sábado, 1 de febrero de 2014

Nabucco - Teatro del Maggio Musicale, Firenze

Foto: Marco Borrelli.


Massimo Crispi


Prima opera del 2014, ancora sulle scene del Teatro Comunale, nonostante sia stato inaugurato tempo addietro in pompa magna il Nuovo Teatro dell'Opera, Nabucco è tornato a Firenze dopo una lunga assenza, dalla memorabile messa in scena del 1977 della triade Luca Ronconi, Pier Luigi Pizzi, Riccardo Muti. Altre prospettive, altri mezzi, altri tempi che chissà se mai rivivremo. Serve poco rigovernare i ricordi e bisogna fare i conti col presente e questa messa in scena del Nabucco fiorentino aveva dei buoni punti di partenza. Tanto per cominciare lo spettacolo di Leo Muscato, con apprezzabili scene di Tiziano Santi e bei costumi di Silvia Aymonino, allestimento del Teatro Lirico di Cagliari e dell' Ente Concerti De Carolis di Sassari, ha ricevuto il premio Abbiati come miglior regia 2012. E, nella sua geometrica "povertà" decorativa, con eccellenti giochi di luce di Alessandro Verazzi, si adattava alla perfezione alla multipla lettura di Muscato: un dramma polivalente, visto da ogni personaggio dalla propria angolazione. Efficaci i movimenti scenici dei solisti e del coro, veramente magnifico, le relazioni tra i personaggi erano ben curate e in evidenza. Unico particolare un po' esilarante e fuori luogo, se proprio vogliamo, l'emiparesi destra di Nabucco dopo la folgore lanciatagli da Geova in persona, infermità che scompare prontamente nel momento del pentimento e della conversione, annunciata da una luce celeste in verticale sul suo capo. Il trascinarsi zoppicando del re decaduto fa ridacchiare, anche perché se il fulmine avesse dovuto realmente colpirlo lo avrebbe semplicemente incenerito, altro che emiparesi. Comunque… Nabucco è un'opera difficile assai, soprattutto per le voci. Abigaille, Anna Pirozzi, pur dotata di un bello squillo sugli acuti, ogni tanto arrancava per la micidiale tessitura kamikaze scritta da Verdi, con salti di registro al limite dell'ineseguibile, con qualche perdonabile sbavatura in un paio di frasi discendenti e un registro grave ogni tanto troppo flebile. Ma Pirozzi ha retto bene fino alla fine con un personaggio credibile e aggressivo e i suoi accenti erano di notevole fierezza. Lo Zaccaria di Riccardo Zanellato era abbastanza regale e autorevole, con frasi distese e declamate, con bella voce uniforme anche se flebile anch'essa nell'estremo registro grave. Dalibor Jenis, Nabucco, ha cantato con una chiara dizione e squillo degni di nota ma uno strano fenomeno si produceva quando voleva cantare a mezza voce: l'eccessiva copertura del suono nelle sonorità soft unificava le vocali e l'articolazione producendo un effetto "patata in bocca" assai ridicolo, che ha affettato un po' un'interpretazione con dei lati interessanti, a parte la deambulazione emiparetica da post folgorato che faceva il suo. Ismaele era Luciano Ganci, la cui emissione era un po' contaminata da una voglia di spingere gli acuti laddove non dovrebbero andare. Credibile in ogni caso registicamente. Brava Annalisa Stroppa nel ruolo della dolce Fenena, che ha cantato con voce limpida e di ottima qualità. Il vero protagonista dell'opera, il coro del Maggio, preparato da Lorenzo Fratini, ha dato il meglio di sé in ogni intervento e ha cantato un bellissimo "Va', pensiero" che, come da tradizione, è stato bissato. Renato Palumbo ha diretto l'orchestra del Maggio, sempre eccellente, in una visione elegante e, se vogliamo, poco verdiana nel senso buono, evidenziando le pagine sinfoniche e corali, forza enorme di quest'opera. Successo. 

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