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Saturday, July 6, 2019

I Masnadieri - Teatro alla Scala


Foto: Brescia&Amisano

Massimo Viazzo

Con I Masnadieri il Teatro alla Scala prosegue l’indagine sulle opere verdiane dei cosiddetti “anni di galera”, il periodo che va dal 1843 al 1850, tra il Nabucco e la Trilogia popolare. In quegli anni Verdi compose freneticamente, attenendosi generalmente ai canoni stilistici dell’epoca, e pur non mancando pagine di notevole livello anticipatrici dei capolavori della maturità, questi lavori, tranne pochissimi, non sono mai entrati stabilmente in repertorio. I Masnadieri, composti per Londra nel 1847, con una première eseguita addirittura davanti alla Regina Vittoria, ebbero solo un successo di stima. Il libretto di Andrea Maffei è tratto da un dramma di Friedrich Schiller. Ed è proprio da qui che parte David Mc Vicar. Il regista inglese, infatti, ambienta l’opera nel collegio frequentato dal giovane Schiller,  un’accademia scientifica ad ordinamento militare in cui vigeva un costante clima di cospirazione e terrore. Proprio l’atmosfera che aleggia ne I Masnadieri. E’ lo stesso Schiller, un personaggio muto sempre in scena, a vivere la vicenda, mettendola per iscritto proprio mentre noi la vediamo svilupparsi in palco, una sorta di teatro nel teatro che tutto sommato non è una novità nel mondo degli allestimenti operistici di questi anni. La scena era strutturata su due piani e rimaneva fissa per tutto lo svolgimento dell’opera. E se l’intuizione di mettere lo scrittore tedesco in primo piano poteva essere comunque  interessante, la staticità di ciò che avveniva in palcoscenico, alla lunga, l’ha fatta sembrare più come un’occasione mancata. Ottimo ed omogeneo il cast a cominciare dal protagonista, Carlo, interpretato con spavalderia da Fabio Sartori. Il tenore veneto ha mostrato un registro acuto sicuro e fermo. Il suo canto, di fraseggio non sfumatissimo, ha comunque acceso il pubblico scaligero per la baldanza dell’accento e uno squillo fuori dal comune. Lisette Oropesa ha mostrato una timbrica affascinante e una linea di canto seducente. La sua Amalia ha saputo commuovere. Qualche acuto non completamente a fuoco non ha comunque inficiato una prova di tutto rispetto. Massimo Cavalletti ha impersonato Francesco, con spontaneità, timbrica franca e accento appropriato anche se il peso vocale del baritono toscano non è sempre parso adeguato alla scelleratezza del ruolo.  Morbido con accenti di nobiltà e tenerezza, infine, Michele Pertusi nei panni di Massimiliano Moor. Tra le parti di fianco si è distinto per Francesco Pittari (Arminio). Omogeneo e coeso come sempre il Coro del Teatro alla Scala, il migliore al mondo in questo repertorio. Michele Mariotti ha tenuto saldamente in mano palcoscenico e orchestra riuscendo a dare buona continuità drammatica e a sostenere i cantati senza mai soverchiarli. Stacchi dei tempi perfetti, ed energia costante mai trasformatasi in faciloneria o chiasso sono atout vincenti di una concertazione ammirevole.

Wednesday, April 24, 2019

Mamon Lescaut - Teatro alla Scala


Foto: Brescia&Amisano - Teatro alla Scala

Massimo Viazzo

Anche questa volta Riccardo Chailly, dopo Fanciulla del West e Butterfly,  ricerca un interesse musicologico nella sua proposta di Manon Lescaut al Teatro alla Scala di Milano. Infatti, avvalendosi delle appendici all’edizione critica, inserisce in questa produzione alcuni passaggi che erano stati ascoltati solo alla première di Torino del 1893 e poi subito modificati dal compositore toscano, principalmente riguardanti il concertato finale del primo atto e l’aria di Manon dell’ultimo. Chailly è il punto forte di questa produzione. La sua lettura, appassionata e teatrale ha convinto appieno alla guida dell’Orchestra del Teatro alla Scala che ha saputo mettere in mostra una bella timbrica e anche compattezza. Un Puccini dinamico ma anche estatico. Bellissimo in tal senso l’Intermezzo del terzo atto, in cui Chailly ha saputo proiettare Puccini sui terreni del tardo romanticismo mitteleuropeo. David Pountney ambienta la vicenda in una stazione ferroviaria di fine Ottocento (scene di Leslie Travers di buon impatto visivo e costumi appropriati disegnati da Marie-Jeanne Lecca), in cui l’andirivieni di persone di ogni estrazione sociale rappresentava bene lo specchio della società d’epoca. L’idea registica di fondo è quella che fa rivivere tutta la vicenda da Manon come in un lungo flashback, costellando la scena di Manon bambine e adolescenti che vagavano per il palco come fantasmi del passato. Maria José Siri mette a disposizione della sua Manon una voce ampia e correttamente emessa (con un’ottima esecuzione di “Sola, perduta, abbandonata!”), ma il personaggio, oltretutto in una visione come quella di Pountney, piuttosto sfaccettata, non pare emergere a tutto tondo. E nemmeno Marcelo Álvarez (Des Grieux) forse un po’ troppo legato a cliché di stampo verista non approfondisce la sua interpretazione dal punto di vista attoriale. Vocalmente, il tenore argentino, dotato di un timbro brunito, mostra generosità e spavalderia, nonostante problemi alle vie respiratorie che lo hanno tormentato nelle ultime settimane. Però il legato spesso è solo abbozzato cosicché la linea di canto resta discontinua. Massimo Cavalletti (Lescaut) canta con dizione nitida, sicurezza ed estroversione; e lodevole la triplice prestazione di Marco Ciaponi (Edmondo, Maestro di ballo e Lampionaio), tenore di timbrica chiara e tecnica solida. Ottimi i comprimari e come di consueto il Coro scaligero.

