Massimo Viazzo
Carmen, il capolavoro di Georges Bizet (1838-1875), che all’Opéra- Comique di Parigi alla première del 3 marzo 1875 fu accolto con un mezzo fiasco, torna al Teatro alla Scala dopo il grande successo dell’edizione che inaugurò la stagione 2009/2010 con la direzione di Daniel Barenboim, la regia di Emma Dante e i ruoli principali affidati a Anita Rachvelishvili al suo debutto, Jonas Kaufmann e Erwin Schrott, spettacolo ripreso alcune volte successivamente con altro cast. La regia della nuova produzione è stata affidata a Damiano Michieletto, (supportato dai suoi validi collaboratori Paolo Fantin per le scene, Carla Teti per i costumi, Alessandro Carletti alle luci e Elisa Zaninotto per la drammaturgia) il quale ha concepito uno spettacolo di notevole intelligenza, drammaticamente coinvolgente e teatralmente vivido. Da ricordare che questo allestimento è una coproduzione con The Royal Opera Covent Garden di Londra (dove ha debuttato due anni fa) e con il Teatro Real di Madrid. Chi si aspettava una rappresentazione di Carmen convenzionale e stereotipata è rimasto deluso. Il regista veneziano ha infatti deliberatamente omesso gli elementi tipici del couleur local, minimizzando la presenza di riferimenti folcloristici spagnoli. Non sono stati inclusi, pertanto, momenti di danze spagnoleggianti, con l’eventuale utilizzo di nacchere o sistri sulla scena, né i consueti gesti ammiccanti o movenze sensuali più o meno esplicite della protagonista. Michieletto ha ambientato la sua Carmen in una sorta di wild west spagnolo, un luogo desolato e assolato negli anni ’70 del secolo scorso. La scenografia, concepita come una piazza (una sorta di plaza de toros sulla quale si svolge la narrazione della vicenda umana dei personaggi), presentava diversi ambienti interni, uno per atto, al fine di agevolare la comprensione immediata della trama. Tra le ambientazioni rappresentate, si annoveravano la stazione di polizia, un locale notturno di provincia non particolarmente lussuoso, una baracca destinata alle attività illecite dei contrabbandieri e, infine, il camerino in cui il torero si preparava per la corrida conclusiva. Ogni scena, grazie all’ausilio di una efficacissima piattaforma girevole, subiva anche trasformazioni, consentendo la rivelazione degli interni e degli esterni dell’ambiente rappresentato. Damiano Michieletto ha affermato che il conflitto principale di Carmen non è da attribuire alla gelosia, bensì all’incapacità di Don José di accettare l’autonomia della protagonista, nonché di emanciparsi dalle dinamiche familiari oppressive, una forma di coercizione culturale rappresentata in scena dalla presenza tangibile della madre. In questo allestimento, e questa rappresenta la novità più significativa, la figura della madre si manifestava fin dall’inizio dell’opera come una presenza reale, silenziosa ma incisiva, configurandosi come la vera antagonista di Carmen.Nella visione registica di Michieletto, Carmen è rappresentata come un individuo solitario, simbolo di libertà ma anche di inevitabile isolamento. Don José, al contrario, viene descritto come un individuo immaturo, la cui propensione all’omicidio è attribuibile a un’infantilismo derivante dall’incapacità di emanciparsi da atavici modelli patriarcali di comportamento. Micaëla è più sfaccettata del consueto, affrancata da quell’immagine di verginella angelicata che spesso le si attribuisce, e sembra assumere il ruolo di vero e proprio strumento nelle mani manipolatrici della madre di Don José. Escamillo pare invece essere, infine, quasi un espediente esterno che aiuta a scatenare la trasgressione e a indirizzare la tragedia. L’intera vicenda del libretto sembra così essere orientata verso il baratro finale fin da quando si ascolta in orchestra il celebre tema del destino, suonato per la prima volta alla fine del Prélude, che dà inizio a un rito fatalistico