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Sunday, February 6, 2011

La Forza del Destino - Teatro Regio de Parma

Foto: Roberto Ricci- Teatro Regio di Parma

Renzo Bellardone
Dopo lo scarso successo riscosso alla prima di San Pietroburgo il 10 novembre del 1862 con il testo di Piave, ed i più benevoli consensi ottenuti alla prima italiana alla Scala di Milano il 27 febbraio 1862, dopo la riscrittura dello ‘scapigliato’ Ghislanzoni’, ‘La Forza del destino’ è stata più volte riproposta dai più grandi teatri d’opera del mondo. Al Regio di Parma, con la realizzazione dell’eclettico Stefano Poda, sua la regia, le scene, i costumi, le coreografia e le luci, è stato raggiunto un vertice eccelso che anche il rigoroso pubblico parmense ha dimostrato di gradire fin dalla prima del 28 gennaio 2011. E’ arduo il compito di reperire definizioni che ben si attaglino e descrivano in modo aderente ed esaustivo la genialità della messa in scena, mentre è fin troppo facile parlare di visioni, suggestioni ed emozioni che scaturiscono dal profondo, alla vista della cupezza della scena, così come è cupa la vicenda narrata. Unica interruzione sono i fasci di luce che tagliano la scena così come nella cultura cui fa riferimento la narrazione, la luce divina scende ad intervenire sulla umana terrestrità. La scenografia ha rimandi simbolici alla sontuosità ed alla gestualità della liturgia ecclesiastica nel momento della sua più alta espressione e rappresentazione; qui si realizza attraverso un perfetto incastro tra narrazione e partitura, coinvolgendo lo spettatore al punto che, subendo il fascino della scena, diventa parte attiva e creativa, in un tutt’uno con il palco. L’ouverture inizia con palcoscenico buio e fumi che sovrastano l’orchestra ad avvolgere le celeberrime note che diventano poi leit motiv dell’opera verdiana. L’orchestra inizia in modo pacato, ma poi prende vigore drammatico ad accogliere Donna Leonora interpretata da Dimitra Theodossiou – debuttante il ruolo-, che subito calata nella parte, presenta buone doti vocali soprattutto nel fraseggio, nei lunghi ‘assolo’, nei pianissimi e nei filati, supportati da una convincente interpretazione drammatica. Giuseppe Verdi, in quest’opera ha previsto che ogni personaggio abbia un ruolo ben definito e rappresentativo, evidenziandolo e caratterizzandolo, senza trascurare la spettacolarità coinvolgente dei brani a più voci ed il ruolo del coro che contribuisce all’affresco, dipinto con tutte le alternanze della vita!
Il primo duetto è quello tra Leonora e Don Alvaro ‘Dividerci il fato non potrà ’: le corrette prese di fiato di lei, la partecipata e piacevole vocalità del tenore venezuelano Aquiles Machado , ricevono molti consensi dando l’avvio ad una rappresentazione di grande peso (nella serata in questione è stata effettuata la registrazione del dvd). Circa la globale riuscita della realizzazione non è assolutamente da sottacere il geniale contributo di Poda che, ad eccezione della parte musicale, firma la totalità dell’impianto. Con materiali ‘poveri’ quali polistirolo e carta è riuscito a creare rilucenti e tenebrose – al tempo stesso- ambientazioni di forte impatto visivo ed emozionale, pur utilizzando solo un breve range di colori, che va dal grigio perla al nero; efficace collocazione nel tempo della narrazione, seppur in spazi dilatati , valorizzati da luci ed ombre raffinate ed incisive che sapientemente gestite diventano elementi protagonisti, come i costumi realizzati con stoffe bruciate e sbrindellate. L’orchestra del Teatro Regio di Parma è diretta da Gianluigi Gelmetti che pur senza scavare costantemente nella profondità drammatica dell’opera dirige in costante sintonia con orchestra e cantanti tanto da far risultare una buona riuscita, partecipata ed integrata fra tutti gli elementi; in orchestra molti giovani che seguendo puntualmente i gesti del direttore, traggono tutte le intimistiche atmosfere che la partitura impone. Ziyan Afteh che ha la giusta fisicità per calare i panni del Marchese di Calatrava risulta impegnato al limite della potenza in un ruolo breve, ma determinante. Quando Leonora giunge travestita da uomo alla taverna, non incontra i soliti ubriaconi che fanno grossolani brindisi, ma una rappresentazione coreografica che con ballerini in rigoroso nero si muovono in una moderna danza a scatti, al limite del ‘mimo’ che infonde raffinata e sobria eleganza alla scena che prevede anche la presenza del coro, che diretto da Martino Faggiani, è all’altezza della situazione meditativa ed evocativa; I diversi interventi coreutica prevedono anche delle voci soliste, rappresentate da punte di qualità. I pellegrini, una volta tanto non incappucciati, hanno comunque il volto coperto in nero, come nelle antiche tradizionali processioni spagnole; si muovono lentissimi e portano stendardi neri, quasi trasparenti, mossi da un debole vento. E’ poi la volta di Myung Ho Kim che riesce simpatico e piacevole nelle vesti prima di mulattiere e poi di mastro di Trabucco, nonostante qualche forzatura ed un timbro non sempre limpidissimo. Mariana Pentcheva, ovvero la zingara Preziosilla, sa tenere bene la scena e nel ‘Rataplan’ del finale del III° atto risulta autentica nella parte con un colore più appassionato e variegato. Le pareti del palazzo dei Calatrava del I atto, vengono spostate a scena aperta a costruire il convento, rappresentato da una grande croce in verticale, aperta verso l’alto a simboleggiare l’accettazione che la luce ‘superiore’ può partire e giungere da ogni parte, senza costrizione alcuna.

