 y su contribución al género fue significante, sus composiciones han sido injustamente olvidadas, por suerte este coliseo madrileño se ha dado a la tarea de irlas recuperando de manera gradual.  Personalmente recuerdo haber presenciado aquí mismo en diciembre del 2012, una función de El Juramento con una grata puesta en escena de Emilio Sagi.  Una característica de los montajes que aquí se ven es el buen gusto en su diseño y su confección, sean modernos, tradicionales o polémicos, y esta no ha sido la excepción.  La trama de esta nueva producción, una adaptación, narra las peripecias en torno al rodaje para cine de una zarzuela homónima de la obra Shakespeare, financiada por una aristócrata italiana. La novedosa y enmarañada propuesta juega con el concepto del teatro dentro del teatro, y tanto el creador de la escena Nicolas Boni, como el director de escena Marco Carniti sitúaron la acción en la Roma de los 50, la de la ‘Dolce Vita’ donde aparecen diversos personajes de Shakespeare, así como el propio literato, Orson Wells, Guillermo del Toro (aquí Guillermo del Mono), Falstaff o la Reina Isabel que es en realidad la aristócrata italiana y productora del espectáculo. 
Los artistas interpretan personajes que viven entre el sueño y la realidad, entre lo absurdo y lo cómico, pero en divertidas situaciones, que Carniti supo incorporar en la justa medida.  Los elegantes vestuarios de Jesús Ruiz y la iluminación de Albert Faura redondearon la parte visual del espectáculo.  En el podio, el experimentado Miguel Ángel Gómez Martínez mostró pericia y conocimiento para resaltar la jovialidad y la delicadeza melódica de la orquestación que mezcla algunas cualidades italianas con ritmos españoles. La Orquesta de la Comunidad de Madrid mostró oficio, así como el coro del teatro y los artistas en escena.  La soprano María Rey-Joly, con amplia experiencia en este escenario, personificó una sensual y refinada Reina Isabel/Tortellini cantando con claridad vocal; y el tenor Santiago Ballerini, mostró su grata timbre belcantista en sus intervenciones como Guillermo del Moro/ Shakespeare. Divertido y jocoso estuvo el Falstaff del barítono Valeriano Lanchas, quien cantó con profundidad y potente emisión. y Sandra Ferrández actuó y cantó bien a una veleidosa Olivia de Plantagenet, cómplice de la princesa Tortellini.





Wednesday, May 15, 2019

Concierto de la Sinfónica de Düsseldorf,- Düsseldorf, Alemania


Fotos: Werner Kmettisch Lyniv; Susanne Diesner

Ramón Jacques 

La Düsseldorfer Symphoniker o Sinfónica de Düsseldorf, es una sobresaliente agrupacion musical de la región de Renania del Norte-Westfalia, en el noroeste de Alemania, ya que es la orquesta estable de una de las compañías de ópera más importantes de ese país como lo es la Deutsche Opera am Rhein. De manera paralela a su labor en las funciones de opera y ballet que se ofrecen en la casa de ópera de Düsseldorf, así como en la de la cercana ciudad de Duisburg, sede alterna de la compañía; la orquesta lleva a cabo su temporada de música sinfónica, en la peculiar sala Tonhalle Düsseldorf, un planetario construido en 1926 y convertido en sala de conciertos en los años 70. En la actualidad son pocas las orquestas de foso que tienen la posibilidad de interpretar obras sinfónicas, pero se trata de una práctica interesante, que personalmente al presenciarlo con la orquesta de la ópera de San Francisco (a pesar de que lamentablemente el proyecto solo duró un par años), se notaba en sus ejecuciones operísticas una mayor soltura expresiva, precisión y matices que adquiridos de las obras sinfónicas. La Sinfónica de Düsseldorf fue dirigida en este concierto por la joven ucraniana Oksana Lyniv, actual directora musical de la ópera de Graz Austria quien ha recorrido ya importantes teatros europeos (Berlín, Múnich, Barcelona).  En el concierto se escucharon las danzas de la ópera “La Corona de Oro” del poco conocido compositor ucraniano Boris Lyatoshynsky, que ofrecen una grata fusión de sonidos orientales con profusas percusiones y metales. De Ralph Vaughn Williams se eligió su Concierto en la menor para oboe y cuerdas, teniendo como solista a Ramón Ortega Quero, músico español y actual oboísta principal de la Filarmónica de Los Ángeles, quien aportó la sensualidad y energía de su maestría del instrumento. El programa incluyó el Concierto para orquesta de Béla Bartók donde se apreció de manera individual el virtuosismo y la uniformidad que poseen los músicos de esta orquesta. Por su parte, Oksana Lyniv, agradó por admirable elegancia, y la elocuencia y el desparpajo que imprime a su conducción.