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Thursday, November 10, 2011

Teatro Regio “Un ballo in maschera”

Foto: Teatro Regio di Parma

Parma - Festival Verdi 2011. Un mese di opere, mostre, concerti. Teatro Regio “Un ballo in maschera” Melodramma in tre atti su libretto di Antonio Somma, tratto da Gustave III ou le bal masqué di Eugène Scribe, musica di Giuseppe Verdi. 9 ottobre 2011

Giosetta Guerra

Entusiasmo per la coppia Francesco Meli-Serena Gamberoni

Massimo Gasparon ha ripescato l’allestimento tradizionale di Pierluigi Samaritani del Teatro Regio di Parma rifacendo le parti e i costumi rovinati dal tempo.  Ecco la scenografia: grande scalinata che giunge a una vetrage, con bandiere inglesi e cortigiani distribuiti con cura sì da creare un grande quadro d’epoca per il palazzo del governatore; un loco semioscuro tra le rocce, da cui si affacciano giovani a dorso nudo e donne velate, tagliato da uno sprazzo di luce filtrante da un grosso pertugio, donzelle discinte gesticolanti a terra sopra una stella a sei punte, per l’antro di Ulrica; nebbia, lapidi, croci bianche, alberi neri per il campo solitario; grande tavolo con tappeto rosso, strumenti musicali antichi e libri per l’appartamento di Renato; festosa sala da ballo con coppie imparruccate tutt’intorno ed al centro inquietanti danzatori bianchi con doppia maschera bifronte e seni sulla schiena per gli uomini, sì che bisognava guardare i piedi per capire dove ognuno era rivolto, tra loro anche una violinista e in fondo violini e violoncelli. Il regista ha optato spesso per una posizione concertistica dei cantanti per dar risalto ai personaggi e io che ero in un palco di proscenio ho scrutato ogni espressione, ogni respiro, ogni sguardo dei cantanti, come ho colto la profonda immedesimazione del M° Gianluigi Gelmetti, che nel rispetto della funzione drammatica della musica ha diretto con tempi serrati e coinvolgenti una splendida Orchestra e il magnifico coro del Teatro Regio, icona del melodramma italiano, pieno e trascinante nel vigore cadenzato della musica, morbido nel cesello dei lunghi filati e delle suggestive pennellate vocali a mezza voce, attentamente preparato dal genio di Martino Faggiani. Nella scena finale della morte di Riccardo il palcoscenico si è popolato e l’orchestra è esplosa. Un inno a Giuseppe Verdi. Favolosi Belli i costumi dai colori sparati, di foggia antica, presenti bambini vestiti da paggetti.
Sul versante vocale la coppia Francesco Meli-Serena Gamberoni ha riportato lo strepitoso successo ottenuto nello stesso teatro centocinquanta anni fa dalla coppia Mario Tiberini-Angiolina Ortolani. Primeggia fra tutti Francesco Meli, un Riccardo ispirato fin dalla prima aria “La rivedrà nell’estasi” che ha affrontato con enfasi e piglio eroico, con generosità e tenuta del suono, gestito con la saggezza di cantare sul fiato e quindi piegandolo alla soavità del cantar a fior di labbra e alla veemenza dello squillo pieno senza forzature. Sicuro negli affondi (“Dì, tu sei fedele”), bravissimo nel canto a mezza voce e negli sbalzi (“Sull’agil prova”) e nella sillabazione di “È scherzo o è follia”, quasi una ballata, ha modulato la voce sui palpiti del cuore (“Ma se m’è forza perderti”) con colore bellissimo, fiati lunghissimi, espansioni acute larghe e lucenti, mezze voci struggenti (“Forse la soglia attinse”). Meli, erede dei grandi tenori del passato, è interprete eccelso e realizza appieno la parola scenica con dizione chiara, padronanza dell’arte del canto e slancio eroico (“Sì, rivederti, Amelia”). Grandissimo nella scena della morte, pugnalato alle spalle.  Serena Gamberoni con voce fresca, pulitissima, scintillante, sicura, estesa, luminosissima in tessitura acuta, ha delineato un Oscar malizioso e mobilissimo, la sua voce svettante ha superato tutti in “Di che fulgor”, è stata deliziosa, brillantissima e agilissima nella famosa aria “Saper vorreste”. Il soprano conosce l’arte del canto e ce ne ha dato una dimostrazione tangibile, delineando un Oscar da manuale. Ci sarebbe voluta un’Amelia alla stessa altezza di questa magnifica coppia; il soprano statunitense Kristin Lewis (Amelia con abiti splendidi), pur avendo tanta voce e di bel timbro, ha cantato tutto sul forte e con dizione incomprensibile, l’acuto era grido, tuttavia in corso d’opera l’emissione si è affinata, il soprano ha prodotto belle vibrazioni e bei colori in zona medio grave, buoni assottigliamenti e gravi quasi mezzosopranili, fino a cantare splendidamente con le dovute modulazioni “Morrò ma prima in grazia”. Nobile nel porgere, con accento intenso e scandito e padronanza del canto sfumato e della parola scenica, il bulgaro Vladimir Stoyanov (Renato) ha evidenziato un bel timbro baritonale rotondo ed esteso e linea di canto morbida.  Con forza scenica e maestria interpretativa il mezzosoprano drammatico Elisabetta Fiorillo (una Ulrica dai capelli grigi arruffati e un lungo abito in velluto colorato) ha scolpito un personaggio storico con voce screziata, tagliente, un po’ oscillante, un registro grave poderoso, un declamato imponente, una tecnica di canto solida. Buone le voci di Filippo Polinelli (Silvano) un baritono ben timbrato, di Antonio Barbagallo (Samuel) e di Enrico Rinaldo (Tom), un po’ meno gradevole quella del tenore Cosimo Vassallo (giudice). Grande successo.

