domingo, 22 de febrero de 2015

Missa Solemnis di Beethoven - Los Angeles Philharmonic

Foto: Craig T. Mathew/Mathew Imaging

Ramón Jacques

Sebbene Beethoven considerasse la sua Missa Solemnis come la sua composizione più importante dato che in essa plasmò la sua visione della grandezza divina, la sua maestosità musicale trascende anche il suo carattere liturgico. Tuttavia il lavoro non è così conosciuto come le sonate e le sinfonie, e per la sua complessità viene poco eseguito.La Los Angeles Philharonic, che l’ha eseguita una volta nel 1952, l’ha programmata come omaggio per i 70 anni di Michael Tilson Thomas, che oltre ad essere il direttore principale di questa orchestra nelgi anni 80, è nativo della stessa città. Tilson Thomas ha dedicato parte della sua carriera a Beethoven e in particolar modo a questo pezzo, la cui conoscenza ha evidenziato in questo concerto ottenendo un suono dettagliato nella linea strumentale, con attenzione alla struttura e tempi adeguati, con i quali è riuscito a commuovere ed emozionare. Determinante la partecipazione del grande coro Los Angeles Master Chorale, che riempiva tutta la parte destra dello scenario, per altra parte, il direttore teso ad esaltare la qualità quasi operistica del lavoro, concependola come una miscela tra l’installazione d’arte (Installation art) e l’opera teatrale. Questo approccio si concretizzava nel progetto “in/SIGHT” dell’orchetsra che vuole unire la musica e l’audiovisivo. Così la sala da concerto si è trasformata nell’interno di una cattedrale gotica, e su un enorme schermo sospeso in alto si trasmettevano immagini liturgiche, croci e testi della partitura con l’ammirevole e risplendente uso delle luci di Finn Ross. Quello che non ha funzionato nè visualmente nè teatralmente è stata l’idea di James Darrah, di far muovere i solisti con passo lento per il palco situatotra orchestra e coro, mentre cantavano le proprie parti, e con abiti moderni senza senso, almeno incomprensibile da parte dello spettatore. Tra di loro si può segnalare la nitidezza e chiarezza nella proiezione vocale del soprano Joélle Harvey, la esuberanza vocale del mezzosoprano Tamara Mumford, la robusta profondità del tenore Brandon Jovanovich. Il disimpegno del basso-baritono Luca Pisaroni è stato disiguale dato che la sua voce si perdeva contro la massa orchestrale. Comunque soddisfacente il risultato finale. Un momento che non si può dimenticare è stato il travolgente solo del concertino Martin Chalifour, nel Benedictus, in un teatro scuro, con solo un fascio di luce su di lui.

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