E’ qui che Donna Leonora ed il Padre Guardiano duettano nel ‘Più tranquilla l’alma sento’ e la commovente Theodossiou è in equilibrata sintonia con Roberto Scandiuzzi che incute timore reverenziale ancorché rasserenante, con un bel timbro profondo ed intonazione calibrata. I tagli di luce spariscono, lasciando che le ombre prevarichino nella caverna dell’eremita, solo d’intorno rischiarata da torce vere che si consumeranno in scena. Grande momento d’organo a cui seguono i violini ed all’improvviso il Padre Guardiano, che fa sdraiare a terra i frati per giurare di non tradire il segreto di Leonora, costringendoli nella posizione del più grande voto assunto, quasi a rinnovarlo di fronte a Dio. A Don Carlo Vargas il ruolo impone solo il senso del ‘non perdono’ e della vendetta ed il baritono bulgaro Vladimir Stoyanov è efficace nell’infondere al personaggio le peculiarità che gli sono proprie. La battaglia si concretizza attraverso una superba coreografia che vede corpi a terra, in parte aggrovigliati con sullo sfondo il finale della battaglia: corpi indefiniti ed accatastati, sovrastati da corpi appesi a simboleggiare l’estremo risultato di essa: la morte inflitta da tutte le guerre di tutti i tempi a uomini incapaci ed impotenti nei loro corpi mortali. Grazie alla continuità di emissione e grande forza interpretativa, Carlo Lepore è l’applauditissimo Fra Melitone; la brillante interpretazione, che interrompe la grevità della vicenda, fa ringraziare che Giuseppe Verdi non abbia ceduto alle pressioni di Tito Ricordi che gli suggeriva di eliminare la parte. Adriana di Paola, nelle vesti di Curra, Alessandro Bianchini in quelle di un Alcade e Gabriele Bolletta nel ruolo del chirurgo soddisfano le attese, ben delineando i loro personaggi seppur in poche battute. ‘La Vergine degli Angeli’ e ‘Pace pace mio Dio’ sono pagine che trasudano bellezza melodica e poesia intimistica, qui amplificate da una grande croce posta in diagonale, come piombata a terra insieme alle sofferenze dei personaggi della vicenda. L’orchestra ed il palcoscenico compiono insieme un viaggio attraverso le fasi della vita, in un percorso verso la luce suprema, esaltata da un pulviscolo dorato che scende in un fascio di luce centrale. Il severo pubblico del Regio ha applaudito più volte a scena aperta con ovazioni e richieste di bis. Alla fine esplode un lungo applauso che richiama più volte tutti i cantanti, il direttore del coro, il direttore dell’orchestra ed il regista ‘onnirealizzatore’ . La musica vince sempre!