Presenti in questa produzione alcuni premiati col Tiberini d’oro: Martino Faggiani e Coro Teatro Regio di Parma Premio Tiberini d’oro 2011, Francesco Meli e Serena Gamberoni Premio d’oro Tiberini/Ortolani come coppia dell’anno 2009.


La prima di Un Ballo in Maschera ebbe luogo il 17 febbraio 1859 al Teatro Apollo di Roma, teatro costruito nel 1795 sulla Torre di Nona, antica prigione, distrutto nel 1925 in seguito alla costruzione dei muraglioni del Tevere e rimpiazzato con una fontana a ricordo del teatro.

Il tenore Mario Tiberini interpretò il ruolo di Riccardo dal 1862 l 1871 a Napoli, Roma, Firenze, Milano, Madrid.

Il 4 gennaio 1864 i coniugi Tiberini furono protagonisti di Un Ballo in Maschera al Teatro Apollo di Roma. Ecco cose scrive Il Pirata due giorni dopo:

“I conjugi Tiberini eseguirono le parti a loro affidate da provetti artisti, che nulla lasciano a desiderare sia dal lato musicale sia da quello drammatico. Mario Tiberini si mostrò un Riccardo giustamente applaudito alla sua Cavatina, alla Barcarola, al Duetto dell’atto II, specialmente ebbe applausi per la Romanza del III, per la toccante dolcezza con cui eseguì il Largo e la forza con cui espresse l’ultima frase “La rivedrò nell’estasi”. Mario Tiberini è uno dei pochi che possono coscienziosamente chiamarsi campione dell’arte, Angiolina fu un’Amelia fantastica, simpatica, insinuante per la voce dolce che esce dal cuore e l’espressione angelica…”.

Il 26 dicembre 1867 al Teatro alla Scala di Milano Tiberini, padrone dell’arte del canto e dello scavo psicologico del personaggio, riuscì a smuovere quella pance piene di risotto, perché ebbe momenti sublimi e soggiogò il pubblico.

Così scrive La Gazzetta Musicale di Milano il 31 dicembre 1867:

“Il Tiberini primeggiò fra tutti: egli creò un personaggio affatto nuovo della parte di Riccardo: fece comprendere e scoprire al pubblico bellezze fino ad ora sconosciute: questo artista nulla trascura: il minimo dettaglio, una parola, un gesto, sono per lui oggetto di uno speciale studio: dal principio alla fine dell’opera Tiberini venne fatto oggetto di continue e clamorose ovazioni. Fra i pezzi nei quali egli ci parve più notevole citeremo: la barcarola del primo atto e il seguente quintetto , il duetto d’amore del secondo atto; nell’ultimo atto la romanza di Riccardo, che non si era quasi mai udita e che ci apparve una deliziosa melodia, di forme accuratissime ed eleganti, ed in fine la scena della morte nella quale il Tiberini fu grande, ispirato, straziante. Questo stupendo finale dell’opera ha suscitato il più vivo entusiasmo, sì che il pubblico chiamò ben quattro volte all’onore del proscenio tutti gli artisti.”