Wednesday, May 3, 2017

Falstaff y Don Carlo en Milán

Foto: Falstaff (Silvia Lelli) Don Carlo (Monika Ritterhaus)

Ramón Jacques

El Teatro alla Scala presentó de manera paralela, dentro de la presente temporada, dos obras maestras de Verdi: Falstaff y Don Carlo. La primera de ellas fue escenificada con la producción estrenada en el Festival de Salzburgo del 2013, que lleva la firma del “director de moda” Damiano Michieletto cuyas ingeniosas producciones logran atraer y envolver al espectador como pocos directores pueden hacerlo. En esta ocasión el joven director italiano situó la acción en la Casa Verdi, la residencia de retiro milanés para músicos, construida y financiada por el propio compositor, y que fue reproducida fielmente por el escenógrafo Paolo Fantin. Aquí, el personaje de John Falstaff es un anciano jubilado, huésped actual de la casa, que entre sueños y realidades revive las aventuras de seducción de su juventud. Así, la trama transcurre mezclando hábilmente la realidad con la imaginación, y lo que se ve en escena son en realidad los recuerdos del personaje. La concepción de Michieletto está cargada de comicidad, de ironía, conmoción, humanidad y una dosis de agridulce melancolía, en una forma en la que el teatro nos describe y nos recuerda como es la vida misma.  El experimentado Zubin Mehta dirigió a la orquesta con seguridad y atención al detalle, una obra que demostró conocer bien, haciendo resaltar la brillantez de las cuerdas, y siempre con consideración por las voces. Ambrogio Maestri estuvo deslumbrante como Falstaff, papel que debutó aquí mismo en el 2001 y que ha cantado al menos 250 veces en 25 teatros distintos. Maestri, por desempeño vocal, incluso por físico, es el Falstaff por antonomasia de los últimos años. De las alegres comadres de Windsor, se puede resaltar la gracia y simpatía actoral, así como la oscura y radiante tonalidad de la mezzosoprano Annalisa Stroppa como Meg Page; el sentimentalismo de Carmen Giannatasio como Alice, y la profundidad vocal de Yvonne Naef como Mrs. Quickly. Nanetta fue interpretada correctamente por Giulia Semenzato. Agradó el divertido Ford de Massimo Cavalletti y por su canto, más que por actuación, Francesco Demuro como Fenton.  Correctos los demás intérpretes y el coro en sus intervenciones. 
Por su parte, Don Carlo volvió a este teatro en su versión en italiano en cinco actos, como no había sido vista desde hace cuarenta años cuando Claudio Abbado la programó en 1977. También con producción traída y estrenada en Salzburgo en el 2013, se contó con la dirección escénica de Peter Stein, las sencillas y minimalistas escenografías, situadas en la época que indica el libreto, diseñadas por Ferdinand Woegerbauer, los opulentos vestuarios de Anna Maria Heinrich, y la radiante iluminación de Joachim Barth, que jugó un rol importante, para hacer que esta puesta en escena fuera impactante, dramática y directa para estimular los sentidos del espectador. El tenor Francesco Meli ofreció un gran despliegue vocal y actoral como Don Carlo, su grato timbre posee calidez y colorido y su dicción fue notable. Ferruccio Furlanetto, demostró su habitual solidez y experiencia como Filippo II, en una de las ejecuciones más convincentes y solidas de la velada. Krassimira Stoyanova agradó por su elegancia y expresividad como Elisabetta y por la dulzura y delicadeza en su canto.  Redondearon el elenco la mezzosoprano Ekaterina Semenchuk intensa y enérgica como Eboli, y el joven barítono Simone Piazzola, muy desenvuelto como Rodrigo. El bajo finlandés Mika Kares realizó su debut de último minuto, interpretando al Gran Inquisidor, con voz potente pero escénicamente inseguro. Una mención aparte merece la dirección orquestal de Myung-Whun Chun, cargada de buen gusto, transparencia y sutileza con la que colocó a la orquesta como el elemento más descollante de la función.  El coro de la Scala también tuvo su aporte, con la firmeza que lo caracteriza.