Thursday, September 16, 2010

Sigismondo de Rossini en el Rossini Festival 2010, Pesaro

Foto: Rossini Opera Festival
Giosetta Guerra

Michieletto… Michieletto … ¡yo sabia que debíamos tenerte en cuenta! Ya que nos has dado una lección de cómo debe ser un luminoso hospital psiquiátrico, pulido, lineal y con médicos y enfermeras listas para atender, como le sucede a Sigismondo enloquecido por una elección criminal contra su mujer pero que recobra el sentido cuando se reencuentra con ella. Los ataques de locura de Sigismondo, rey de Polonia, con gritos animalescos y la visión de fantasmas con el aspecto de su mujer Aldimira, entre otros, le dieron a Damiano Michieletto la idea para ambientar este drama en dos actos de Rossini, en el amplio pabellón de un moderno nosocomio, todo blanco, con ventanas altas, camas blancas ocupadas por enfermos mentales. En el segundo acto las paredes se cambiaron a madera marrón y las ventanas se convierten en vitrales, para estar en la sala de un palacio real. El espectáculo fue estudiado y refinado en cada detalle. Las producciones de este director escénico continúan sorprendiéndonos y dejan una sensación de frescura. Su idea fue apoyada por Paolo Fantin, quien se encargó de las escenografías y de Carla Teti, con el vestuario. Otra magia fue la magnifica prueba de Daniela Barcellona en el papel travesti de Sigismondo. Vocalmente dejo salir toda la voz de mezzosoprano que hay en ella, con un sonido cálido y rotundo, agudos estratosféricos, naturaleza en la emisión y línea de canto perfecta. Olga Peretyatko (Aldimira) posee una voz de soprano melodiosa, y fue una virtuosa en la zona grave cantando con buena técnica. Antonino Siragusa interpretó con incisivo acento y propiedad de estilo las arias de Ladislao. Andrea Concetti, en el doble papel del medico Ulderico y del noble polaco Zenovito, tuvo una bella forma de interpretación con voz suave, densa y oscura. Manuela Bisceglie, como Anagilda, y Enea Scala como Radoski, estuvieron correctos. Michele Mariotti, debutando en su ciudad, dirigió con mano ligera a la orquesta y al coro del Teatro Comunale de Bolonia y contribuyo al éxito del espectáculo.

Monday, September 21, 2009

La Scala di Seta- Rossini Opera Festival, Pesaro

Foto: Paolo Borgodna, Olga Peretyatko, Anna Malavasi
Credito: Studio Amati Bacciardi- Rossini Opera Festival