(Da: Giosetta Guerra – Mario Tiberini, tenore).



Storia e curiosità

Saturday, March 26, 2011

La Forza del Destino de Verdi en el Teatro Regio de Parma

Foto: Roberto Ricci - Teatro Regio de Parma
Renzo Bellardone

Después del poco éxito obtenido en su estreno en San Petersburgo el 10 de noviembre de 1861 con texto de Piave, y del benévolo consenso que tuvo en su estreno italiano en la Scala de Milán el 27 de febrero de 1862, con el de Ghislanzoni, La Forza del Destino ha sido repuesta por los teatros de opera mas importantes del mundo. En el Regio de Parma, con la realización del ecléctico Stefano Poda, encargado de la dirección artística, escenografias, vestuarios, coreografía y luces, creó un excelso marco que aun el riguroso publico de Parma demostró haber disfrutado al final de su primera función. Seria ardua la tarea de encontrar definiciones que se adecuen y describan de manera adherente y exhaustiva la genialidad de esta puesta en escena, mientras que es fácil hablar de visiones, sugestiones y emociones que salen de lo profundo, a la vista de la oscura escena, que fue tan sombría como el acontecimiento narrado. Las únicas interrupciones fueron los rayos de luces que cortaron la escena casi como en la cultura a la que hace referencia la leyenda, la luz divida descendió para intervenir sobre la humanidad terrestre. Las escenografias contienen símbolos de la suntuosidad y de la gestualidad de la liturgia eclesiástica en su momento de mas alta expresión y representación, que se realizó a través de una perfecta unión entre la narración y la partitura, envolviendo al espectador al punto que mientras iba aumentando el encanto sobre la escena, se convirtió en parte activa y creativa para formar parte de un todo. La obertura se inició con un escenario vacío y humo sobre la orquesta que encontró las celebérrimas notas que se convirtieron después en leitmotiv de la opera verdiana. La orquesta inició en un modo tranquilo, para después tomar el vigor dramático y recibir a Donna Leonora, que fue interpretada por Dimitra Theodossiu -quien debutaba el papel- y que bien calzada en el papel, presentó buenos dotes vocales sobretodo en el fraseo, en los largos solos, en los pianisimos y en los filados, soportados por una convincente interpretación dramática. Giuseppe Verdi, pensó que para esta opera cada personaje tuviera un rol bien definido y representativo evidenciándolo y caracterizándolo sin rechazar la envolvente espectacularidad de las obras para voces y el papel del coro que contribuyo a crear un fresco, pintado con todas las alternativas que da la vida. El primer dueto entre Leonora y Don Alvaro, ‘Dividerci il fato non potrà ’ con correcto uso del fiato, por parte de ella, y la participativa y agradable vocalidad del tenor venezolano Aquiles Machado, recibieron un buen consenso dando inicio a una representación de gran peso (en la velada en cuestión se hizo una grabación para DVD). Respecto al logró total de la realización es absolutamente necesario rescatar la genial contribución de Poda, que a excepción de la parte musical, firmó la totalidad de espectáculo. Con materiales sencillos de polietileno logró crear una reluciente y al mismo tiempo, tenebrosa ambientación de fuerte impacto visual y emocional, también utilizando solo un breve espectro de colores, que iban del gris perla al negro.

