domingo, 22 de febrero de 2015

L’Incoronazione di Poppea - Teatro alla Scala, Milano

Foto:  Lucie Jansch

Massimo Viazzo

Con L’Incoronazione di Poppea si conclude la trilogia monteverdiana affidata all’accoppiata Rinaldo Alessandrini/Bob Wilson e messa in programma ancora dalla gestione precedente del Teatro alla Scala, e cioè dall’ex sovrintendente Stéphane Lissner. E’ vero che si sono impiegati ben cinque anno e mezzo per portarla a termine, ma alla luce del risultato finale si può affermare che ne sia valsa la pena. L’estrema cura della realizzazione musicale, affidata all’Orchestra del Teatro alla Scala rimpolpata per l’occasione da elementi del Concerto Italiano (per la realizzazione del basso continuo), si è notata anche in quest’ultimo spettacolo. Alessandrini bandisce anche qui i facili edonismi sonori e le ritmiche che ammiccano alla musica etnica preferendo una stringatezza nell’incedere e una severità espressiva che a volte poteva anche essere scambiata per aridità. Visivamente lo spettacolo firmato da Wilson è elegante e sobrio, ambientato in un luogo astratto delimitato da un fondale retroilluminato, qualche parete mobile, con pochissimi elementi scenici, e governato da un uso magistrale delle luci. La poetica del regista americano viene fuori in tutta la sua più algida purezza, una poetica che aspira ad un coinvolgimento dello spettatore più a livello mentale che emotivo.  La coppia dei protagonisti non ha deluso: Miah Persson ha incarnato una seducente Poppea cantando con buona dizione e timbrica soave, mentre Leonardo Cortellazzi (Alessandrini ha deciso di affidare il ruolo di Nerone ad una voce tenorile) pur con una personalità vocale non debordante è riuscito ad entrare con efficacia tra le pieghe caratteriali  dell’imperatore romano. Di grande impatto emotivo,poi, la prova di Monica Bacelli che ha vestito i panni di un’Ottavia turbata e adirata, mentre più dolente e afflitto è stato l’Ottone di Sara Mingardo. Andrea Concetti ha saputo interpretare un Seneca autorevole pur mancando la sua voce di risonanze profonde nel registro più grave, mentre Maria Celeng è stata una Drusilla spigliata ed estroversa. Tutto il cast ha mostrato nel complesso di conoscere lo stile monteverdiano. Molte le parti di fianco tutte molto ben a fuoco, con una nota di eccellenza per Furio Zanasi (il miglior  Orfeo e il miglior Ulisse degli ultimi anni) qui impegnato in tre ruoli. Ascoltarlo è stato un piacere: il suo modo di realizzare il recitar cantando resta ancora un esempio per tutti.

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