Foto: Ravenna FestivalGiosetta Guerra
Basilica di Sant’Apollinare in Classe:
Betulia liberata di Niccolò Jommelli.
Oratorio in sauna (5 luglio)
L’Ouvertura in tre tempi di Betulia liberata di Jommelli è scorrevole e frizzante con suggestivi interventi dell’oboe, del corno da caccia, del cembalo, di un violino solo, della viola da gamba.
Ogni aria ha un’introduzione di diversa natura in base agli affetti e una coda. Nella prima aria di Ozìa (“D’ogni colpa la colpa maggiore”) l’introduzione è briosa, nell’altra più lunga è prima brillante poi densa poi danzante con arricchimenti strumentali, in quella cantabile di Carmi “Non hai cor” è delicata e riservata agli archi, in quelle cantabili di Giuditta è leggera e piacevole in “Del pari infeconda” e pacata in “Ah non più vi chiami il pianto”, in quella di Achior “Te solo adoro” è distesa e in quella di bravura di Carmi “Quei moti che senti” è agitatissima con arcate frizzanti. I recitativi sono per lo più sostenuti dal basso continuo, ma nei momenti più drammatici è l’intera orchestra che li accompagna. Sul piano esecutivo la parte migliore dell’oratorio tenutosi nella magnifica Basilica di Sant’Apollinare in Classe è stata l’Orchestra Giovanile Luigi Cherubini, diretta dal M° Riccardo Muti, che ha fatto arrivare la bellezza della musica ad un pubblico tormentato da una cappa infernale di caldo e di afa dentro una chiesa con le porte chiuse e piena di superfari per le riprese audio-video.
Oratorio in sauna (5 luglio)
L’Ouvertura in tre tempi di Betulia liberata di Jommelli è scorrevole e frizzante con suggestivi interventi dell’oboe, del corno da caccia, del cembalo, di un violino solo, della viola da gamba.
Ogni aria ha un’introduzione di diversa natura in base agli affetti e una coda. Nella prima aria di Ozìa (“D’ogni colpa la colpa maggiore”) l’introduzione è briosa, nell’altra più lunga è prima brillante poi densa poi danzante con arricchimenti strumentali, in quella cantabile di Carmi “Non hai cor” è delicata e riservata agli archi, in quelle cantabili di Giuditta è leggera e piacevole in “Del pari infeconda” e pacata in “Ah non più vi chiami il pianto”, in quella di Achior “Te solo adoro” è distesa e in quella di bravura di Carmi “Quei moti che senti” è agitatissima con arcate frizzanti. I recitativi sono per lo più sostenuti dal basso continuo, ma nei momenti più drammatici è l’intera orchestra che li accompagna. Sul piano esecutivo la parte migliore dell’oratorio tenutosi nella magnifica Basilica di Sant’Apollinare in Classe è stata l’Orchestra Giovanile Luigi Cherubini, diretta dal M° Riccardo Muti, che ha fatto arrivare la bellezza della musica ad un pubblico tormentato da una cappa infernale di caldo e di afa dentro una chiesa con le porte chiuse e piena di superfari per le riprese audio-video.
Segue a stretto giro il Philarmonia Chor Wien, preparato da Walter Zeh, un magnifico insieme di 35 elementi, che fa pochissimi interventi eppur sufficienti a far emergere la compattezza e la pienezza del suono. La parte meno soddisfacente è rappresentata dai cantanti, che forse per le temperature insopportabili, forse per l’acustica poco felice dell’ambiente (nonostante la magnificenza cromatica del catino absidale della basilica, in un teatro sarebbe stato meglio), forse per l’inadeguatezza dell’opera alle loro corde vocali (occorrevano voci più piene e con maggior destrezza nell’articolazione delle parole) hanno solo in parte soddisfatto l’ascolto. Intanto nessuna parola è uscita di bocca in modo comprensibile neanche nei recitativi, i suoni erano udibili in base alla veemenza di emissione.
Antonio Giovannini, nel ruolo di Ozìa che richiede una voce contraltile, è un controtenore con registro di soprano, quindi meglio chiamarlo sopranista; nonostante uno spessore modesto ed una zona centrale un po’ vetrosa, il cantante ha rivelato un corretto modo di porgere, una buona estensione con bassi naturali e non costruiti di petto, pulizia e naturalezza d’emissione in zona acuta, agilità nei trilli e nelle puntature acute (“D’ogni colpa la colpa maggiore” “Se Dio veder tu vuoi”). Laura Polverelli, nelle vesti di Giuditta che dovrebbe essere un soprano, è un mezzosoprano chiaro, che, nonostante la buona volontà interpretativa, non è stata tecnicamente soddisfacente, come lo è stata recentemente nel “Flaminio” a Jesi. Dal fondo della chiesa dove io mi trovavo ho sentito mezze voci quasi senza suono, gravi intubati, esplosione di suoni gonfiati (“Del pari infeconda”), articolazione forzata delle sillabe nei recitativi (“Che ascolto, Ozìa”), linea di canto disomogenea, dai pianissimo quasi vuoti ai rigonfiamenti dei suoni acuti (“Udite: Appena di Betulia”). Peccato perché la Polverelli è una brava artista. Dmitri Korchak (Carmi), un tenore opaco dal suono impastato “Non hai cor”, ha una voce ibrida dal brutto timbro, ma tecnicamente è preparato nell’eseguire le agilità (“Quei moti che senti”). Poco controllata l’emissione vocale del basso Vito Priante (Achior), che ha esibito una voce morchiosa e poco aggraziata nel recitativo “Ubbidirò”, mentre nell’aria distesa “Te solo adoro” è emerso il bellissimo colore scuro che conoscevo, una voce timbrata e vibrante, ma coperta dall’orchestra. In teatro ci avremmo guadagnato tutti.
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Nelle vesti di Amital, nobile donna israelita, il soprano Marta Vendoni Iorio dà importanza all’intelligibilità della parola, è molto intensa nell’aria centrale “Non hai cor”, esibisce una vocalità flessibile nell’eseguire i trilli e nell’uso della messa di voce nell’aria “Quel nocchier che in gran procella”, usa bene un mezzo vocale che non è di gran peso nella toccante aria con la figura del violino “Con troppa rea viltà”. Giuditta, vedova di Manasse, è impersonata egregiamente dalla bella moscovita Alisa Kolosova, contralto e mezzosoprano dalla vocalità importante e rara per una cantante di soli 23 anni. Il colore è splendido, il suono è rotondo, denso e fresco nel contempo, grazie al buon peso nella tessitura medio grave e alla luminosità in zona acuta. Esegue con naturalezza d’emissione le agilità della lunga aria dal carattere pastorale “Del pari infeconda”, accompagnata da una musica carezzevole che sottolinea ed arricchisce la melodia. Nell’aria “Parto inerme e non pavento” è splendida nel dosare i suoni e nel modo di porgere. I lunghi recitativi accompagnati di Giuditta che racconta come ha ucciso Oloferne hanno una musica un po’ sommessa, ma il ricamo strumentale più bello dell’aria stessa emerge nell’aria “Prigionier, che fa ritorno”. Il basso argentino Nahuel Di Pierro (26 anni), nel ruolo di Achior, principe degli Ammoniti, ha un bel timbro vocale e un buon sostegno del fiato. Nell’aria “Terribile d’aspetto”, introdotta da arcate dense e accompagnata da un ricco tessuto orchestrale in cui emerge il gioco dei violini, esibisce un buon corpo vocale, ma poca dimestichezza con la mezza voce che realizza sottovoce. Nell’aria “Te solo adoro” il bellissimo colore si espande in sonorità pastose e robuste, ma il cantante deve stare attento a non far sibilare la pronuncia della “s”. 