Fue eficaz la ubicación en el tiempo de la narración, valorizada por luces y sombras refinadas e incisivas que manejadas con sapiencia, se convirtieron en elementos protagonistas, asi como los vestuarios de telas quemadas y rasgadas. La Orquesta del Teatro Regio de Parma, dirigida por Gianluigi Gelmetti, que aun sin excavar constantemente en las profundidades dramáticas de la opera, dirigió en constante sintonía con los cantantes, al grado de obtener un buen resultado, participativo e integrado por todos sus elementos de la orquesta integrada por muchos jóvenes, quienes siguiendo puntualmente los gestos del director, captaron las atmósferas intimistas que la partitura impone. Ziyan Afteh quien posee el justo físico para el papel del Marques de Calatrava resulto activo al limite de la potencia de un papel breve pero determinante. Cuando Leonora arriba a la taberna vestida de hombre no se encontró a los habituales ebrios brindando, si no una representación coreográfica que con bailarines en riguroso color negro se movían en una moderna danza, y al limite del ‘mimo’ infundiendo elegancia a la escena, junto a la presencia del coro, que dirigido por Martino Faggiani, estuvo a la altura de la meditativa y evocativa situación. Las diversas intervenciones del coro prevén algunas voces solistas, las cuales fueron representadas con calidad. Los peregrinos, no tan encapuchados, estuvieron cubiertos de negro, como en las antiguas y tradicionales procesiones españolas, y se movieron lentamente portando estandartes negros, casi transparentes, movidas por un débil viento. Mariana Pentcheva como la gitana Preziosilla, supo mantener bien la escena en el ‘Rataplán” del final del III acto, que resulto ser autentico con un color apasionado y variado. Las paredes del palacio de Calatrava del primer acto, fueron colocadas a escena abierta, para construir el convento representado por una grande cruz en vertical, apuntando hacia lo alto para simbolizar que la luz ‘superior’ puede partir y alcanzar todo sin restricción alguna. Fue aquí donde Donna Leonora y el Padre Guardiano cantaron el dueto ‘Più tranquilla l’alma sento’ en el que la conmovedora Theodossiou estuvo en equilibrada sintonía con Roberto Scandiuzzi que proyectaba temor reverencial, con bello y profundo timbre de calibrada entonación. Los rayos de luces aparecieron, dejando que las sombras en la caverna de ermitaños, fuera iluminada por verdaderas antorchas que se consumían en escena.
A este momento siguieron los violines y al improviso el Padre Guardiano, que pidió a los padres hincarse y jurar no traicionar el secreto de Leonora, limitándola a la posición del más grande voto asumido para renovarlo frente a dios. A Don Carlo Vargas el papel le impuso solo el sentido del ‘no perdón’ y de venganza y el barítono búlgaro Vladimir Stoyanov fue eficaz para infundirle al personaje sus peculiaridades. La batalla se concreto a través de una coreografía. Al final de la batalla, los cuerpos amontonados simbolizaron el extremo resultado de la muerte causada por la guerra. Gracias la continuidad de la emisión y grande fuerza interpretativa Carlo Lepore fue un muy aplaudido Fra Melitone de gran interpretación, con lo que hizo agradecer que Giuseppe Verdi no cediera ante las presiones de Tito Ricordi quien le sugirió eliminar la parte. Adriana di Paola, como Curra, Alessandro Bianchini como el Alcalde y Gabriele Bolletta como el quirúrgico delinearon bien sus personajes en sus pocas intervenciones. ‘La Vergine degli Angeli’ y ‘Pace pace mio Dio’ son paginas que permiten belleza melódica y poesía intimista, aquí fueron amplificadas por una gran cruz en diagonal, caída a tierra como el sufrimiento de los personajes en la obra. La orquesta y el escenario coronaron un viaje a través de las fases de la vida, en camino hacia la luz suprema, encendida por un polvo dorado que caía con un rayo de luz central. El severo público del Regio aplaudió varias veces a escena abierta con ovaciones y peticiones de bises. Al final explotó un largo aplauso que hizo salir varias veces a los cantantes, al director del coro, al director de orquesta y al director de escena, el ’omni-realizador’ ¡La música siempre vence!