tragicamente inarrestabile. L’interpretazione contemporanea di Michieletto, pur non essendo convenzionale, si è comunque distinta nettamente da certo Regietheater, ormai ripetitivo e privo di sostanza, dimostrandosi pienamente efficace sul palcoscenico. Ciò è dovuto al fatto che le connotazioni emotive e psicologiche dei personaggi e le loro interazioni non sono stati traditi, anzi! E questa visione contemporanea rende giustizia ad un libretto che ormai spesso ancora oggi viene utilizzato per costruire uno spettacolo soprattutto folcloristico. Michieletto ha realizzato invece uno spettacolo incalzante, avvincente, che recupera la forza dirompente di Carmen, forza dirompente che si é persa nelle anni e che aveva stordito il pubblico dell’epoca. La direzione di Myung-whun Chung ha riscosso un notevole apprezzamento durante questa che era la sua prima prova operistica in qualità di direttore musicale del teatro, pur se l’incarico ufficiale avrà inizio con l’Otello che inaugurerà la prossima stagione. Il direttore coreano si è distinto per la varietà dinamica e agogica del suo approccio. I tempi, spesso tesissimi e ritmicamente irresistibili, si alternavano a momenti di rara poesia davvero seducenti, come testimoniato dall’applauso all’orchestra da parte dello stesso Chung al termine di un Prélude del terzo atto estatico e sognante. In generale Chung ha mostrato una attenzione ai particolari e alla timbrica cogliendo al meglio le sottigliezze della partitura, sapendo però sempre imprimere quella forte teatralità che ben si sposava con la concezione registica. Passando al cast vocale non si può che iniziare da Vittorio Grigolo. Il tenore toscano ha offerto una performance di notevole qualità. Il suo strumento vocale si è dimostrato sicuro, corposo e al contempo duttile. Oltre alla consueta passione e coinvolgimento emotive che caratterizzano le sue interpretazioni, Grigolo ha saputo modulare la linea musicale con un eccellente controllo del fiato, garantendo una dizione chiara e precisa. Dal punto di vista strettamente vocale, il momento culminante della serata è stato rappresentato dall’esecuzione impeccabile de La fleurque tu m’avais jetée, in cui ha saputo esprimere al meglio i tormenti del protagonista senza rinunciare alle qualità intrinseche del proprio stile vocale. La voce di Clémentine Margaine si è contraddistinta per la sua notevole ampiezza e sonorità. La sua interpretazione di Carmen ha presentato una minore sensualità rispetto alle interpretazioni consuete, pur non mancando di una certa aggressività. Il mezzosoprano francese ha mostrato un bel colore vocale brunito, sebbene siano emerse occasionali asprezze, prevalentemente nella zona acuta. Fin dall’inizio dell’opera, la Margaine ha emanato dal proprio canto un’aura di fatalità, sottolineando l’ineluttabilità del proprio destino. Tale caratteristica potrebbe aver contribuito a una minore partecipazione al gioco seduttivo. Convincente anche Natalia Tanasii nel ruolo di Micaëla, un ruolo riletto da Michieletto, come si diceva prima, contro i canoni abituali. Il soprano moldavo si è disimpegnato con musicalità evidenziando una sana voce lirica e un accento volitivo, nei panni quasi goffi da campagnola voluti dal regista. Mentre l’Escamillo di Giorgi Manoshvili, pur cantato con timbrica piena e rotonda e una emissione salda e virile è parso un po’ ingessato. Ottime tutte le parti di fianco, a cominciare dal quartetto dei contrabbandieri, Pierre Doyen Le Dancaire, Loïc Félix Le Remendado, Sarah Dufresne Frasquita e Marine Chagnon Mercedes, per giungere a Simone Del Savio Moralès e Xhieldo Hyseni Zuniga. Solita prova maiuscola del Coro del Teatro alla Scala diretto da Alberto Malazzi e un plauso agli scatenati monelli del Coro di voci bianche dell’Accademia del Teatro alla Scala diretto da Brunella Clerici.

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