Lo spettacolo non funziona, non convince se manca la seduzione del male, se fra Faust e Marguerite non spira quella sensualità che nel finale terzo dovrebbe lasciare senza fiato, se, soprattutto, l’impressione costante è quella di un catalogo un po’ sconclusionato di intuizioni estemporanee del regista. Peccato davvero. Citiamo per dovere di cronaca l’impianto scenico, potenzialmente assai interessante, di Marius Nekrosius (figlio del regista), i costumi poco accattivanti di Nadezda Gultiajeva (moglie del regista) e le luci di Mario Filibeck. Al termine dello spettacolo applausi cordiali con una sola uscita (oltre allo scarso entusiasmo destato bisogna anche dire che le recite si concludevano a mezzanotte, con oltre mezz’ora di intervallo prima dell’ultimo atto, ridotto a una ventina di minuti per i tagli radicali nella Nuit de Walpurgis). Spiace dover riferire che il comunicato sindacale dei lavoratori della Scala è stato accolto quasi con aggressività da parte del pubblico. Caso più unico che raro fra tante dimostrazioni di solidarietà nelle altre città italiane. Che succede a Milano?








Como marcó visual de la función se estrenaron las escenografías concebidas por Maurizio Balò, realizadas en coproducción con el Teatro Massimo de Palermo donde serán vistas en el mes de diciembre, que le dieron a la acción un toque cinematográfico y captaron ese ambiente californiano del lejano oeste: como el bar construido dentro de una mina en el primer acto, una idea tomada del film Johnny Guitar de 1954 con Joan Crawford; la sencilla cabaña de Minnie en el segundo acto con montañas y nieve al fondo, y el tercero en el que se observa, además de las montañas, un evocador valle típicamente californiano. Tanto los correctos vestuarios, adecuados a la época, como la brillante iluminación, y la detallada, afanosa, pero nunca exagerada regia de Lorenzo Mariani (director artístico del Teatro Massimo) ayudaron a dar un toque de mayor realismo a la escena.






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Para Carlos del Franco la música de autores argentinos resulta fundamental en el repertorio del Libertador y así en mayo se ofreció la Sinfonía N° 2 en Do menor, Op. 55 -“La bruja de las montañas”- del compositor argentino Alberto Williams (1862-1952), con una coreografía original de Teresa del Cerro y, ahora, se recurrió a la tercera obra de autor argentino más representada en la historia de la lírica nacional: Lin Calel de Arnaldo D’Esposito. 



Toda esta ruptura protocolar en la Atenas milenaria, se produjo luego de que los músicos de la Sinfónica de la Juventud Venezolana Simón Bolívar revivieran la osadía de un compositor como Igor Stravinsky, quien, en 1913, se atrevió a hacer una obra que también quebró con todas las reglas de una época: La Consagración de la Primavera. La composición narra el delirio de una mujer que debe danzar hasta morir, como un ritual para agradar a los dioses y consagrar la primavera. Frente a miles de almas sobre las gradas de mármol del Odeon de Herodes Atticus, los venezolanos se atrevieron a consagrar la primavera en pleno verano y en la cuna de los dioses griegos.