Sunday, February 6, 2011

La Forza del Destino - Teatro Regio de Parma

Foto: Roberto Ricci- Teatro Regio di Parma

Renzo Bellardone
Dopo lo scarso successo riscosso alla prima di San Pietroburgo il 10 novembre del 1862 con il testo di Piave, ed i più benevoli consensi ottenuti alla prima italiana alla Scala di Milano il 27 febbraio 1862, dopo la riscrittura dello ‘scapigliato’ Ghislanzoni’, ‘La Forza del destino’ è stata più volte riproposta dai più grandi teatri d’opera del mondo. Al Regio di Parma, con la realizzazione dell’eclettico Stefano Poda, sua la regia, le scene, i costumi, le coreografia e le luci, è stato raggiunto un vertice eccelso che anche il rigoroso pubblico parmense ha dimostrato di gradire fin dalla prima del 28 gennaio 2011. E’ arduo il compito di reperire definizioni che ben si attaglino e descrivano in modo aderente ed esaustivo la genialità della messa in scena, mentre è fin troppo facile parlare di visioni, suggestioni ed emozioni che scaturiscono dal profondo, alla vista della cupezza della scena, così come è cupa la vicenda narrata. Unica interruzione sono i fasci di luce che tagliano la scena così come nella cultura cui fa riferimento la narrazione, la luce divina scende ad intervenire sulla umana terrestrità. La scenografia ha rimandi simbolici alla sontuosità ed alla gestualità della liturgia ecclesiastica nel momento della sua più alta espressione e rappresentazione; qui si realizza attraverso un perfetto incastro tra narrazione e partitura, coinvolgendo lo spettatore al punto che, subendo il fascino della scena, diventa parte attiva e creativa, in un tutt’uno con il palco. L’ouverture inizia con palcoscenico buio e fumi che sovrastano l’orchestra ad avvolgere le celeberrime note che diventano poi leit motiv dell’opera verdiana. L’orchestra inizia in modo pacato, ma poi prende vigore drammatico ad accogliere Donna Leonora interpretata da Dimitra Theodossiou – debuttante il ruolo-, che subito calata nella parte, presenta buone doti vocali soprattutto nel fraseggio, nei lunghi ‘assolo’, nei pianissimi e nei filati, supportati da una convincente interpretazione drammatica. Giuseppe Verdi, in quest’opera ha previsto che ogni personaggio abbia un ruolo ben definito e rappresentativo, evidenziandolo e caratterizzandolo, senza trascurare la spettacolarità coinvolgente dei brani a più voci ed il ruolo del coro che contribuisce all’affresco, dipinto con tutte le alternanze della vita!
Il primo duetto è quello tra Leonora e Don Alvaro ‘Dividerci il fato non potrà ’: le corrette prese di fiato di lei, la partecipata e piacevole vocalità del tenore venezuelano Aquiles Machado , ricevono molti consensi dando l’avvio ad una rappresentazione di grande peso (nella serata in questione è stata effettuata la registrazione del dvd). Circa la globale riuscita della realizzazione non è assolutamente da sottacere il geniale contributo di Poda che, ad eccezione della parte musicale, firma la totalità dell’impianto. Con materiali ‘poveri’ quali polistirolo e carta è riuscito a creare rilucenti e tenebrose – al tempo stesso- ambientazioni di forte impatto visivo ed emozionale, pur utilizzando solo un breve range di colori, che va dal grigio perla al nero; efficace collocazione nel tempo della narrazione, seppur in spazi dilatati , valorizzati da luci ed ombre raffinate ed incisive che sapientemente gestite diventano elementi protagonisti, come i costumi realizzati con stoffe bruciate e sbrindellate. L’orchestra del Teatro Regio di Parma è diretta da Gianluigi Gelmetti che pur senza scavare costantemente nella profondità drammatica dell’opera dirige in costante sintonia con orchestra e cantanti tanto da far risultare una buona riuscita, partecipata ed integrata fra tutti gli elementi; in orchestra molti giovani che seguendo puntualmente i gesti del direttore, traggono tutte le intimistiche atmosfere che la partitura impone. Ziyan Afteh che ha la giusta fisicità per calare i panni del Marchese di Calatrava risulta impegnato al limite della potenza in un ruolo breve, ma determinante. Quando Leonora giunge travestita da uomo alla taverna, non incontra i soliti ubriaconi che fanno grossolani brindisi, ma una rappresentazione coreografica che con ballerini in rigoroso nero si muovono in una moderna danza a scatti, al limite del ‘mimo’ che infonde raffinata e sobria eleganza alla scena che prevede anche la presenza del coro, che diretto da Martino Faggiani, è all’altezza della situazione meditativa ed evocativa; I diversi interventi coreutica prevedono anche delle voci soliste, rappresentate da punte di qualità. I pellegrini, una volta tanto non incappucciati, hanno comunque il volto coperto in nero, come nelle antiche tradizionali processioni spagnole; si muovono lentissimi e portano stendardi neri, quasi trasparenti, mossi da un debole vento. E’ poi la volta di Myung Ho Kim che riesce simpatico e piacevole nelle vesti prima di mulattiere e poi di mastro di Trabucco, nonostante qualche forzatura ed un timbro non sempre limpidissimo. Mariana Pentcheva, ovvero la zingara Preziosilla, sa tenere bene la scena e nel ‘Rataplan’ del finale del III° atto risulta autentica nella parte con un colore più appassionato e variegato. Le pareti del palazzo dei Calatrava del I atto, vengono spostate a scena aperta a costruire il convento, rappresentato da una grande croce in verticale, aperta verso l’alto a simboleggiare l’accettazione che la luce ‘superiore’ può partire e giungere da ogni parte, senza costrizione alcuna.