Giosetta Guerra

Meritano plauso ed attenzione il giovane regista Damiano Michieletto e lo scenografo-costumista Paolo Fantin che hanno ambientato La scala di seta di Rossini in un moderno appartamento, di cui, come due bravi architetti, presentano una planimetria interna con cucina, camera e bagno arredati Scavolini e una finestra sul fondale che con un gioco di specchi lascia vedere anche le azioni che avvengono in esterno. Strabiliante. Le stanze non sono divise da muri e da porte, ma da linee sul pavimento e dall’idea delle porte che gli artisti fingono di aprire e chiudere ad ogni passaggio. Ė l’appartamento di Giulia, situato a Pesaro, in via Rossini n. 2, arredato a vista durante l’ouverture da un’équipe di operai guidati da un arredatore, nel quale si svolge una vicenda di intrighi a lieto fine, resa esilarante dalla genialità teatrale del regista e dalla verve interpretativa degli artisti. Gli abiti sono naturalmente di foggia moderna. Sulla scena Paolo Bordogna (Germano) in tenuta da cameriere filippino col caschetto nero – quello della TV -, ha la compagnia di un cagnolino, un chihuahua di sua proprietà, si muove con un’agilità sorprendente, salta perfino di scatto da un mobile sopra un armadio o si avvinghia mani e piedi come uno scimmiotto sotto il tavolino, Carlo Lepore (Blansac) si muove ora con baldanza ora con leggerezza, cammina come se avesse le ali ai piedi e a volte fa il saltello in avanti con il piede sollevato all’indietro come faceva Alberto Sordi, Anna Malavasi (Lucilla) è una bravissima attrice, vestita da segretaria zitella con un tailleur viola attillato, camicia, cravatta, scarpe bianche, capelli raccolti e occhiali si muove con circospezione, ma poi, quando non contiene più le voglie represse, si scioglie i capelli ed inizia uno spogliarello, Olga Peretyatko (Giulia) si presenta in sottoveste, poi si mette tuta e scarpe da tennis e fa ginnastica e infine indossa leggeri abitini estivi di vari colori, José Manuel Zapata (Dorvil) non è un gran amoroso né in pantaloncini corti né con pantaloni lunghi e camicia, Daniele Zanfardino è un Dormont gobbo e vecchietto. Il sestetto finale vede tutti seduti sul boccascena, mentre inservienti agitano un telo col quale coprono tutti e tutto. La storia è finita. Sul piano musicale abbiamo ascoltato l’Orchestra Haydn di Bolzano e Trento alle prese con una musica davvero di seta, diretta da Claudio Scimone con Gianni Fabbrini al fortepiano nei recitativi e le voci di buoni cantanti che sono entrati con padronanza vocale nei rispettivi ruoli. Olga Peretyatko ha una bella voce di soprano, luminosa, musicale e melodiosa (duetto con Germano “Io so ch’hai buon core”), trilla e gorgheggia con naturalezza e sostiene bene il suono, nell’aria lenta e nostalgica “Il mio ben sospiro e chiamo” fa uso della messa di voce e sale con facilità verso le vette acute. Paolo Bordogna usa con morbidezza una voce consistente di baritono, tiene una buona linea melodica e aderisce perfettamente al canto sillabato sia largo che veloce. Carlo Lepore ha una gran voce di basso, rotonda, morbida, sonora e dal bellissimo colore, interpreta a dovere anche una scena aggiunta con una grande aria di basso, ricca di espansioni acute e affondi gravi "Alle voci della gloria", ribattezzata "Alle voci dell’amore". José Manuel Zapata è un tenore chiaro e robusto con slanci acuti e mezze voci. Anna Malavasi ha una bella voce di mezzosoprano e Daniele Zanfardino è un bravo tenore chiaro. Lo spettacolo è piaciuto e il pubblico è uscito soddisfatto.
VERSION EN ESPAÑOL
Meritoria aprobación y atención para el joven regista Damiano Michieletto y para el escenógrafo-vestuarista Paolo Fantin, quienes ambientaron La Scala di Seta de Rossini en un moderno apartamento, en el cual como dos buenos arquitectos, presentaron un diseño interno con cocina, habitación con baño y una ventana al fondo con un juego de espejos, permitió ver también la acción en el exterior, es el apartamento de Giulia, en el cual se desarrolló una función de intrigas con final feliz, resultado divertido obra de la genialidad teatral del director escénico y de la verve interpretativa de los artistas. Los vestuarios fueron naturalmente de carácter moderno. En la escena Paolo Bordogna (Germano) vestido como camarero filipino con cabello negro, con la compañía de un perrito chihuahua, y se movió con una agilidad sorprendente. Vocalmente usó con morbideza, suavidad, su voz consistente de barítono, posee una buena línea melódica y se adhirió perfectamente al canto enunciado largo o veloz. Carlo Lepore (Blansac) se movió con osadía y con ligereza, caminando como si tuviese alas en los pies. Con su gran voz de bajo, rotunda, sonora y de bello color, cantó también la gran aria rica de expansión, intensa, profunda grave "Alle voci della gloria", ribattezzata "Alle voci dell’amore".Olga Peretyatko (Giulia) con su voz de soprano luminosa, musical y melodiosa, sostuvo bien el sonido e hizo uso de la media voz que emitió con facilidad hacia los puntos más agudos Anna Malavasi (Lucilla) es una muy buena actriz, bien caracterizada, y con una hermosa voz de mezzosoprano.. El tenor español (de Granada) José Manuel Zapata (Dorvil) es un tenor claro y robusto con buenos agudos y media voz, y no fue un gran amante ni en pantalones cortos ni largos con camisa. Daniele Zanfardino fue un Dormont jorobado y viejo y vocalmente un bravo tenor claro. En el plano musical, se escuchó a la Orchestra Haydn di Bolzano e Trento con una musica verdaderamente de seda, dirigida por Claudio Scimone, y con Gianni Fabbrini al piano en los recitativos y las voces de buenos cantantes que cantaron con maestría vocal sus respectivos papeles. El espectáculo fue agradable y el publicó salió satisfecho.