E’ qui che Donna Leonora ed il Padre Guardiano duettano nel ‘Più tranquilla l’alma sento’ e la commovente Theodossiou è in equilibrata sintonia con Roberto Scandiuzzi che incute timore reverenziale ancorché rasserenante, con un bel timbro profondo ed intonazione calibrata. I tagli di luce spariscono, lasciando che le ombre prevarichino nella caverna dell’eremita, solo d’intorno rischiarata da torce vere che si consumeranno in scena. Grande momento d’organo a cui seguono i violini ed all’improvviso il Padre Guardiano, che fa sdraiare a terra i frati per giurare di non tradire il segreto di Leonora, costringendoli nella posizione del più grande voto assunto, quasi a rinnovarlo di fronte a Dio. A Don Carlo Vargas il ruolo impone solo il senso del ‘non perdono’ e della vendetta ed il baritono bulgaro Vladimir Stoyanov è efficace nell’infondere al personaggio le peculiarità che gli sono proprie. La battaglia si concretizza attraverso una superba coreografia che vede corpi a terra, in parte aggrovigliati con sullo sfondo il finale della battaglia: corpi indefiniti ed accatastati, sovrastati da corpi appesi a simboleggiare l’estremo risultato di essa: la morte inflitta da tutte le guerre di tutti i tempi a uomini incapaci ed impotenti nei loro corpi mortali. Grazie alla continuità di emissione e grande forza interpretativa, Carlo Lepore è l’applauditissimo Fra Melitone; la brillante interpretazione, che interrompe la grevità della vicenda, fa ringraziare che Giuseppe Verdi non abbia ceduto alle pressioni di Tito Ricordi che gli suggeriva di eliminare la parte. Adriana di Paola, nelle vesti di Curra, Alessandro Bianchini in quelle di un Alcade e Gabriele Bolletta nel ruolo del chirurgo soddisfano le attese, ben delineando i loro personaggi seppur in poche battute. ‘La Vergine degli Angeli’ e ‘Pace pace mio Dio’ sono pagine che trasudano bellezza melodica e poesia intimistica, qui amplificate da una grande croce posta in diagonale, come piombata a terra insieme alle sofferenze dei personaggi della vicenda. L’orchestra ed il palcoscenico compiono insieme un viaggio attraverso le fasi della vita, in un percorso verso la luce suprema, esaltata da un pulviscolo dorato che scende in un fascio di luce centrale. Il severo pubblico del Regio ha applaudito più volte a scena aperta con ovazioni e richieste di bis. Alla fine esplode un lungo applauso che richiama più volte tutti i cantanti, il direttore del coro, il direttore dell’orchestra ed il regista ‘onnirealizzatore’ . La musica vince sempre!

Tuesday, November 16, 2010

Guillaume Tell di Rossini - Opernhaus Zurich

Foto: copyright Suzanne Schwiertz

Massimo Viazzo


Il Mito rivive accanto a noi e si perpetua impassibile nei luoghi ad esso deputati sotto lo sguardo curioso, stupito dell’umanità: questa è l’idea - condita da una dose di ironia a volte eccessiva (vedi l’iceberg vagante sagomato a mo’ di Suisseminiatur che irrompeva in scena durante il catartico Finale) - che stava alla base dello spettacolo di Adrian Marthaler per la prima assoluta zurighese della versione parigina del Guillame Tell. Così, almeno, recitava la locandina, dimenticandosi però dell’abbondante messe di tagli che falcidiava la partitura, in sostanza tutti i ballabili e qualche ripresa qua e là. Il regista elvetico, evidentemente, ha perseguito il proprio obiettivo drammaturgico eliminando ciò che lo infastidiva. E questo è quantomeno opinabile pur in una visione di fondo condivisibile (all’appello mancava circa un’ora di musica!).
Già durante l’esecuzione della Sinfonia, a sipario alzato, si entrava nel vivo imbattendosi in alcuni turisti che osservavano, più o meno annoiati, il panorama montano seduti alla fermata dell’autobus e in anziani in carrozzina guidati all’aria aperta ad ossigenare le loro menti malate, il tutto sui luoghi dove il Mito stava per rivivere e stava, soprattutto, per essere rivissuto. Nessuna meraviglia, quindi, se al terzo atto gli stessi personaggi dell’opera assistevano allo scoprimento del celebre monumento intitolato all’eroe svizzero (e che si trova oggi ad Altdorf) sotto al quale si sarebbe materializzata di lì a breve la prova della mela. Cast dominato da Michele Pertusi, un Tell di timbro nobile, dizione scolpita, capace di un legato morbidissimo. Davvero elegante e commosso il suo «Sois immobile». Pallida, invece, la Mathilde di Eva Mei, avara di emozioni e un po’a disagio in zona medio-grave, mentre Antonino Siragusa, che pur ha avuto un’ottima resa in «Asile héréditaire», si smarriva a volte in una linea di canto un po’ lagnosa e poco incisiva. Scarsamente sfumata la direzione di Gianluigi Gelmetti che ha avuto, comunque, il merito di non proiettare la partitura oltre i limiti stilistici ad essa peculiari. Ma il limitato gusto timbrico ed un fraseggio monocorde non hanno consentito alle sublimi note rossiniane di prendere il volo.

Guillaume Tell de Rossini en la Opera de Zurich

Fotos: Michele Pertursi - copyright: Suzanne Schwiertz

Massimo Viazzo
El mito revive al lado nuestro y se perpetúa de manera impasible por todas partes, y ello ocurre bajo la curiosa y asombrada mirada de la humanidad: esta es la idea – condimentada con una dosis de ironía, por momentos exJustificar a ambos ladoscesiva (como el ambulante iceberg moldeado al modo de un Suisseminiatur que irrumpió en escena durante el catártico final) que fue la base del espectáculo de Adrian Marthaler, en lo que fue la primera representación absoluta en Zurich de la versión parisina de Guillaume Tell. Al menos así lo señalaba el póster del programa, que se olvidó de la abundante cantidad de cortes que redujeron la partitura, en sustancia todos los bailables y algún reinicio por aquí y por allá. Evidentemente, el director de escena helvético persiguió su propio objetivo dramatúrgico eliminando todo aquello que le fastidiaba. Esto es por lo menos discutible aun en una visión de fondo compartible, ya que ¡falto cerca de una hora de música! Ya desde la ejecución de la Sinfonía, con el telón alzado, entramos de lleno a encontrarnos con algunos turistas que observaban, más o menos aburridos y sentados en la parada del autobús, el panorama montañoso; o a unos ancianos en carrozas descubiertas que oxigenaban sus mentes enfermas, todo ello en el lugar donde estaba por revivirse el mito, o que ante todo, estaba por ser revivido. Por lo tanto, no hubo ninguna maravilla, y en el tercer acto los propios personajes de la opera asistieron a la debelación del celebre monumento dedicado al héroe suizo (que hoy se encuentra en Altdorf) y bajo el cual ahí debía materializarse en breve la prueba de la manzana. El elenco fue dominado por Michele Pertusi, un Tell de timbre noble, dicción esculpida y capaz de un legato muy suave. Verdaderamente elegante y conmovedor fue su «Sois immobile». A su vez, la Mathilde de Eva Mei estuvo pálida, avara de emociones y un poco incomoda en la zona medio-grave, mientras que Antonino Siragusa, quien tuvo una optima interpretación del «Asile héréditaire» por momentos se perdió en una gemida y poco incisiva línea de canto. Escasamente sombría estuvo la dirección de Gianluigi Gelmetti, quien a pesar de todo, tuvo el merito de no proyectar la partitura mas allá de limites estilísticos y peculiares. Pero el limitado gusto timbrico y su fraseo monocorde no le permitieron a las sublimes notas rossininas levantar el vuelo.